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Il ruggito del coniglio. Riflessioni sull’ultimatum UE all’Italia

berlusconi_tremontidi Giorgio Frabetti- Dopo l’ultimatum al vertice UE di ieri, non è possibile farsi dubbi di sorta: la fine del Governo Berlusconi è ritenuto esito desiderabile dai partner UE dell’Italia, specie del famigerato asse franco-tedesco Sarkozy-Merkel.  L’antiberlusconismo diventa una linea politica se non ufficiale, quantomeno abbastanza conclamata da parte dei principali leader europei. Ma non è che la UE è diventatata dalla sera alla mattina una specie di “internazionale giacobina”, come dai settori berlusconiani qualche volta si mormora. Con Berlusconi e Tremonti sta venendo a scadenza la cambiale contratta dall’Italia con la BCE ad agosto: il patto secondo il quale la BCE si impegna ad acquistare titoli del debito pubblico (e a contenere la volatilità dello ’spread’ Italia-Germania) dietro garanzia di “riforme strutturali”. Dopo la Manovra incerta di agosto, dopo la naufragata riforma delle pensioni di anzianità per il veto della Lega, dopo il rinvio continuo del DL Sviluppo, la UE mette con le spalle al muro l’Italia: o noi agiamo, o verremmo scaricati. Certo, la UE non può sfiduciare formalmente Berlusconi; come non è da escludere che l’appello anti-Berlusconi diventi motivo di unione di un Governo e di una maggioranza scricchiolanti, che ben possono cioè trovare una (sia pur provvisoria) coesione nel deplorare gli atteggiamenti UE (al limite dell’arroganza con gli ammiccamenti di Sarkozy) verso l’Italia: come si permette la UE di ingerirsi nel “dominio riservato” della politica italiana? Ma è indubbio che il prezzo che la UE farà pagare al Governo Berlusconi sarà fortissimo e questa volta potrà metterlo davvero in ginocchio. Se sull’Italia si scatena una tempesta valutaria e borsistica come quella che la Germania scatenò sull’Italia nel 1992, il patto elettorale tra Berlusconi e lo zoccolo dei suoi elettori, i ceti medi, potrà davvero franare: se frana il Debito, frana “l’Azienda Italia”! E’ la storia della Borsa, trasformata in terza Camera! Può darsi, però, che la sorte del Governo Berlusconi non sia del tutto legata alla Borsa. Il punto è che i proclami UE contro l’Italia suonano più come il classico “ruggito del coniglio” che come grida di guerra; più come “grida manzoniane” che come ultimatum. Il fatto che i vertici straordinari si moltiplichino entro l’UE con frequenza abnorme non è segno di forza politica, ma di debolezza, di incapacità decisionale del sistema UE come tale. E’ il segno che la UE non riesce a trovare una “quadra”, un punto di sintesi, ma solo pannicelli caldi per quietare le Borse. Il problema è che l’Area Euro non cresce, perchè non si capisce quale prospettiva, quale ritorno potrebbe avere un investimento, in un’area come l’Europa troppo variegata e disomogenea. Si pone cioè oggi il problema che si poneva ieri alla vigilia di Maastricht: allora ci si accorse che, ad unificare i mercati delle merci, avrebbe fatto la parte del leone la Germania; oggi, ci si accorge che l’unione monetaria fa il buon gioco ancora della Germania. E’ il fallimento del mito fusionista europeo, come volano di crescita e di sviluppo di economie omogenee (al rialzo) in tutto il continente! Questa circostanza si traduce in un moltiplicatore di delegittimazione sia del progetto europeista sia delle leadership europee: in questo contesto, non c’è da stupirsi del trattamento duro e isterico riservato a Silvio Berlusconi, che ben può essere letto come effetto del pesante logoramento politico e psicologico che la crisi dell’Area Euro sta esercitando su tutte le leadership europee (livellate al ribasso in modo mortificante). La fine del Governo Berlusconi potrà essere l’ennesimo “pannicello caldo” dato in pasto alle Borse per placare (momentaneamente) l’instabilità dell’Euro; ma non potrà essere quella “risposta strutturale” che l’economia attende. Lo ricordi l’UE, ma lo ricordi anche l’Italia. Perchè se è vero che un Governo Berlusconi lascia a desiderare, non lascia ben sperare nemmeno un’alternativa Bersani-Vendola-Di Pietro…

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