7 ott, 2011
Orsi e Tori, la Leggenda della Borsa-seconda parte: La Dinastia Rothshild
di Giorgio Frabetti- “Un Rothshild ha da essere ebreo, ricco, filantropo, lavoratore e soprattutto banchiere. Impegnato a dare continuità alla dinastia. Il nostro futuro è scritto nel nostro passato, nella storia d’Europa”. Così Edmund de Rothshild riassunse a Giancarlo Galli, autore de La fabbrica dei Soldi, la storia e la mission di una delle più leggendarie dinastie della Finanza mondiale. Sui Rothshild aleggia un’aria di leggenda (più’ spesso nera), più’ o meno pompata nella più’ varia letteratura complottista europea. Sfatando tale ‘leggenda nera’, Giancarlo Galli, nel libro che qui si commenta a puntate, ne contestualizza la fortuna rinvenendola, oltrechè nell’ascendenza ebraica del clan, essenzialmente nel consolidamento come istituzione della Borsa. “Poveri commercianti del Ghetto di Francoforte, non avevano neppure un vero cognome -dice Giancarlo Galli – Rothshild presero ad essere chiamati allorchè Meyer Amschel diede dignità alla modesta casa dall’insegna rossa con un piccolo scudo (in tedesco, Rot Schild) dove erano cresciuti. Il soprannome, di cui vanno giustamente fieri, se lo tennero: anche dopo il trasferimento di Amschel nella più decorosa palazzina dallo ’scudo verde’”. Scorrendo l’avvincente rievocazione di Galli, il Patriarca Rothshild non si era arricchito in modo particolarmente straordinario o misterioso, quanto attraverso il lavoro iniziato a quindici anni presso la Banca degli Oppeneihmer, dove aveva appreso l’arte di far fruttare i patrimoni dei maggiorenti locali. Ai tempi del Patriarca Rothshild, infatti, la Borsa aveva già varcato i due secoli (dopo la fondazione ad Anversa nel 1531 e a Londra nel 1571), si era consolidata come istituzione affidabile di impiego dei patrimoni dei più ricchi e aveva trascorso le prime oscure vicende della ‘bolla dei tulipani’ in Olanda e poi della ‘Compagnia del Mare del Sud’ e della ‘Compagnia del Mississipi’ in Francia. Soprattutto queste ultime (sia pure oscure) vicende avevano rivelato l’estremo interesse delle Case Regnanti in uno strumento (la Borsa) capace di oliare il loro ”debito sovrano”: istituzione, quest’ultima, destinata a diventare, con il consolidamento degli Stati, uno dei problemi dalle maggiori ricadute politiche e sociali (vedi la crisi fiscale che sfociò nella Rivoluzione Francese del 1789). Un po’ per la consumata pratica degli affari, un po’ per l’assoluta primazia nel saper oliare la Finanza al servizio del “debito sovrano” degli Stati, il Patriarca Rothshild capì che era giunta l’ora per fare della propria famiglia uno dei clan più potenti d’Europa e decise, così, verso la fine del XVII secolo, di lanciare i figli nel caldo agone politico-finanziario. Trattenuto presso di sè Amschel Jr., il Patriarca spedisce Kalman a Napoli, Jacob a Parigi, Salomon a Vienna, Nathan in Inghilterra. Poco brillante è la performance di Kalman in Italia e di Salomon a Vienna, fu il “ramo” francese e poi inglese della dinastia a dare il meglio di sè e a plasmare un’epoca almeno fino alla Prima Guerra Mondiale. Jacob fondò la propria banca a Parigi nel 1814, verso la fine dell’Impero Napoleonico, dimostrando un’abilità non comune a districarsi nel complesso gioco politico francese che, specie della prima metà dell’800 conosce continui cambiamenti di regime. Compreso che la sistemazione politica e sociale seguita al Congresso di Vienna del 1815 non avrebbe potuto riportare indietro gli orologi all’ancième regime; e che la Rivoluzione Industriale sarebbe stata il futuro dell’Europa, Jacob metterà in atto una straordinaria strategia “doppiogiochista”. Amico dei nobili più retrivi e dei più progressisti capitani d’industria e intellettuali, Jacob si attirerà la nomea di “perfido ebreo” e “senza patria”: amico di Luigi Filippo prima, della Repubblica del 1848 poi, e del Secondo Impero di Napoleone III (nato per affossare la Repubblica), in nome del “vil denaro” (di cui tutti i regimi abbisognano), Jacob sarà decisivo per la colonizzazione dell’Algeria e per permettere ad una Francia “umiliata e offesa” di pagare il salato conto delle riparazioni chieste dalla Germania dopo la sconfitta di Sèdan (1870). Un potere enorme, alimentato anche grazie al mecenatismo di cui Jacob Rothshild diede straordinaria prova tra poeti e letterati francesi: frequentatori abituali dei suoi salotti, ad