2 ott, 2011
La Padania non esiste?
di Giorgio Frabetti- Sull’onda del grande scalpore suscitato dalle dichiarazioni di Napolitano sulla Padania e sui recrudescenti slogan secessionisti di Bossi, mi pare sia sfuggito ai commentatori un piccolo, ma decisivo aspetto. Siamo tutti d’accordo che l’ipotesi di una secessione è del tutto fuori dalla realtà, oltre ad essere incontestabilmente sovversiva: e su questo aspetto le dichiarazioni del Capo dello Stato, supremo tutore dell’unità nazionale per mandato costituzionale, sono ineccepibili. Attenzione, però, a non cadere, in nome delle consuete esagerazioni di “patriottismo costituzionale” (o “fondamentalismo costituzionale”) nell’eccesso opposto. Certe frasi in politica, non c’è niente da fare sono pericolose, anzi portano sfortuna. Portò sfortuna ad esempio alla Sicilia la frase “La mafia non esiste” … sappiamo poi come essa è stata smentita dai fatti! Non vorremo che lo stesso capiti con questo ennesimo tormentone mediatico. Guai ad approfittare del solito “fondamentalismo costituzionale” e utilizzare questa frase di Napolitano per ignorare il valore dell’esperienza leghista in questo scorcio di cd Seconda Repubblica. Dietro la Padania, aldilà degli appelli alle jacquerie secessioniste, esiste un mondo realissimo (sociale, economico, culturale) che ha mosso non solo la vita delle Regioni del Nord, ma ha terremotato la vita nazionale. Inutile, Signori, la Lega ci ha lasciato la lezione di una politica indubbiamente spregiudicata e post-ideologica, fortemente impregnata di una visione contrattualistica e disincantata dei rapporti di potere. La Lega fu essenzialmente Insorgenza (mi rifaccio alla nozione elaborata dallo scrittore Giovanni Cantoni ne l’Insorgenza come categoria storico-politica, inCristianità nr. 337-338/2006); Insorgenza di un omogeneo blocco sociale ed economico che si sentiva protagonista del dinamismo sociale ed economico della Nazione, ma la cui importanza era disconosciuta dai partiti della Prima Repubblica. Di un blocco che molto disincantatamente pose il metro di giudizio della politica in termini di adeguatezza ed efficienza tra imput delle tasse richieste dallo Stato e l’output (prestazioni di risultato). Il movimento leghista pose poche, ma decisive, radicali domande: istanze che (caso unico nella Seconda Repubblica) plasmarono lo Stato italiano sul lungo periodo: di qui, l’istanza localistica (output), intesa come prima risorsa decisionale della politica, la quale ha determinato le profonde riforme di decentramento amministrativo, che fino agli anni ‘90 erano rimaste un vago auspicio di Minghetti, Sturzo e altri. La “questione fiscale” (input) posta dalla Lega ha portato alla riforma del federalismo fiscale che sta già riformando alla radice non solo i gangli di riscossione nel rapporto Centro-Periferia, quanto più radicalmente la politica locale, destinata a profonde (e benefiche) pressioni di responsabilizzazione. La Lega effettivamente non ha dato molto altro; ma ha già dato abbastanza alla storia d’Italia per essere ricordata nel lungo periodo. Meriti che nessun partito in questa Seconda Repubblica può comunque vantare. La storia leghista si imprime a pieno diritto nella direzione di un nuovo movimento conservatore, anzi il solo movimento conservatore che finora in Italia abbia prodotto risultati di durata, per quanto discutibili; in questo laLega gode di un primato indiscusso, anche su Berlusconi, il quale effettivamente “venne dopo”, ovvero potè scendere in campo solo dopo il terremoto leghista e a causa di questo, proponendo una formula che imitava apertamente il movimento leghista. Oggi, come nel 1994, il punto non è rimuoverne il leghismo (forse al tramonto complice la crisi economica e l’erosione dei ceti medi settentrionali), ma svilupparne il potenziale in una formazione politica conservatrice organica, che ne riprenda la lezione pragmatica con cui ha inteso i rapporti col potere: non rapporti mediati dall’Ideologia, non dalla Tradizione, ma come Patto Società-Politica funzionale alla produzione di risultati. E’ evidente che di un Nuovo Patto Società-Politica abbiamo tutti bisogno in questo momento così drammatico (e il centrodestra segnatamente per il proprio rinnovamento). Evitiamo, quindi, di adagiarsi ancora una volta nel politically correct. In nome del nuovo slogan “La Padania non esiste” dovremmo ignorare questo? Certamente no.