19 ott, 2011
1986, gli “auto-convocati” di Torino contro le tasse: quando la protesta era liberale-Seconda parte
(Redazione) Proseguiamo nell’esposizione integrale e senza commento dell’articolo di Ferndiando Leotta di Cristianità (1991) sulla Fiscalità Arbitraria, che espone le tesi di Antonio Martino contro le storture del sistema tributario: storture che sono rimaste largamente immutate anche oggi, nonostante i correttivi di Maastricht e dell’introduzione della moneta unica europea. La teoria di Martino corse parallelo ad una mobilitazione di ceti medi molto vasta, che parve preludere ad una prossima Rivoluzione liberale italiana, simile alle coeve ondate liberali di Reagan e Thacher. In questa seconda parte (domani sarà pubblicata l’ultima), l’Autore mette il dito nella piaga sui riflessi “antisociali” dell’eccessiva pressione fiscale. Domani, si darà invece spazio alla diagnosi di Martino (sempre attuale).-
“Il tesoro nascosto”
Il direttore del CREA [Antonio Martino, ndA] si interessa al problema dell’economia sommersa fin dal 1978, studiando le serie monetarie dei vent’anni precedenti relative a un certo numero di paesi industrializzati. In quell’occasione “[...] notai— ricorda l’autore — un’inspiegabile anomalia: la quantità di moneta in rapporto al prodotto interno lordo era molto maggiore in Italia che nella media degli altri Paesi [...]. Nel tentativo di spiegare il fenomeno avanzai [...] la congettura che il denominatore della frazione, cioè il P.I.L., fosse in Italia superiore a quello rilevato”. Ipotizzando una sottostima del reddito nazionale del 28%, egli si premurava però di avvertire che “queste cifre sono solo il risultato di un semplicistico esercizio aritmetico, e non vanno prese alla lettera”.
Ma l’ipotesi, avanzata per sostenere che l’economia italiana sopravviveva nonostante lo statalismo, venne da diversi osservatori“[...] citata come la “stima” (sic) più alta del contributo dell’economia sommersa al reddito nazionale” . A causa di quella strumentalizzazione, Antonio Martino confessa di essersi ben presto pentito di aver formulato quella congettura; infatti, le stime della sommersione economica vengono preferite ai veri rimedi per curare il malessere economico del paese, poiché “una robusta rivalutazione del reddito nazionale consente di gestire con minore affanno la politica di bilancio. Non solo diventa possibile porsi l’obiettivo di accrescere di qualche punto il prelievo fiscale, ma diventa anche più facile contenere la spesa. Un Paese che si scopre più ricco protesta di meno se si elimina un sussidio di troppo” .
Se così fosse, “[...] per risolvere i problemi italiani — commenta Antonio Martino — basterebbe una “robusta” rivalutazione del 100 per cento, che riporterebbe l’incidenza del disavanzo ai valori dei primi anni Settanta, alta ma meno assurda, quelli della spesa pubblica ai livelli dei primi anni Sessanta, e la pressione tributaria scenderebbe al di sotto di quella di Stati Uniti e Giappone. Come se non bastasse, l’Italia si collocherebbe ai vertici della prosperità mondiale. Purtroppo, non è così semplice”. In realtà — prosegue — non abbiamo nessuna indicazione certa che l’incidenza dell’economia sommersa sia aumentata negli ultimi anni; anzi, i dati monetari suggeriscono che essa sia diminuita: “[...] il rapporto fra quantità di moneta [...] e P.I.L., che nel 1978 era 0,55, è andato diminuendo ed è stato pari a 0,44 nel 1985″ e, se è vero, come da più parti si sostiene, che l’economia sommersa è collegata a fenomeni di evasione fiscale, “[...] la crescita accelerata delle entrate tributarie che ha caratterizzato l’ultimo decennio dovrebbe suggerire una diminuzione drastica dell’economia sommersa”.
