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Simoncelli e Jobs: la loro morte scuota le nostre vite

200209_simoncelli_al_dainese_store_anconadi Federico Mugnai- A volte banalizziamo troppo la nostra vita e a schiuderla dal torpore sono sempre le grandi emozioni. Ieri sembrava la solita Domenica: senza sveglia, colazione con latte e cereali, dinanzi al finestrone di casa mia un classico paesaggio autunnale e sullo sfondo il Duomo di Arezzo. Tutto così standard e quasi superfluo, così monotono che quasi ci si sente annoiati di tutto e di tutti. Basta però un attimo per scuotersi, basta accendere la tv e leggere al televideo che Marco Simoncelli è morto. E allora quella Domenica così normale diviene eccezionale, ti trascina con sé nel vortice dei pensieri, ti fa sentire fragile dinanzi alla vita, ti rende impotente davanti all’ineluttabilità della morte, del destino, si rafforza intorno a te quel misto di incredulità e disperazione che riscaldano il cuore e i sentimenti più profondi. Deve morire in un tragico incidente un ragazzo di 24 anni, mentre corre la gara di Moto Gp, per smuovere le coscienze e sentirci aggrappati e legati come non mai alla nostra vita? No, non deve succedere a prescindere. A maggior ragione se quel giovane si chiama Marco Simoncelli, un ragazzo solare, simpatico, con quei capelloni, l’inconfondibile accento romagnolo e nel sangue la passione per la moto che tra il serio e il faceto accarezzava e sgridava quasi fosse una persona, tanto era la sua enorme empatia con quel bolide che sapeva domare con il suo enorme talento, il suo estro e il suo coraggio. Sempre al limite, mai che si tirasse indietro Simoncelli, mai a difendersi, sempre all’attacco, amante dell’ebbrezza della velocità e del sorpasso. E le sue gare non finivano con la bandiera a scacchi; sempre disponibile il Sic (questo il suo soprannome) si concedeva ai microfoni delle Tv a commentare le gare con schiettezza, senza recitare nessuna parte, con un viso simpatico ed angelico, senza borie, ma con ironia e spirito. Più lo ascoltavi, più lo guardavi correre su quella moto, più scrutavi i suoi sorrisi e ridevi alle sue battute e più ti accorgevi che il Sic, qualunque cosa stesse facendo, trasmetteva vitalità. Oggi sui social network, su tutti gli stadi, in tutta Italia (e non solo) sono piovuti messaggi per ricordarlo, foto per inneggiarlo, video per rievocare le sue imprese in moto. No, non era retorica quella di oggi. Non è come ho letto da qualche parte su fb che “le persone si ricordano solo quando sono due metri sottoterra.” Quella di oggi era la commozione di milioni di persone che si riconoscevano in Simoncelli, che si sentivano rappresentati come italiani da lui, come persona genuina oltreché come campione sportivo. Inconsapevolmente il Sic viveva dentro di noi, perché noi, al di là della passione o meno per la Moto Gp, aspiriamo ad avere quel piacere profondo e sincero per le cose che facciamo come le aveva Simoncelli per la moto, desideriamo essere sempre vitali al di là degli ostacoli, dei problemi quotidiani che ci troviamo ad affrontare così come Sic lo era sia dopo una vittoria sia quando doveva commentare una gara andata male. Era folle e affamato come Steve Jobs. Jobs e Simoncelli due geni in due campi diversissimi tra loro che un vuoto profondo hanno lasciato: spetta a noi colmarlo inseguendo le loro orme.

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  1. Paolo scrive:

    Il nome di Wilson Greatbatch vi dice qualcosa? Non ha inventato l’iPhone e non era neanche uno sportivo famoso. Si è limitato a inventare il pacemaker. Anche lui era un genio nel suo campo ma nessuno ha ritenuto opportuno celebrarne la morte.

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