19 ott, 2011
1986, gli “Auto-Convocati” di Torino contro le tasse: quando la protesta era liberale-Ultima parte
(Redazione) “Pagare meno, pagare tutti!”. In tre punti può sintetizzarsi la proposta di Antonio Martino contro la giungla del Debito Pubblico e delle Tasse (siamo nel 1986, ma la diagnosi è ancora tragicamente attuale): abrogazione del divieto costituzionale di referendum abrogativo sulle leggi tributarie; smantellamento dello Stato assistenziale (ove non fa assistenza, ma genera costi burocratici); codificazione costituzionale dell’obbligo di pareggio di bilancio. Non si va, come si veda, molto lontano dai temi del dibattito attuale. Soprattutto è nell’anarchia costituzionale della “decisione di spesa”, nel tendenziale sganciamento tra rappresentatività e potere di imposizione fiscale (in violazione del principio no taxation without rapresentation) che Martino individua la causa di tutti i mali. Una piaga vera allora ai tempi dell’anonimo e irresponsabile ministerialismo consociativo da Prima Repubblica; una piaga vera ancora di più, nell’Europa oligarchica dell’Euro e della BCE, dove le decisioni fiscali e di bilancio sono prese a “porte chiuse, fuori dai circuiti del dibattito pubblico.-
“Pagare tutti per pagare meno”
Se i tributi, che “non dovrebbero mai essere visti come strumento di soddisfazione dell’invidia”, sono diventati un pericoloso strumento di dialettica, ciò accade proprio a causa dell’invidia sociale, che è “l’ultima speranza degli orfani dello statalismo”. A motivo di ciò, secondo l’autore, si è affermata nell’opinione pubblica l’idea che “[...] i contribuenti italiani si dividerebbero in due categorie, “evasori e tartassati” [...] e i tartassati lo sarebbero soltanto per via del fatto che i malvagi evasori si rifiuterebbero di fare il loro dovere”, per cui, se si riuscisse a far pagare agli evasori il dovuto, ritengono alcuni che“tutto funzionerebbe nel migliore dei modi”.
L’enfasi è ulteriormente aumentata da quegli organi di informazione che definiscono sarcasticamente l’evasione come lo “sport nazionale”, mentre in realtà essa “[...] non costituisce [...] un’invenzione italiana, ma è un fenomeno universale”. Il legislatore è talmente consapevole dell’universalità e dell’invincibilità residuale dell’evasione, che “[...] la nostra legislazione tributaria è basata su una stima spesso implicita della sue dimensioni. Le nostre imposte, in altri termini, vengono introdotte nella consapevolezza del fatto che verranno in parte evase e sono, quindi, maggiori di quanto non sarebbero se il legislatore fosse convinto che l’evasione sia assente”. Lo stesso Governatore della Banca d’Italia, nella relazione già citata, si dice convinto che l’ampiezza delle aree di elusione, di evasione e di erosione renderebbe necessario un innalzamento della pressione fiscale.
In questo senso è vero che l’evasione si traduce in imposte più alte per i contribuenti onesti, ma l’affermazione va corretta denunciando l’ingiusto comportamento del legislatore e dell’esecutivo: infatti, “se esistono contribuenti che non fanno il loro “dovere civico” e si rifiutano di pagare le imposte dovute, la soluzione non sembra proprio quella di accrescere il carico complessivo su tutti i contribuenti, anche quelli onesti”. Il problema dell’evasione non si risolve aumentando le imposte o praticando il terrorismo fiscale; esso “[...] può essere risolto solo grazie all’azione di “un corpo numeroso di accertatori onesti, tecnicamente preparati ed adeguatamente remunerati”, come sosteneva un predecessore dell’attuale Governatore che si chiamava Luigi Einaudi”.
Per quanto riguarda, infine, lo slogan “pagare tutti per pagare meno”, si tratta appunto di un puro slogan perché “[...] non è certo che dalla lotta all’evasione possono venire i mezzi per una riduzione cospicua delle imposte”; anzi l’esperienza mostra che “[...] quando aumentano le entrate del settore pubblico le spese aumentano in misura ancora maggiore”.