Ciononostante la convinzione che esista un “tesoro nascosto” è radicata anche nelle più alte autorità finanziarie dello Stato: nel febbraio del 1987, il Governatore della Banca d’Italia ha, fra l’altro, preso esplicitamente in considerazione l’ipotesi di una rivalutazione dei conti nazionali dell’ordine del 13-15%, sostenendo, nella sua relazione annuale, che “la necessità di affidare il riequilibrio della finanza pubblica anche all’innalzamento della pressione fiscale è confermata dal permanere di aree di elusione, di evasione e di erosione degli imponibili”, la cui “[...] ampiezza è resa oggi più evidente dalla rivalutazione del reddito nazionale”. E Antonio Martino contesta la giustezza della soluzione che, per contrastare la tendenza alla sommersione di una parte dei contribuenti italiani, propone un innalzamento della pressione fiscale per tutti.
Non per volontà della maggioranza
Antonio Martino è decisamente convinto che, nonostante tutte le operazioni d’ingegneria contabile, la spesa pubblica abbia veramente raggiunto dimensioni esorbitanti, anche se la sua crescita non è stata probabilmente voluta dalla maggioranza e non è stata il risultato intenzionale di una cosciente deliberazione politica, avendo ripetutamente tutti i governi ribadito il proposito di un controllo della spesa e di una riduzione della sua incidenza sul reddito nazionale. Tale proposito, forse sincero, era quindi sicuramente velleitario.
Escludendo dunque la volontà politica, la causa effettiva del fenomeno va ricercata nella congiuntura di “anarchia costituzionale”, di cui soffre il procedimento di formazione delle decisioni di spesa. Esemplificando, l’autore sostiene che “[...] in una democrazia “illimitata” (cioè priva di una costituzione fiscale operante)” il processo di formazione della spesa pubblica è analogo a quello dell’inquinamento ecologico, dal momento che la posizione del soggetto che la propone è molto simile a quella dell’ipotetico utente di un corso d’acqua: per entrambi i soggetti, il costo del comportamento è esterno rispetto a chi lo realizza, il danno sociale derivante dal singolo atto contribuisce in modo quantitativamente trascurabile alle dimensioni globali del problema, mentre l’eventuale astensione dal comportamento dannoso non produce alcun rilevabile vantaggio alla comunità e favorisce soltanto la concorrenza meno scrupolosa; il risultato è che chi ne ha l’interesse e la possibilità abusa del bilancio pubblico, esattamente come altri abusano dell’ambiente: tanti singoli atti dannosi realizzano una situazione finale disastrosa per tutti.
La soluzione al problema del disavanzo pubblico — che secondo l’autore è una componente rilevante della fiscalità implicita — “[...] va ricercata in un insieme di regole che disciplini il comportamento dei singoli fautori di nuove o maggiori spese, cioè in una Costituzione fiscale”, e che elimini quelle asimmetrie nella percezione dei costi e dei benefici della spesa pubblica, che, a loro volta, favoriscono la denunciata anarchia.
Un’asimmetria è costituita dal “[...] contrasto nella percezione di benefici concentrati, che vanno cioè ad un numero ridotto di persone, e costi diffusi, ripartiti su un gran numero di contribuenti”: per esempio, un contributo complessivo a fondo perduto di 570 miliardi a cento imprese di un determinato settore produttivo costerà solo 10.000 lire a ciascuno dei 57 milioni di italiani; mentre i beneficiari si organizzeranno in gruppo di pressione, gli altri non avranno né la percezione del costo né l’interesse a contrastare la relativa spesa; perciò la conclusione è scontata: “come previsto da Pareto nel lontano 1896: in queste circostanze, l’esito è fuori dubbio: gli sfruttatori avranno una vittoria schiacciante”.
