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Atreju 2011, questa è l’Italia che voglio al mio fianco ogni giorno

atreju- di Andrea B. – “Fate largo all’Italia che avanza“: lo slogan di Atreju 2011 campeggiava nelle centinaia di manifesti sparsi per Roma, si moltiplicava sulle bacheche facebook e si ripeteva nelle pagine di tutti i quotidiani nella calda giornata di mercoledì 7 settembre, data d’apertura dei lavori. Un’Italia in movimento durante tutti i cinque giorni di manifestazione, per raggiungere Roma e prendere parte a quella che dal lontano 1997 è l’evento cardine di tutto l’universo giovanile della destra italiana, prima momento aggregativo di Azione Giovani, adesso di proprietà di una comunità ben più grande, della Giovane Italia (per chi non lo sapesse è l’organizzazione giovanile del PDL, nata conseguentemente alla fusione tra Azione Giovani e Forza Italia Giovani n.d.r.).  Mai come quest’anno ad Atreju ci si aspettavano così tante risposte, mai come quest’anno da chi fosse stato invitato erano richiesti chiarimenti e spiegazioni e mai come quest’anno si percepiva la trepidazione e l’impazienza di rompere il silenzio ideale che ammanta gli esponenti dell’attuale panorama politico. Mai come quest’anno un’intera generazione di giovani impegnati ogni giorno nella militanza politica desideravano un confronto diretto con chi è alla guida del paese e prende le decisioni finali per il loro futuro, lasciando da parte slogan e qualunquismi da “prima pagina”.

Sono partita con una valigia colma di interrogativi e diffidenze, sono tornata con la certezza che la stessa valigia che mi ero portata dietro io la possedevano altri. Sono partita con un bagaglio di domande e di incertezze, sono tornata con alcune risposte e con la voglia di rinnovare il mio impegno, certa che non sono sola nella mia battaglia, certa che c’è un’Italia che non si è fatta portare via dal vento dell’antipolitica e da quello della rassegnazione o del qualunquismo. Sono partita con il timore di non trovarmi nel posto giusto, sono tornata con la consapevolezza che non c’era altro luogo dove avrei dovuto essere. Ho lasciato la mia città con la convinzione di non dovermi aspettare molto, sono tornata con la certezza che quello al quale ho preso parte ha superato le mie aspettative, ha ribaltato la mia prospettiva e mi ha dato nuovi spunti su cui basare la mia appartenenza.

Dal 1997 Atreju è assieme la conclusione di un percorso – quello estivo – costellato di esperienze fuori dal comune (mi riferisco ovviamente ai campi base ed agli eventi che animano le agende dei tanti ragazzi che vi prendono parte da giugno fino alla fine di luglio) e l’inizio di una nuova stagione politica e comunitaria che riapre i battenti a settembre. Molti di coloro che leggeranno non hanno mai preso parte ad Atreju nè a nessuno di questi momenti così carichi di emozione e di identità dunque molti tra voi non riusciranno a comprendere bene che cosa significhi trascorrere cinque giorni immersi nella bellezza della città eterna, a pochi passi da uno dei simboli dell’Italia qual’è il Colosseo, al fianco dei maggiori esponenti del panorama politico italiano – sia della maggioranza che dell’opposizione – ma anche a centinaia di ragazzi della stessa età uniti da una unica appartenenza, da un unico credo, da un’unica identità (eccezion fatta per eventuali sfumature correntizie!). Atreju è un evento che vuole proporsi come momento di confronto, di riflessione e di risposta agli interrogativi che si accumulano nella mente di chi come me, crede nell’appartenenza ad una comunità che si estende da Aosta fino agli angoli più remoti della Sicilia ma quest’anno il clima che si respirava era di impazienza e di trepidazione: c’erano molti luoghi comuni da sfatare, molte domande alle quali rispondere, molti animi da rassicurare e molte prospettive da proporre ed Atreju quest’anno ha voluto fungere da momento di sintesi per quel calderone ansioso e ribollente, avanguardistico e determinato che è la Giovane Italia. Perchè ad Atreju non c’è soltanto il confronto con personaggi di spicco di un partito, del mondo dell’editoria politica e del giornalismo in senso unico, Atreju non è il classico evento autoreferenziale dove ci si parla addosso e si decidono linee da seguire nel ring della politica che sta per riaprire i battenti, Atreju non è un congresso nè un ritrovo di componente, corrente o che dir si voglia nè una passerella dove sfilano in salsa “Amarcord” tutti i protagonisti dell’attuale maggioranza e non è tantomeno un ritrovo di nostalgici o un covo di fuoriusciti dalla “fogna” nella quale la sinistra (o “le sinistre”) tenta di relegarci da sessant’anni. Atreju è apertura, è sperimentazione, è laboratorio, Atreju è un cuore pulsante che si rinnova ogni anno e che anzi, a volte va tenuto a freno per impedirgli di battere troppo velocemente rispetto ai tempi. Atreju è possibilità di parlare apertamente e senza filtri, è spunto di riflessione continua sui grandi temi dell’oggi e del domani, è uno sguardo critico al passato e un occhio attento al futuro. Ed Atreju mai come quest’anno è stato soprattutto questo: l’opportunità di dialogare alla pari con chi mette mano all’Italia che è ogni giorno e di stare fianco a fianco con chi invece costituisce l’Italia di ogni giorno: politici e giovani, quello che fu e quello che verrà, assieme per cinque giorni a scambiarsi opinioni, a rispondere e fare domande, a cercare chiarimenti ed a comprendere meglio certe tematiche per le quali tanto fumo negli occhi annebbia la vista.