La crescita della fiscalità visibile e di quella occulta
Dal 1974 al 1986 le entrate totali del settore pubblico sono aumentate di quasi nove volte in termini nominali (+785%) e dell’87,5% in termini reali — tenendo cioè conto dell’inflazione —, passando dal 32,8% al 47,1% del PIL. Alla spesa pubblica, che nel 1975 era finanziata per il 14,6% dalle imposte dirette — 8.440 miliardi —, l’imposizione diretta nel 1985 ha fornito un contributo del 24,8%, pari a 105.471 miliardi. La crescita delle imposte dirette dal 1975 al 1985 è stata impressionante: essa è aumentata di dodici volte in termini nominali (+1.150%) e di otto volte in termini reali (+705%).
Tuttavia, un incremento di queste dimensioni non corrisponde a un reale aumento della base imponibile, ma è collegato al fenomeno del fiscal drag, che rappresenta una modalità extralegale e nascosta per dilatare l’imposizione.
Il fenomeno fa riferimento a un particolare effetto dovuto all’azione congiunta della progressività delle aliquote d’imposta e dell’inflazione, per cui gli imponibili dei contribuenti vengono spinti verso scaglioni di reddito gravati da aliquote maggiori.
Il risultato è che, “[...] anche se il reddito reale è invariato, i contribuenti sopportano una pressione tributaria crescente”. Il fenomeno ha assunto proporzioni enormi, l’autore cita le stime di altri economisti, secondo i quali “il gettito complessivo da fiscal drag, maturato dal 1976, sarebbe risultato, nel 1984, pari a circa 24.300 miliardi, il 45 per cento del gettito totale dell’IRPEF di quell’anno” .
In tale contesto i provvedimenti, adottati periodicamente dai nostri governanti, di ritocco delle aliquote si mostrano puramente apparenti, perché danno l’impressione di concedere sgravi fiscali, mentre in realtà le imposte continuano a crescere.
Un meccanismo, che di fatto e surrettiziamente introduce nuove imposte, non soltanto è contrario all’articolo 23 della Costituzione, ma è anche radicalmente iniquo. La soluzione — suggerita originariamente da Vito Tanzi e condivisa in seguito anche dal sindacato socialcomunista — consiste nell’indicizzazione degli scaglioni di reddito ai fini della determinazione dell’imposta: accolta dal legislatore nel 1989, decorre dal periodo d’imposta 1990, quindi non se ne conosce ancora la reale efficacia.
Nonostante le “troppe imposte sui redditi”, l’imposizione diretta rappresenta solo un quarto del finanziamento della spesa pubblica; al resto si provvede con la “fiscalità occulta”, costituita da imposte indirette (17,5%), contributi sociali (25,4%), indebitamento netto (24,2%). Sommando questi dati emerge chiaramente che “[...] circa l’80per cento delle imposte in Italia sono invisibili, pagate cioè da contribuenti inconsapevoli”. Un tale sistema è “fraudolento e antidemocratico”, e non certo soltanto perché il prezzo della benzina è costituito per quattro quinti da tasse, ma per il sistematico e progressivo ricorso al deficit, che, finanziato con la monetizzazione del debito e con l’inflazione, è la peggiore delle imposte: infatti, secondo Luigi Einaudi, è “peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni classe sociale e di disordine sociale” .
Anche se l’indebitamento netto e le imposte indirette hanno finanziato circa il 42% delle spesa pubblica, il sistema non cessa di dichiararsi informato a “criteri di progressività”, e ciò è malauguratamente vero perché in effetti coniuga “[...] il peggio di entrambe le alternative, in quanto accoppia una insensata progressività nell’imposizione sul reddito, con il massiccio ricorso a fonti di gettito chiaramente regressive o di segno incerto”. Antonio Martino ripetutamente insiste per l’abbassamento delle aliquote marginali, convinto che un simile provvedimento “[...] riduce l’incentivo all’elusione delle imposte ed accresce l’incentivo alla produzione del reddito”, e favorisce anche un ampliamento della base imponibile e del gettito. Il convincimento dell’economista si fonda, oltre che sull’insegnamento di Luigi Einaudi, sull’esperienza degli Stati Uniti d’America, ove, nel triennio dal 1982 al 1984, nonostante la riduzione dell’aliquota marginale massima dal 70 al 50%, sono aumentati sia l’imponibile che il gettito.