Un’altra asimmetria consiste nel contrasto fra i benefici immediati, anche se modesti, e i costi futuri, anche se rilevanti; questa asimmetria ha un rilievo particolarissimo in Italia, i cui governi, negli ultimi quarant’anni, hanno avuto una durata media di circa dieci mesi! Un’esistenza politica tendente all’effimero è un evidente incentivo “ad adottare decisioni che producono benefici immediati, il cui merito viene attribuito al Governo in carica, finanziandoli con costi futuri, che verranno affrontati da governi successivi” e da contribuenti a venire.
Spesa pubblica fra anarchia e legittimità costituzionale
L’anarchia costituzionale nel procedimento di formazione della spesa pubblica ha prodotto un disavanzo che, dal 1960 al 1985, è aumentato del 32.000% in termini nominali, e di 31 volte in termini reali e la cui incidenza sul PIL è passata dall’1,8% al 17,7%.
Un effettivo freno all’aumento del deficit pubblico si ha nel decennio 1951-1960. Nel periodo del “centrismo” i governi si ispiravano alla convinzione che il dettato costituzionale, contenuto nell’ultimo comma dell’articolo 81 — “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” —, imponesse la tendenza al pareggio del bilancio, ed “erano altresì convinti che la copertura finanziaria delle leggi di spesa, oltre che obbligatoria sul piano costituzionale, fosse opportuna sotto il profilo della responsabilità nella gestione della cosa pubblica”.
Nel periodo precedente l’”apertura a sinistra” si hanno dodici rinvii alle Camere di leggi di spesa prive di copertura finanziaria, ma successivamente, con l’avvento del “centro sinistra”, si afferma sempre più la filosofia del deficit spending, del “deficit da spesa”, e viene di fatto abbandonato il principio ritenuto arcaico del pareggio di bilancio. La possibilità di adottare decisioni di spesa prive di copertura finanziaria ha prodotto, secondo l’autore, non soltanto l’aumento del livello complessivo di spesa, ma anche, in ragione del perseguimento “sfrenato” dello scopo prefisso, “il mancato rispetto di una scala di priorità”; l’attenzione è demagogicamente attratta soltanto dai benefici connessi alla decisione particolare e quest’ultima viene adottata indipendentemente dalla considerazione della sua economicità.
In questo modo si è passati dal principio di copertura alla “legge della futilità marginale crescente”, per cui “[...] le esigenze che la spesa si propone di soddisfare diventano via via sempre più futili”; vengono quindi trascurati i servizi pubblici essenziali; l’assistenza e la previdenza pubbliche sono insoddisfacenti e i cittadini ricorrono con sempre maggiore frequenza a cure e a coperture assicurative private; la difesa del loro patrimonio è affidata ad agenzie private di sicurezza; alla giustizia dei tribunali si preferiscono arbitrati e transazioni e si ricorre sempre più spesso a imprese private di recapito della corrispondenza.
Tuttavia, tutto questo non è l’esito di una cosciente scelta politica,“[...] ma la conseguenza non intenzionale dell’operare del sistema di incentivi politici tipico di qualsiasi sistema democratico”. Partendo dal presupposto che le maggioranze che si formano in Parlamento non rappresentano necessariamente la maggioranza degli elettori, ma spesso sono soltanto la somma di diverse minoranze, Antonio Martino descrive un fenomeno, denominato dagli americani logrolling, ben noto agli studiosi di “economia della politica”: “lo scambio di favori” fra parlamentari o partiti politici diversi; attraverso il vicendevole sostegno,“si sommano [...] due (o più) minoranze che, coalizzandosi, realizzano la maggioranza necessaria all’approvazione di tutte le decisioni di spesa cui ognuna di esse è interessata”. In questo modo vengono approvate dalla maggioranza parlamentare, con un procedimento poco rispettoso di una vera democrazia, decisioni che avvantaggiano esigue minoranze di cittadini e che non sarebbero mai accettate dalla maggioranza degli elettori.
D’altro lato, secondo l’autore — che dichiara di non voler formulare una critica al metodo democratico in genere, ma al funzionamento attuale dei meccanismi decisionali — è lecito dubitare che il solo requisito di una maggioranza, anche reale, dei cittadini, configuri pienamente la condizione di legittimità di una decisone di spesa, non potendosi escludere che una maggioranza abusi sistematicamente del suo potere per sfruttare la minoranza.
