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1986, gli “auto-convocati” di Torino contro le tasse. Ovvero, quando la protesta era liberale-prima parte

AntonioMartinoPP(Redazione) Nella storia recente, la protesta non è stata solo ad appannaggio della classe operaia, ovvero di “movimenti” più o meno pulviscolari, più o meno ideologizzati: anche i ceti medi produttivi, di quelli che si usava chiamare una volta “colletti bianchi”. Due movimenti pacifici, non antagonisti, integrati nel sistema, ma che hanno segnato un’epoca, perchè  hanno messo in ginocchio il molochsocial-sindacale degli anni ‘60-’70 incentrato sulla grande industria, la marcia dei cd “quarantamila” della FIAT del 1980 e il “Movimento anti-tasse” espressosi tra le Partite IVA e i piccoli imprenditori del Nord negli anni ‘80 e approdato, dopo la clamorosa manifestazione del 23 novembre 1986 a Torino, nel fenomeno della Lega e del partito berlusconiano poi. Questo sito propone in tre puntate un articolo di Ferdinando Leotta comparso su Cristianità nel 1991 (nr. 189) che riassume la lucida visione di uno dei principali animatori di quella protesta anti-tasse, Antonio Martino, allora Direttore CREA. Un testo, venato da spirito libertario, ma ancora largamente attuale (per quanto caduco in alcuni punti), che il Ns. sito ritiene opportuno ripresentare integralmente e senza interpunzioni come materia di meditazione e di riflessione sull’attualità politica, sociale ed economica.- Un problema purtroppo sempre attuale-[...] Ritengo che gli argomenti importanti meritano di essere ripetuti instancabilmente, almeno fino a quando la comprensione generale non ne riduca l’importanza”: così si legge nella Premessa al volume Noi e il fisco. La crescita della fiscalità arbitraria: cause, conseguenze, rimedi,Premessa in cui l’autore, Antonio Martino, avverte che — al fine di spiegare le motivazioni della protesta fiscale in Italia e di individuare le soluzioni per rispondere all’esigenza di una fiscalità diversa e meno vessatoria — riprende non solo argomentazioni da lui stesso formulate alcuni anni addietro ma ripropone anche argomenti già sostenuti da altri, convinto che la riproposizione di questi argomenti rafforzi la credibilità di quelli esposti. Professore ordinario di Storia e Politica Monetaria alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma e Direttore Scientifico del Centro di Ricerche Economiche Applicate, il CREA, Antonio Martino ricerca, insieme a Gianni Marongiu e Sergio Ricossa, le ragioni della protesta fiscale in Italia, che — per esempio — nella manifestazione svoltasi a Torino il 23 novembre del 1986, ha mobilitato oltre trentamila cittadini. L’anno precedente lo studioso aveva pubblicato sullo stesso argomento, presso il CREA, un saggio intitolato Fisco: anarchia o legalità costituzionale?. La tesi di fondo di Noi e il fisco. La crescita della fiscalità arbitraria: cause, conseguenze, rimedi è che il problema della fiscalità non è soltanto un fatto economico e che, pertanto, non è risolvibile con modifiche puramente tecniche della normativa fiscale, ma investe sia il complesso dei rapporti tra lo Stato e i cittadini, sia la concezione delle funzioni e dei limiti dell’attività di governo: quindi, si tratta di un problema che può essere correttamente qualificato come politico in senso proprio. L’opera si propone di illustrare l’origine della crescita incontrollata della fiscalità, di richiamare l’attenzione sulle conseguenze di tale processo e di far comprendere la necessità di una soluzione costituzionale del problema. Nell’arco di tempo intercorso dalla data di pubblicazione — cioè dal 1987 — a oggi, tutti i problemi della fiscalità italiana, elencati da Victor Uckmar nell’Introduzione , sono rimasti irrisolti: le dimensioni enormi della spesa pubblica; la carenza di garanzie per il cittadino di fronte al legislatore, all’amministrazione finanziaria e al giudice; la proliferazione di provvedimenti legislativi in materia fiscale; la debolezza dell’amministrazione finanziaria non adeguatamente fornita di mezzi e di funzionari; l’inadeguata tutela del cittadino dinanzi alle commissioni tributarie, espressa, in particolare, dal mantenimento del solve et repete, del “paga e ricorri”; l’introduzione del nuovo sistema penale tributario, sono tutti esempi che mostrano come, in sostanza, nulla sia mutato in meglio, mentre nuove e delicate problematiche sono sorte, come quelle relative all’elusione e al passaggio dalla tassazione del reddito effettivo a quella del reddito “normale”.

