10 ott, 2011
Quando Varese si ribella al Senatùr
di Giorgio Frabetti- Ammutinamento: non si era mai verificato in ambito leghista una ribellione ai diktat di Umberto così evidente.Non vogliamo e non possiamo entrare nel merito della vicenda varesotta, ovvero disquisire su chi abbia ragione: già solo che siano avvenuti quei contrasti tra base e vertice del partito è grave. E comunque costituiscono un grave precedente di insubordinazione a Roma e a Bossi, che potrebbe facilmente spingere altri dissidenti leghisti all’emulazione. Il tappo pare proprio saltato. Diceva Indro Montanelli, un indizio non vale niente, due indizi sono una mezza prova, tre indizi sono una prova intera. E i fatti di Varese, uniti ad una sequenza di tonfi elettorali abbastanza conclamati, stanno lì ad indicare la grande crisi che la Lega sta attraversando. Già alle elezioni amministrative di maggio la Lega aveva perso: o meglio tendeva a perdere dove si presentava coalizzata con il PDL e a vincere dove si presentava da sola. Ma anche il referendum di giugno, che ha fatto registrare le punte più alte di affluenza proprio al Nord, chiaro segno di una disaffezione leghista che montava: già prima delle “Manovre uno e due” d’estate, per la sofferenza dei Padroncini e degli autonomi del Nord, insofferenti verso il crescente carico fiscale e verso i tagli ai servizi pubblici e agli Enti Locali del Nord. I fatti di Varese confermano questa tendenza. Il Nord sta ritirando la delega alla Lega (e in prospettiva all’intero centrodestra). La Lega pareva un piccolo miracolo: pareva non esistesse più un partito con una così forte delega dal basso, dagli elettori. Almeno i dirigenti leghisti hanno la loro base nel popolo, hanno un referente territoriale sicuro: fino a nemmeno un anno fa lo stesso Ilvo Diamanti nel Mulino (Lega di lotta e di governo), pur avvertendo sui conflitti di potere che specie nell’asse Maroni-Bossi-Zaia si stava delineando, non mancava di rilevare il forte radicamento popolare della Lega, così unico ormai nel panorama dei “partiti di plastica”, delle leadership create a tavolino e dal ceto politico autoreferenziale. Finora, la Lega ha costituito un movimento di “insorgenza” del popolo del Nord produttivo contro Roma parassitaria e intrigante; ma non era mai capitato che una frazione (e una delle più rilevanti come il varesotto) facesse blocco contro il Segretario locale imposto da Roma, eletto a dispetto dei congressisti. E’ difficile prevedere le ripercussioni di questo evento sulla Segreteria leghista e sugli aggiustamenti (vedi rivalità Calderoli-Maroni) che potrebbero delinearsi nell’entourage leghista: non è da escludere che Bossi si spinga ad accentuare la strategia massimalista intrapresa dopo le due sgradite Manovre finanziarie d’estate, per recuperare la parte più ottusa, ma anche più facile da mobilitare per contenere le possibili perdite: gli ultimi sondaggi accreditano un sorpasso di Vendola su Bossi (che comunque si mantiene relativamente stabile!). E’ evidente che Bossi potrebbe essere spinto a gesti clamorosi: far dimettere Tremonti il Ministro delle tasse; ovvero lo stesso Governo, ove non riuscisse a scalzare Tremonti (ed è più probabile la seconda, dato che il Governo difficilmente potrà liberarsi di colui che oggi è il garante dell’impegno BCE-Italia sul pareggio di bilancio). Ma la lezione da trarre, secondo me, è più generale. Cosa accadrà dopo? A mio modesto giudizio, le elezioni amministrative di maggio, la sconfitta della Moratti a Milano, la forte maggioranza antiberlusconiana che si è registrata al referendum di giugno (con un forte apporto di Lombardia e Veneto) dimostrano solo una cosa: la crisi sta rivoluzionando le abitudini politiche degli italiani; specialmente dei ceti medi (Lombardia e Veneto ne sono un campione interessante). I fatti di Varese paiono proprio una tappa di questa “rivoluzione”. Sta, cioè, finendo l’èra in cui la Lega e il centrodestra erano espressione naturale e quasi monolitica del blocco sociale del centro Nord; un processo speculare a quello denunciato per la Sinistra in Emilia Romagna in un recente convegno CNA di Bologna dove si è cantata la fine di un’epoca. Per i ceti medi livellati dalla crisi, un partito vale l’altro: i taboo ideologiche e tradizionali sono finite e, pertanto, non c’è più convenienza a fissare il voto ora su un partito ora su un altro. La crisi della Lega (come della Sinistra in Emilia Romagna) sta aprendo nuove frontiere del mercato politico dalle prospettive incerte e dubbie. Chi se ne gioverà? Casini? Fini? Di Pietro? Vendola? Astensione? Non si sa, ma le danze sono aperte.