29 set, 2011
Che cosa manca agli italiani per uscire dalla crisi
di Antonino Armao. La lettera della BCE al Primo Ministro del Governo italiano, datata 5 agosto 2011 e pubblicata oggi dal Corriere della Sera, segna una svolta nella politica italiana.
Con l’adesione all’euro, la Banca europea ha acquistato pieno titolo a dettare raccomandazioni agli stati membri della moneta unica, così come prima facevano le banche centrali nei confronti dei singoli stati, soprattutto nel momento in cui alcuni paesi come l’Italia attraversano una grave crisi di “reputazione della firma sovrana”.
Il fondamento giuridico di tutto ciò sta nella Costituzione e nei trattati europei. Che una entità sovranazionale (europea) detti le regole ad uno stato membro dell’Unione non è una novità: la Commissione Europea lo fa da sempre con i suoi regolamenti, direttive, e raccomandazioni.
Tuttavia questa volta c’è una differenza sostanziale.
Questa volta una istituzione europea, la BCE (composta da tutte le banche centrali dei paesi dell’euro ma non è la semplice somma delle sue parti), non ci sta chiedendo solo di uniformare le aliquote dell’IVA o di assicurare tempi ragionevoli per i processi o di rispettare le quote latte.
Questa volta una istituzione esterna allo Stato italiano ci sta chiedendo di fare riforme economiche (ma anche politiche) strutturali per la sostenibilità del bilancio, cioè del debito pubblico, cioè della moneta unica europea.
Se, come spesso è accaduto fino ad oggi, l’Italia non rispetta i regolamenti, le direttive e le raccomandazioni sulle quote latte o sui tempi dei processi, il massimo che può capitarci sono delle multe salate (che paghiamo come prezzo politico della nostra inadeguatezza a stare in Europa).
Stavolta invece la partita è un’altra.
Questa volta, se non rispettiamo le raccomandazioni della BCE (e semplifichiamo molto) questa non ci compra più i titoli del debito pubblico con i quali paghiamo le spese pubbliche (sanità, pensioni, scuola, stipendi pubblici, strade, ferrovie, etc. etc.).
E se la BCE non finanzia il debito dei suoi stati membri figurarsi gli investitori privati.
Ciò significa una cosa sola: la prospettiva del fallimento o default, come lo chiama chi crede di esorcizzare con i francesismi la gravità delle cose.
Ed ecco la novità. Forse per la prima volta nella storia della Repubblica italiana una entità sovranazionale ci tiene per le palle. E ci riporta con i piedi per terra dopo decenni di ricreazione.
Come nota chiaramente un giovane economista (Francesco Checcacci www.lettotralerighe.it) “il debito ha cominciato a salire oltre il 40% del PIL intorno al 1971. In questo periodo c’erano i cosiddetti Governi di Solidarietà Nazionale, a guida democristiana con appoggio esterno del PCI. Dato che i comunisti non potevano avere ministri, probabilmente per l’inquietudine che ciò avrebbe provocato in America, ottennero concessioni di spesa che hanno fatto contenti i loro iscritti a spese però dei loro figli e nipoti, che ora si trovano a pagare il conto. E’ stato quindi il consociativismo di marca sessantottina di centro-sinistra, iniziato con Andreotti e continuato con Craxi, ad iniziare una spirale di spesa, debito e mancate riforme che sarebbero costate in termini elettorali di cui oggi viene richiesto il corrispettivo. Speriamo che il pensionamento della generazione della spesa la interrompa”.
L’Europa quindi minaccia di mandarci all’inferno con tutto il nostro Welfare che non possiamo permetterci. E che cosa ci chiede con una pistola puntata alla tempia?
Quello che sostanzialmente qualsiasi governo con senso dello Stato rispettoso delle future generazioni, avrebbe dovuto fare già dal 2000 cioè dall’ingresso dell’Italia nell’euro.
Vediamo quali sono le riforme che la BCE definisce “essenziali”.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
Ecco, con il senno di poi, che cosa avrebbero dovuto fare i governi di destra e di sinistra che si sono succeduti dal 2000 ad oggi (invece di raccontarci che tutto andava bene quando erano al governo e che tutto andava male quando stavano all’opposizione).
Sia la Destra che la Sinistra (classificazione puramente giornalistica perché ad essa non corrisponde alcun reale contenuto politico) hanno latitato sulle uniche responsabilità che le rispettive classi dirigenti avevano nei confronti di questa Nazione. Per motivi elettorali e clientelari.
Però, siccome non vogliamo unirci al coro dei professionisti dell’antipolitica, cioè di coloro – e non facciamo nomi per carità di patria – che fondano le loro fortune politiche e quelle dei loro figli, sull’antipolitica d’accatto – riteniamo che a questo punto serva una soluzione di unità nazionale come opportunamente osservato da Giorgio Frabetti su queste pagine (www.arezzopolitica.it). “L’unica possibile alternativa, a questo punto resta un accordo di responsabilità nazionale (questa volta sì, fatto da veri responsabili) con una legge elettorale proporzionale (magari con sbarramento). Lasciare ai partiti di concorrere da soli alle elezioni, lasciar loro raccogliere seggi in base ai propri voti e di negoziare successivamente, con accordi di programma la maggioranza. Con questi voti, sarebbe razionale una divisione del Parlamento tra “partiti con vocazione governativa” (PDL, PD e UDC) e “partiti antagonisti” (Lega, IDV, SEL). Un’eventualità comunque che richiede una maturità politico-culturale, prima che negoziale, molto rilevante: un simile governo non può essere un “inciucio”, ma una “soluzione eccezionale” che esige accordi programmatici molto seri e rigorosi”.
E, a questo punto, ritorna implacabilmente alla memoria il leggendario aforisma Ennio Flaiano: “La situazione dell’Italia è grave ma non è seria”. La gravità ce l’abbiamo già, ma per uscire dai problemi, a noi italiani, ci manca ancora un elemento essenziale.