La libertà e le tasse, la protesta fiscale e il senso dello Stato

Esordendo in modo volutamente paradossale l’autore fa propria l’osservazione del filosofo di Harward Robert Nosick, secondo cui “la tassazione del reddito da lavoro configura una sorta di lavoro forzato”. Infatti lo Stato, prelevando al cittadino una parte di reddito equivalente al profitto di un certo numero di ore lavorative, lo costringe a lavorare gratis per quelle ore e, quindi, lo rende di fatto temporaneamente schiavo. Dunque la fiscalità determina un costo, in termini di libertà personale, che, se è accettabile quando è attinente ad attività propriamente pubbliche, risulta odioso quando è causato da un’inefficiente ingerenza dello Stato in ambiti in cui potrebbe operare con successo la società civile. Così non tardano a delinearsi le ragioni della protesta fiscale: invece di scandalizzarsi perché i contribuenti, nel 1986, si permisero di “parlar male di Garibaldi”, Antonio Martino sostiene che i benpensanti dovrebbero [...] rendersi conto non solo che la protesta fiscale è legittima [...], ma che essa costituisce caratteristica tipica ed ineliminabile della democrazia”, e che se vi è [...] qualcosa di strano nella protesta fiscale in Italia, non è certo il fatto che abbia avuto luogo, ma che non abbia avuto luogo prima”. Oltre all’eccessività del prelievo, gli italiani devono subire una legislazione fiscale“complessa, contorta, farraginosa, contraddittoria e spesso incomprensibile”, per cui neanche contribuenti con titoli di studio avanzati e di buona cultura possono adempiere ai loro obblighi fiscali senza l’ausilio di esperti. Come se ciò non bastasse, vengono comminate[...] pene enormi ai contribuenti che adempiono i loro obblighi fiscali anche solo con un giorno di ritardo”: dinanzi a simili episodi “a me sembra — giunge ad affermare Antonio Martino — che questo terrorismo fiscale sia indegno di un Paese civile”. Ciononostante, alcuni ritengono che interrogarsi sulla legittimità della pretesa fiscale sia segno di mancanza di senso dello Stato; ma, se il senso dello Stato è la consapevolezza dell’importanza delle sue funzioni, è lecito indagare quali siano le attività di sua competenza e quali no, quali da finanziare e quali da lasciare invece alla libera iniziativa, ponendo in questo modo le premesse per una fiscalità equa.

Il problema è ulteriormente complicato da [...] coloro che parlano della necessità di perseguire la “giustizia distributiva” attraverso la fiscalità e da una mentalità corrente, secondo cui le imposte sarebbero[...] fine a se stesse, una sorta di meritata punizione da infliggere a chi produce e guadagna un reddito”. Anche questo aspetto va tenuto presente per comprendere come la spesa pubblica e la fiscalità abbiano potuto raggiungere, negli ultimi venticinque anni, i livelli denunciati dall’autore e perché, fra le cause che rendono difficile la soluzione dei problemi della spesa pubblica, dell’imposizione e dell’evasione, occupi un posto non secondario un diffuso sentimento, conscio o inconscio, di invidia sociale.

La misura della fiscalità

Secondo l’autore, la misura effettiva della fiscalità non è data dal totale delle entrate — fiscalità esplicita —, ma dall’ammontare complessivo della spesa pubblica — fiscalità implicita. Di questa fa parte anche il disavanzo pubblico, che, a tutti gli effetti, è un’“imposta diffusa”,“invisibile” agli occhi dei più, e [...] “a scoppio ritardato”, nel senso che l’effettivo pagamento del disavanzo viene spostato avanti nel tempo e grava sui contribuenti futuri”. Negli anni che vanno dal 1960 al 1985, la spesa pubblica è aumentata da 7.588 miliardi — pari a 77.634 se comparati al diminuito potere d’acquisto della lira — a 425.263, con un incremento reale del 448%. In questa condizione parossistica, il settore pubblico, nel 1985, impiegava mediamente, per spendere un miliardo, soltanto poco più di un minuto; tale esborso è costato, nello stesso periodo, quasi sette milioni e mezzo ad ogni italiano.

Queste prime cifre mostrano anche che, sempre negli ultimi venticinque anni, l’inflazione è stata superiore al 1.000%, un dato rilevantissimo, anche sotto il profilo fiscale, per valutare gli effetti del cosiddetto fiscal drag, del “drenaggio fiscale”, e la dinamica della fiscalità occulta.

Al finanziamento della spesa nell’anno 1985 hanno concorso, accanto alle imposte dirette (24,8%) e a quelle indirette (17,5%), i contributi sociali (25,4%) e altre entrate (8,1%), oltre ovviamente a un indebitamento netto pari al 24,3%.

Il “giorno dell’indipendenza personale”

Se si confronta l’ammontare complessivo dei costi pubblici con il reddito nazionale si ottiene la percentuale di reddito prodotto dagli italiani e da questi, consapevolmente o inconsapevolmente, consegnata all’erario. Tale percentuale può essere espressa anche con il numero di giornate lavorative che l’italiano medio deve dedicare al “leviatano pubblico” per la fornitura dei mezzi richiesti. Nel 1974 l’economista americano Milton Friedman ha proposto l’istituzione di “a new holiday”, di “una nuova festa” celebrativa del giorno in cui il contribuente medio smette di lavorare per il settore pubblico e inizia a destinare a sé e ai suoi i frutti del proprio lavoro. In Italia questa nuova festività, che Antonio Martino propone di intitolare “il giorno dell’indipendenza personale”, è mobile e “progressiva”: infatti, se nel 1960 si sarebbe potuta celebrare il 29 aprile, nel 1980 si sarebbe dovuto attendere il 27 giugno e, nel 1985, addirittura Ferragosto: a suo avviso, il rapporto fra la spesa pubblica e il PIL, il prodotto interno lordo, [...] costituisce la misura più evidente dell’abuso del potere politico ai danni della collettività”, mentre è [...]illusorio ritenere che la libertà individuale sia tutelata e abbia un futuro quando la macchina politico-burocratica assorbe [...] oltre il 60 % del reddito nazionale”. D’altra parte, i difensori dello statalismo bollano queste argomentazioni qualificandole come “qualunquistiche” e “poujadistiche” e cercano di confutarle tecnicamente sostenendo che, per effetto dell’economia sommersa, il PIL è sottostimato e che, di conseguenza, le dimensioni del disavanzo devono essere ritenute meno preoccupanti, che la spesa pubblica non può essere considerata eccessiva e che l’imposizione può ancora aumentare.

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