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Orsi e tori, la Leggenda della Borsa: Terza parte: Gli Hambro, i finanziatori di Cavour

rubinetto_soldidi Giorgio Frabetti- A contrastare il primato dei Rothshild sulla City londinese e sulla piazza finanziaria europea, nel XIX secolo riuscirono forse solo gli Hambro. La famiglia Hambro arrivò alla borsa in modo assolutamente casuale: il Patriarca Johachim era un modesto commerciante danese di sete. Commerciando un bene di lusso , doveva concedere ampio credito ai Clienti: carichi di titoli nobiliari, ma non sempre solvibili. Di qui, l’accostamento alle tecniche finanziarie: “Al fallimento di alcuni gentiluomini, si interroga sulle modalità di ripartire il rischio. Dapprima compila una lista dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’ pagatori, inaugurando la prassi dei fichier bancari, che prelude alla diversificazione dei crediti e dei relativi tassi”. In questo modo, i “buoni pagatori” hanno l’opportunità di fruire di migliori tassi, per gli altri condizioni capestro: “Trovata di non poco conto- dichiara Giancarlo Galli- destinata a rivoluzionare la tecnica dei prestiti bancari”. Di qui, il Ns. Hambro diverrà l’inventore degli hudge found; si, proprio quei famigerati fondi “ad altro rischio”, croce e delizia di chi ha investito nei cd mutui subprime e derivati nei primi anni del decennio 2000. Considerato che i ‘cattivi’ pagatori non alleggeriscono la presa sulle sue finanze, il Patriarca Hambro decide così di “vendere” i crediti in sofferenza nella Piazza di Copenaghen, promettendo (coerentemente) tassi eccezionali, senza nascondere l’alto rischio delle operazioni: e i compratori, nonostante i rischi, accorrono! Nemmeno questo strumento, a quel che risulta fu risolutivo e gli procurò non pochi guai. Di qui, ammaestrato dagli inganni che la vita di commerciante e finanziere gli aveva riservato, si fece promettere sul letto di morte dal figlio Jospeh che non si sarebbe mai dato alla finanza. Ma i figli raramente mettono in pratica i consigli paterni. Stretto nel modesto ruolo di “bottegaio” e ormai tentato dal “frutto proibito” della speculazione, sfruttando qualche legame mondano e massonico, lanciò, in piena epoca napoleonica, il “colpo grosso”: si mise a disposizione per trasferire capitali nella City londinese per coloro (nobili e casate regnanti) che paventavano le espropriazioni napoleoniche. Di questo passo, fece rapida carriera e venne insignito del titolo di banchiere ufficiale della Real Casa di Danimarca. Nemmeno questo ruolo, però, lo soddisfece pienamente: che senso aveva essere un “grande banchiere” in un “piccolo paese” come la Danimarca? Per ciò, indusse l’unico figlio Carl Johachim a “pensare in grande”, e ad aprire una banca nel cuore di Londra, insidiando il primato dei Rothshild. Allora, c’era solo una famiglia che era dediti a queste operazioni di “finanza sovrana”, i Rothshild. Finchè si trattava di ricevere denaro e ricchezze dalla Danimarca, per il tramite di Joseph, tra Rothshild e Hambro non erano corse frizioni; ma aprire una Banca nel cuore degli affari della casata tedesca, significava lanciare una sfida che non avrebbe potuto essere accolta passivamente. Alla prima occasione, i Rothshild fecero pagare agli Hambro le loro ambizioni, boicottando un prestito di 800.000 sterline richiesto dal Regno di Danimarca, in occasione della guerra con la Confederazione Germanica per la disputa sullo Schlewig-Holstein. Un boicottaggio che avrebbe potuto mandare a monte il precario prestigio degli Hambro, se Carl Johachim, con una decisione senza precedenti, non avesse deciso di collocare direttamente al pubblico, con annunci sui giornali, i titoli danesi. L’offerta pubblica di acquisto (l’OPA) nacque da lì, ma allora