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Se si votasse oggi … Quale Alternativa Moderata a Berlusconi?

elezioni2011di Giorgio Frabetti- Se si votasse oggi come si classificherebbe il Terzo Polo? Quali prospettive elettorali concrete disporrebbero i moderati non berlusconiani (UDC e, in second’ordine, FLI e API) per imporre un’Alternativa moderata al berlusconismo? E da ultimo come peserebbe sull’Alternativa la prospettiva di riforma elettorale (oggetto dell’iniziativa referendaria e degli impegni assunti da Berlusconi con il Presidente Napolitano mercoledì scorso)? Non è semplice rispondere. Le uniche cose che possiamo dire con certa tranquillità sono le seguenti: dai sondaggi degli ultimi giorni (essenzialmente il sondaggio curato dalla EMG per TgLa7 lunedì scorso), il Terzo Polo raccoglierebbe un 10% circa e sarebbe del tutto irrilevante per condizionare l’ascesa al Governo sia del centrodestra sia del centrosinistra, a causa della fortissima polarizzazione sulle Estreme (Lega, IDV e SEL) che, da sole, raccolgono quasi quanto il PDL e il PDL rendendosi queste veramente determinanti e “ago della bilancia” delle maggioranze. A queste condizioni, il Terzo Polo potrebbe divenire determinante solo in caso di una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Veniamo a spiegare i non semplici passaggi di questa analisi politico-elettorale. Prima di procedere ci sia consentita una chiosa: solitamente non ci interessa fare commenti sulle simulazioni di voto costruite a tavolino dai sondaggisti: portiamo l’esperienza del 2006, quando i sondaggi davano il centrosinistra di Romano Prodi in grande vantaggio sulla Casa della Libertà, risultato poi sostanzialmente annullato dal semi-pareggio delle elezioni politiche del 09-10 aprile 2006. Oggi però possiamo concederci uno strappo alla regola: essenzialmente perchè è in corso una raccolta di firme per mutare la legge elettorale ed è quindi opportuno valutare il prevedibile scenario in cui questo eventuale mutamento potrebbe inserirsi. Stando alle previsioni di voto, il Nuovo Ulivo uscirebbe apparentemente vittorioso: se si votasse ora, infatti, la coalizione bersaniano-vendoliano-dipietrista raccoglierebbe da sola il 40 per cento (giungendo fino al 44 con socialisti, radicali e cespugli vari); viceversa, il PDL raccoglierebbe il 34 per cento (Lega e PDL da soli faticherebbero ad arrivare al 32), il Terzo Polo sarebbe appena sotto il 9%. Con un sistema maggioritario, comunque congegnato, il Nuovo Ulivo otterrebbe automaticamente la maggioranza dei seggi e l’investitura a governare. Ma una simile maggioranza, se fosse confermato dal voto, consegnerebbe un quadro di sostanziale instabilità, interpretabile incontestabilmente essenzialmente in un sensi: come de profundis del bipolarismo e contemporaneamente della Seconda Repubblica. Teniamo anzitutto a precisare che un tale quadro attesta la degenerazione irrimediabile del bipolarismo all’amatriciana che esiste in Italia dal 1994 e del suo male inteso senso di stabilità politica: stabilità politica, infatti, non significa affastellare i partiti più diversi per raggiungere un voto in più dell’avversario, come ha fatto Prodi nel 2006, restituendo una coalizione di Sinistra tutta sbilanciata sulle Estreme e paralizzata nell’azione di Governo dalla loro demagogia; ma allo stesso tempo stabilità non significa che un Governo debba per forza restare in sella solo perchè “lo vuole” il popolo: come l’attuale coalizione che sostiene il Governo Berlusconi, trasformatasi tra il 2008 e il 2010, per la defezione finiana, da compagine di maggioranza in compagine di minoranza. Fino al 2008, queste distorsioni avrebbero potuto essere corrette da un corretto costume politico (che pure non sono arrivate); oggi non più (stando alle previsioni di voto). La ragione sta nei numeri. Stando ai risultati del sondaggio La7, faticherebbero insieme a raccogliere la metà dei voti; viceversa, nel 2008 raccoglievano i due terzi. Questo numero significa solo una cosa: il bipolarismo non esiste. Non esiste, perchè nè il principale partito di maggioranza (PDL), nè il principale partito di opposizione sono di fatto capaci di egemonizzare  il più dell’elettorato (come capita in tutti i sistemi bipartitici maturi) e di arbitrare i giochi politici. Viceversa, l’attuale stima dei risultati elettorali valorizza l’apporto marginale delle Estreme; non del Terzo Polo. Nè è ravvisabile un possibile “recupero” del Terzo Polo in un’eventuale coalizione PD-UDC, oggi irrealistica: come potrebbero Vendola etc, i principali beneficiari di questa divisione del centrodestra dividere la torta della vittoria con Casini? Senza contare che Di Pietro ha definito Casini “l’escort del Centrodestra”! Certo, Casini potrebbe recuperare un parziale vantaggio al Senato, poichè la composizione “regionale” della distribuzione dei seggi potrebbe sbilanciare non poco (specie nelle Regioni del Sud) le coalizioni. Ma anche qui, l’esperienza dovrebbe renderci edotti: dopo l’esperienza di Pallaro e dei Senatori a vita del Governo Prodi, dopo l’esperienza dei “responsabili” del Governo Berlusconi, non si dovrebbero nutrire soverchie illusioni circa l’eventualità che Esecutivi, anche privi di maggioranza, non possano recuperare un sia pur occasionale e raccogliticcio seguito. Quindi, da questo teorico esito elettorale, i veri sconfitti sarebbero ancora i moderati del Terzo Polo, che riuscirebbero a guadagnare spazio nè nella “vocazione maggioritaria” berlusconiana, nè nella proposta “centrista” e marginale di Casini. Ora, la vulgata mediatica ritiene che, ove andasse in porto il referendum di Parisi, tornerebbe in vigore il Mattarellum e le specificità locali dei singoli collegi uninominali dovrebbero riequilibrare i rapporti di forza, rendendo partiti storicamente locali come UDC e Lega molto condizionanti: per la Lega ciò favorirebbe le tesi maroniane di autonomia dal centrodestra, per Casini ciò significherebbe costringere a Berlusconi di convogliare nella coalizione l’UDC, ma pagando un prezzo salatissimo in termini di minore forza politica (con ciò costringendo Silvio ad un sostanziale hara kiri politico). Questo argomento veniva ventilato nella Repubblica di lunedì; è argomento suggestivo, ma non tiene conto di due pesanti subordinate. Una generale: è attualmente molto discutibile in sede tecnico-giuridica la tesi dei promotori, ossia che il referendum riesca a restituire ipso iure la legge elettorale previgente (tesi per altro riproposta in precedenti consultazioni, ma mai accolta formalmente nella giurisprudenza della Consulta in sede di vaglio dei quesiti referendari). Quindi, prima di parlare di Mattarellum … ce ne vuole! L’altra subordinata è legata alla composizione del voto stesso: si pensi ad esempio quanto numericamente forti siano le formazioni protestatarie e variamente “antagoniste”  in questa simulazione di voto: tra Lega, Vendola e PDL si arriva al 24%; una forza pochissimo inferiore a PD e PDL messe insieme (al punto che queste costituiscono il vero “terzo partito” in luogo di Casini). Personalmente sono convinto che un ritorno al Mattarellum, in queste condizioni di forti tensioni centrifughe dell’elettorato e di evidente logoramento della leadership berlusconiana (che un tempo, invece, costituiva un fattore centripeto di unità) non possa che far deflagrare queste forze “estreme”, aumentandone la visibilità, il potere contrattuale (grazie anche alla mobilitazione della rete, al collegamento con liste civiche o comitati locali), a scapito delle forze moderate e dell’UDC in particolare (i precedenti delle elezioni amministrative depongono in questo senso). Nemmeno in questo scenario riesco a vedere nell’UDC e nel Terzo Polo la capacità reale di giocare un possibile ruolo di “riscatto” dei voti moderati, di alternativa moderata. Resta l’unica possibile alternativa, la proporzionale (magari con sbarramento): lasciare ai partiti di concorrere da soli alle elezioni, lasciar loro raccogliere seggi in base ai propri voti e di negoziare successivamente, con accordi di programma la maggioranza. Con questi voti, sarebbe razionale una divisione del Parlamento tra “partiti con vocazione governativa” (PDL, PD e UDC) e “partiti antagonisti” (Lega, IDV, SEL). A queste condizioni, il voto al Terzo Polo potrebbe essere utile per un’Alternativa Moderata, a condizione però di concorrere ad una “gross coalition” (PDL, PD) che estrometta dall’Asse di Governo le Estreme. Un’eventualità comunque che, come già riscontrato nel Ns. sito, richiede una maturità politico-culturale, prima che negoziale, molto rilevante: un simile governo non può essere un “inciucio”, ma una “soluzione eccezionale” che esige accordi programmatici molto seri e rigorosi. E’ evidente che, Terzo Polo e PDL, ove riuscissero a gestire questa fase e a rendersene protagonisti, potrebbero rendersi più facilmente artefici di una vera ripresa moderata, e alla ripresa di una vera alternativa conservatrice: come fu per la Merkel nel 2009, quando conquistò la maggioranza alla coalizione di centrodestra demoliberale dopo la buona performance del gross coalitioncon l’SPD tra il 2005 e il 2009. Non è però così chiaro che nello scenario politico attuale sia in vista in Italia un equivalente di Angela Merkel. Il sentiero di un’Alternativa moderata, quindi, appare tutto in salita.

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