Ogni giorno trascorso ad Atreju è stato un giorno denso di elevati contenuti politici: siamo partiti con l’occupazione giovanile, con il tema delle pensioni, con l’apprendistato e con la manovra economica, siamo passati poi a discutere di diritti in chiave laica e cattolica, di PPE, del futuro assetto politico dell’Italia, di welfare e infrastrutture, di lotta ai privilegi delle caste, di politiche energetiche e della funzione della Patria per arrivare a dar spazio alla cultura con presentazione di libri, mostre e progetti proposti dai giovani di tutta Italia ed allo sport con premiazioni simboliche e momenti dai toni molto più disimpegnati. Il tutto sotto il segno del libero confronto con esponenti del Popolo delle libertà, con il Presidente del consiglio ed il nuovo segretario Alfano ma anche con importanti personaggi dell’opposizione quali Walter Veltroni o Giuliano Pisapia. Tutti i convegni inoltre sono stati legati alla possibilità di proporre spunti per una futura azione legislativa, in modo da mettere al centro della politica le giovani generazioni in un tempo così difficile sotto il profilo economico e così complesso dal punto di vista politico per la disaffezione nei confronti delle istituzioni e dell’assetto attuale del panorama governativo.

Ciò che è stato importante aldilà della politica tuttavia, sono stati i momenti di ritrovo, quel “rinsaldare le amicizie e crearne di nuove”, il significato più alto e profondo che il senso di comunità possa sintetizzare, che un momento globale come questo porta inevitabilmente con sè e che è in grado di abbattere le frontiere della distanza o le differenti sfumature ideologiche per dar vita a quel “cuore pulsante” di cui parlavo prima di cui in ogni momento di crisi c’è impellente necessità. Trascorrere cinque giorni ad Atreju ha significato toccare con mano i dubbi, i timori, le speranze ma anche i punti fermi e i cardini in cui crede e di cui si alimenta una comunità che basa la propria vita quotidiana sull’impegno civile, sociale e politico. Significa rendersi conto che c’è un’Italia che chiede a gran voce spazio, che nutre l’ambizione di essere protagonista della propria epoca e di incidere sul proprio futuro senza un posto in uno qualsiasi dei palazzi del potere, senza far parte di una casta piuttosto che di un’altra, senza scendere a compromessi. E’ un’Italia giovane, che vuole poter un giorno dire di avercela fatta, di aver conquistato il migliore dei mondi possibili, un’Italia che desidera ardentemente l’opportunità di poter domani guardare a testa alta e di poter affermare d’aver contribuito al cambiamento, un’Italia che non vuole più chinarsi alle vecchie logiche di un mondo che avverte come distante, obsoleto ed incomprensibile. Un’Italia giovane che non ha peli sulla lingua quando si tratta di chiedere certezze e di esigere garanzie per il proprio futuro e che non fa sconti quando si tratta di condannare lo scarso impegno, il disinteresse, i privilegi. Un’Italia in lotta ogni giorno, dalla platea di Atreju appena ieri fino ai volantini che andrà a distribuire nei prossimi mesi. Un’Italia che ci sta ma alle proprie condizioni e che non intende sentirsi ripetere i soliti refrain per strappare semplicemente applausi al pubblico. Questa Italia, la mia Italia, è quella che ho visto nei cinque giorni di questo Atreju 2011, che mi auguro di vedere da oggi in avanti ogni giorno e che ogni giorno mi auguro di avere al mio fianco.

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