non lo si sapeva. Incredibilmente, tutti i titoli vengono venduti in poco tempo a migliaia di risparmiatori. Ma la storia degli Hambro si intreccia anche con la storia d’Italia. A prescindere dai legami con Michele Sindona negli anni ‘60-’70 (di cui torneremo a parlare), la disponibilità degli Hambro sarà, ad esempio, la fortuna del Regno di Sardegna, alla vigilia dell’Unità d’Italia. Ai tempi della fine della Prima Guerra d’indipendenza, sconfitto dall’Austria, il Ministro delle Finanze Camillo Benso Conte di Cavour è alle prese con l’inflazione e con le riparazioni austriache. Già il Piemonte era in rapporto con i Rothshild; addirittura, il piccolo Regno veniva considerato una specie di “riserva di caccia” delle diverse casate rothshildiane. Ma, dato l’isolamento internazionale del Piemonte, il sostegno alla Rivoluzione del 1848 in Italia, i Rothshild esitarono a compromettersi. Cavour colse, allora, la palla al balzo e si rivolse ai concorrenti, Hambro; tramite il Banchiere genovese De la Rue, Hambro e Cavour si incontrano e convennero un prestito di 04 milioni di sterline al 05 per cento di interesse. Naturalmente, per perfezionare il prestito sarebbe stato necessario trovare un’adeguata motivazione: chi non avrebbe esitato a prestare denaro ad uno Stato dalle incerte prospettive come il Regno di Sardegna? Dal cilindro di Carl Johachim venne la trovata geniale: in cambio del prestito al Piemonte, gli Hambro si impegnavano a finanziare la costruzione di una rete ferroviaria tra Genova e la Svizzera: in questo modo, i risparmiatori che avessero comprato le cedole del debito pubblico sardo-piemontese avrebbero potuto ottenere come bonus la conversione dei titoli di debito in azioni delle costruende ferrovie. Un’operazione brillante, ma che lì per lì trovò ostacoli molto rilevanti. Innanzitutto, dal Piemonte stesso: la clausola della convertibilità, in particolare, suscitò forti critiche e polemiche circa una presunta “colonizzazione inglese” dell’economia sabauda (un argomento che tornerà spesso nelle dispute politico-finanziarie: italiane e non). Ma anche lo stesso collocamento dei titoli trovò ostacoli, per il forte boicottaggio dei Rothshild, che, in sintonia con i desiderata dei governanti inglesi e francesi, vedevano di cattivo occhio la costruzione di un canale continentale “italiano” verso il Centro-Europa alternativo alla Francia e fuori dalle rotte mediterranee della flotta commerciale inglese. Fu grazie agli investitori di Berlino e di Amburgo, più comprensibilmente interessati ad uno sviluppo delle infrastrutture italiane, se l’operazione andò in porto. Grazie agli Hambro, anche l’Italia a poco a poco iniziò il suo debutto nei circuiti finanziari internazionali, sia pure in una posizione subordinata. I rapporti Hambro-Italia avranno, poi, un’ulteriore coda: nel 1881, gli Hambro erogarono all’Italia un prestito di 13 milioni di sterline. In conclusione, la concorrenza con i Rothshild fu il propellente essenziale per lo sviluppo della potenza degli Hambro. In particolare, con il trascorrere del tempo, tra le due casate dell’alta finanza si delineò una specie di “separazione funzionale” in termini di clientela. Se i Rothshild coltivano di più i legami con la “finanza sovrana” di Super-Potenze (di allora) come Francia e Inghilterra, gli Hambro trovano maggiore udienza nei Piccoli Stati. La ragione per cui gli Hambro si rivolsero preferenzialmente ai piccoli è parte integrante della loro strategia di azione: assecondare i potentati piccoli, marginali, fu sempre una strategia coltivata dagli Hambro penetrare in un mercato, evitando di sottostare al potente di turno. I Rothshild nel XIX Secolo; gli altri (esempio Cuccia) nel XX Secolo.

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