esempio, furono Heinrich Heine, Honorè de Balzac, George Sand, Fryderyk Chopin, Eugène Delacroix, con ciò contribuendo in misura decisiva al mito della Francia Felix, patria della Cultura e della Dolce vita che resistette fino a Sèdan. Ma il troppo potere, si sa, logora e così fu per Jacob; il quale dovette subìre nella seconda metà del XIX Secolo un moto di pesante riprovazione popolare: da parte della borghesia umiliata da Sèdan (la cd “generazione del ‘70″) sia da parte del proletariato organizzato dal movimento socialista, specie nel capofila Jurès. Una difficile condizione, tra l’incudine e il martello che, nel tempo, porterà alle nazionalizzazioni delle Banche Rothshild in Francia ad opera della repubblica di Vichy prima e del Presidente Mitterand poi: un affronto che i rampolli Rothshild non poterono sopportare e che li portò a lasciare la Francia con odio insanabile. Ebreo per la Destra, capitalisti per la Sinistra: con questo triste viatico, finì la rampante storia dei Rothshild nelle contrade di Francia. Fu comunque Nathan, il “ramo inglese” dei Rothshild, l’esponente di maggior fortuna e durata. Già zelante sostenitore delle truppe inglesi di Wellington, Nathan si rese artefice di una delle più ardite e complesse operazioni “estero su estero” che mai furono realizzate nella storia: durante la fuga del Principe Guglielmo d’Assia dalle truppe rivoluzionarie francesi, Nathan prestò i suoi “buoni uffici” affinchè il padre Amschel trasferisse, tramite complessi congegni contabili, il tesoro del Principe sulla Piazza Londinese presso la banca N.M. Rothshild & Son, in New Court Street. Ma la leggenda di Nathan, grandissimo “pescecane di guerra”, sarà consacrata alla storia con la battaglia di Waterloo. Racconta Giancarlo Galli: “La leggenda rothshildiana vuole che Nathan apprendesse dai piccioni viaggiatori inviatagli da un corrispondente l’esito finale dello scontro “. Conscio che la notizia di una vittoria inglese avrebbe determinato un fortissimo rialzo dei titoli del debito pubblico inglese, Nathan, con la notizia della vittoria in tasca, arrivò in Borsa. Abilissimo manipolatore degli umori delle folle di Borsa, e abilissimo insider (pronto ad usare con la massima disinvoltura le “informazioni riservate”), il Ns. invece di comprare, come un “profano” si sarebbe aspettato, vendette. Gli altri operatori furono portati in massa ad imitarlo e si determinò così un pesante ribasso, fino al limite del crollo, sui titoli inglesi. Con astuzia geniale, prima della diffusione ufficiale della notizia della vittoria inglese, invece, iniziò a comprare, intascando lauti profitti (la contemporanea presenza del fratello a Parigi, che pure giocò un ruolo meno brillante, ma si arricchì anch’egli delle disgrazie di Napoleone contribuì ad alimentare la leggenda nera dei Rothshild “senza Patria”). Da allora, in Inghilterra fu l’apogeo dei Rothshild: furono “consulenti” della Corona inglese, quando si trattò di rimborsare i farmers della Giamaica rovinati dalla fine della schiavitù, quando si trattò di riscattare nel 1875 il Canale di Suez; con il XX Secolo, invece, iniziò il declino. In conclusione, i Rothshild furono i primi professionisti della finanza (non avventurieri d’assalto come Law) che compresero la massa critica della “finanza sovrana” potesse diventare il volano principale, il “trampolino di lancio” del proprio Impero Economico. La loro intuizione ebbe una portata storica; tuttavia, questa fortuna è anche costata alla famiglia Rotshild la nomea dei “perfidi ebrei”, sempre pronti a complottare e a trafficare nei momenti più torbidi della storia. In realtà, i Rothshild possono oggi intendersi come i rappresentanti per antonomasia di un Secolo l’800, carico di tutte le sue contraddizioni. Con la loro intensa attività finanziaria, infatti, i Rothshild si posero a cavallo di due epoche, tra due “secoli l’un contro l’altro arimati”, ovvero tra ancième regime e epoca borghese, districandosi nelle passioni politiche e sociali con spregiudicatezza, senza prendere parte ad alcun partito, forti sia della naturale propensione al cosmopolitismo ebraico e della convinzione pecunia non olet, il denaro non ha odore. E in questo loro indubbio carattere “apolitico” potè alimentarsi la loro “leggenda nera”, anche in parallelo con il risveglio antisemita montante tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo (specie in Francia e Germania).