L’alternativa costituzionale
Comunque, un’efficace soluzione del problema della fiscalità italiana deve essere ricercata a livello costituzionale. Allo scopo non è necessaria una riforma della Costituzione, ma è sufficiente una corretta applicazione del già citato ultimo comma dell’articolo 81, che — come riteneva Ezio Vanoni — “[...] è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio” .
Sono trascorsi più di venticinque anni da quando la prospettiva discrezionale di tipo keynesiano è stata preferita al principio “neutrale” del pareggio di bilancio e “[...] le conseguenze che ne sono seguite hanno indotto un numero crescente di personalità politiche ed accademiche a suggerire il ripristino di una Costituzione fiscale funzionante”, e fra esse il Governatore della Banca d’Italia nella relazione del 1983.
Anche senza pretendere la soluzione più radicale, consistente nel privare i membri delle due Camere dell’iniziativa in materia di bilancio — soluzione condivisa da Luigi Einaudi per il motivo che “[...] proprio i deputati, per rendersi popolari, hanno proposto spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle” — è possibile per altre vie “[...] sottrarre le decisioni di spesa alla miriade di centri decisionali operanti in condizioni di irresponsabilità”.
In primo luogo va ripristinato il principio dell’ultimo comma dell’articolo 81, quale principio generale di responsabilità nelle decisioni di spesa. L’obbligo del pareggio effettivo va rispettato da tutte le decisioni di spesa del settore pubblico, comprese le amministrazioni locali, e la copertura finanziaria deve riguardare l’intera durata dell’impegno di spesa che viene assunto e non basta che sia limitata alla frazione del primo anno di vigenza.
Quindi occorre individuare tassativamente i mezzi costituzionalmente accettabili per far fronte a nuove o maggiori spese. Tali mezzi sono: la riduzione di altre spese, l’introduzione di nuove imposte ad hoc, e, eccezionalmente, l’indebitamento sul mercato.
Antonio Martino è convinto che “se si riuscisse a sottoporre il processo di formazione delle decisioni di spesa a regole costituzionali, la soluzione del problema dell’iperfiscalità sarebbe in larga misura realizzata”.
L’unica modifica della Costituzione auspicata dall’autore è l’abolizione del divieto di referendum abrogativo in materia tributaria, sancito dall’articolo 75, al fine di consentire ai cittadini un effettivo controllo popolare diretto sull’attività fiscale.
E, per finire, il rispetto effettivo del dettato costituzionale potrà dirsi realizzato solo a condizione che venga perseguito l’obbiettivo della trasparenza in materia fiscale, “[...] un obiettivo da porsi senza la pretesa di poterlo raggiungere immediatamente”, ma adoperandosi con continuità “[...] perché il grado di trasparenza della fiscalità aumenti, perché l’imposizione sia in misura sempre maggiore consapevole, perché i contribuenti sappiano sempre meglio quanta parte del carico fiscale grava direttamente su di loro” : infatti,“[...] la fiscalità onesta è quella che consente ai contribuenti di apprezzare per intero la penosità dell’imposizione: il fisco “indolore” è, quasi sempre, disonesto” .
“Perché non noi?”
“Non è mai politica attuale la parola dei profeti disarmati. Ma in un popolo ci vogliono i politici attuali e quelli inattuali; e, se i primi sono giudicati savi ed i secondi matti, ci vogliono i savi e i matti. E guai ai popoli che hanno solo i savi, perché spetta di solito ai matti porre e coltivare i germi della politica avvenire”: con questa citazione di Benedetto Croce posta in epigrafe del capitolo conclusivo, l’autore fa intendere che sa che le denunce e le proposte formulate nel suo studio provocano spesso una reazione scettica in chi, pur condividendole, le reputa tuttavia utopistiche o velleitarie, in quanto irrealizzabili politicamente. Ma lo studioso non accetta la concezione della politica come “l’arte del possibile”; al contrario, ritiene che “[...]scopo della politica sia quello di rendere possibile ciò che è desiderabile”e che l’obiezione del “politicamente impossibile” in molti casi è solo “una razionalizzazione dell’inazione, una giustificazione del conservatorismo, una difesa ad oltranza dello statu quo“ .