Dunque, se non è sufficiente la legge del numero a garantire la richiesta legittimità, è necessario che si trovi un accordo su criteri obbiettivi minimi di giustificazione delle decisioni di spesa, che, essendo“inevitabilmente finanziata con denaro proveniente da tasche private”, si sostanzia in una sorta di “confisca” di risorse e limitazione della libertà a danno di qualcuno (35). Se “[...] il finanziamento della spesa pubblica costituisce, per chi ne sopporta il costo, niente altro che un esproprio”(36), in quanto l’erario preleva coattivamente una parte del reddito di proprietà del contribuente, si può sostenere che i criteri di legittimità dell’esproprio della proprietà, previsti dall’articolo 42 della Costituzione, possano valere analogamente anche nel caso dell’esproprio del reddito. In questo modo, si possono individuare i requisiti di legittimità delle decisioni di spesa nel conseguimento dell’interesse generale e nell’indennizzo del contribuente mediante la fornitura di servizi pubblici di valore pari alle imposte pagate. Però, poiché questo meccanismo limita pur sempre la libertà del cittadino di disporre autonomamente della ricchezza prodotta, l’entità della spesa e del conseguente prelievo andranno oggettivamente contenuti per non ridurre il soggetto in una condizione di tutela statale.
Una fiscalità eccessiva è antisociale
Si può facilmente immaginare che la soluzione appena prospettata non sarà condivisa dai difensori dello Stato assistenziale, i quali sostengono che le dimensioni della spesa pubblica sono determinate anche dalla necessaria soddisfazione dell’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, richiamati dall’articolo 2 della Costituzione, e accusano i critici dello statalismo di scarsa sensibilità sociale. Molti di loro ignorano che “[...] la spesa per “prestazioni sociali” rappresenta circa un terzo delle spese totali del settore pubblico consolidato”, e che nel decennio 1975-1985, a fronte di un reddito reale“enormemente più alto e più uniformemente distribuito che in passato”(37), essa è aumentata di circa sette volte. Se i 133.782 miliardi spesi nel 1985 per prestazioni sociali fossero stati distribuiti al 20% della popolazione, supponendo per assurdo che tale sia la percentuale di povertà nel paese, gli italiani sarebbero stati trasformati in una nazione di soli benestanti; invece, i soldi dei contribuenti sono stati assorbiti dai costi e dagli sprechi burocratici che hanno reso costosissimi i servizi. Antonio Martino ricorda il caso esemplare del Comune di Roma, che, qualche anno fa, spendeva 77 miliardi all’anno per gestire asili nido in cui si accoglievano 4.000 bambini; se il Municipio della Capitale, invece di gestire in proprio il servizio, avesse pagato le relative rette presso i più esclusivi asili della città, avrebbe risparmiato almeno 15 milioni all’anno per ogni ospite.
Simili episodi legittimano il sospetto che “[...] i veri beneficiari dell’assistenzialismo non sono i destinatari dichiarati dell’aiuto, ma i politici e i burocrati legati all’”industria dell’assistenza”" (38).
Gli statalisti ritengono inoltre che le esigenze di socialità non sarebbero comunque pienamente soddisfatte neppure in uno Stato assistenziale ben funzionante, se non si provvedesse nel contempo a ridistribuire la ricchezza attraverso provvedimenti di politica economica; a questi sostenitori dell’ugualitarismo e della spesa pubblica, secondo l’autore, non interessa tanto “dare a chi ha “poco““, ma soprattutto “punire chi ha “troppo”" (39) attraverso una progressiva imposizione tributaria, accompagnata non di rado dall’enfatizzazione dell’evasione e dallo stimolo dell’invidia sociale, senza preoccuparsi se il concorso di questi fattori determini una graduale disgregazione della società.