La sua critica alla fiscalità, non condizionata dal bisogno di un compromesso a tutti i costi, né intimidita dalla mitologia socialista, mette coerentemente in discussione lo Stato “sociale”, che, nel suo assetto attuale, deve essere abbandonato. Una sua difesa non ha argomenti, non può invocare né nobili intenzioni originarie, né risultati positivi; infatti l’assistenzialismo di Stato “[...] venne introdotto in forma sistematica da Bismark nel 1881 per svuotare di significato la posizione politica dei socialdemocratici” , e, di conseguenza, “[...] il problema della lotta alla miseria è stato affrontato dallo Stato sociale bismarkiano su base paternalistica: lo “Stato-papà” ha individuato una serie di bisogni “essenziali”, ha reperito i mezzi con la pressione tributaria, l’indebitamento e l’inflazione, si è dato alla produzione dei servizi relativi in proprio — spesso in condizioni di monopolio — e li ha distribuiti indiscriminatamente sotto costo o “gratis”. Questo sistema è fallito miseramente, anche se in misura diversa, ovunque”.
Il rifiuto di un simile modello di Stato non comporta l’abbandono degli indigenti, dal momento che “[...] lo Stato assistenziale costa più di quanto rende” e che “[...] solo le briciole dell’assistenzialismo sono arrivate ai beneficiari dichiarati”, mentre “[...] il più è stato dilapidato in costi burocratici (inclusivi della corruzione, degli sprechi, delle frodi e delle clientele)”. Inoltre si deve considerare che “[...] non tutta la spesa pubblica è destinata a finalità “sociali”: nel 1985 la spesa per prestazioni sociali ha costituito soltanto il 31 per cento della spesa totale del settore pubblico; né è vero che la crescita della spesa pubblica complessiva sia interamente imputabile a spesa “sociale”: dal 1976 al 1985 l’incremento della spesa per prestazioni sociali [...] ha rappresentato solo il 30 per cento dell’incremento della spesa complessiva” . Infine va chiarito che contrastare l’assistenzialismo non significa negare l’assistenza: vi sono innumerevoli spese, secondo Antonio Martino, che potrebbero essere ridotte, garantendo una diminuzione della spesa totale, senza dover incidere sulle spese realmente assistenziali.
Riflettendo su queste affermazioni dell’autore, è naturale chiedersi per qual motivo i nostri governanti, dovendo ridurre la spesa pubblica, scelgano costantemente di contrarre i costi assistenziali, che, come si è visto, sono meno di un terzo del totale. Si potrebbe dubitare che essi vogliano, premendo in questo modo sull’opinione pubblica, esercitare una difesa preventiva, ricattatoria e non dichiarata dello statalismo.
Antonio Martino non affronta soltanto problemi di diritto tributario e di economia politica, ma anche temi di diritto costituzionale e di psicologia sociale, come quello dell’invidia, offrendo al lettore un lavoro scientifico e ricco di informazioni. La vivacità dell’esposizione rende lo studio piacevole, mentre l’oggettiva situazione della fiscalità italiana ne conferma l’attualità.
Concludendo, è giusto riconoscere l’idealità, che traspare in ogni pagina e che testimonia un gusto per la verità e un coraggioso anticonformismo, e ringraziare l’autore per l’aiuto che offre a quanti sperano che “la saviezza dei savi perirà e l’intelligenza degli intelligenti si oscurerà” , e a quanti intendono rispondere positivamente alla domanda posta a titolo del capitolo conclusivo: “Perché non noi?”.
Ferdinando Leotta