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11 settembre 2001: scontro di civiltà?

11-settembredi Giorgio Frabetti- Abbiamo deciso di commemorare l’11 settembre in modo diverso. A ciglio asciutto, senza indugiare nella retorica commemorativa, nè nello stucchevole idealismo che vede nei fatti di Ground Zero solo lo scontro tra i Valori (l’Occidente) e il Nichilismo terroristico islamico. Cercando di comprendere meglio i risvolti di lungo periodo, le ombre reali dell’evento e degli sviluppi successivi, senza, però, indulgere al complottismo o al cospirazionismo che ha intersecato l’evento per le ben note circostanze di politica interna USA che hanno percorso tutta la controversa Presidenza Bush. Capire, capire e sempre capire; diversificare le prospettive di analisi di un avvenimento, specie se complesso come l’11 settembre: non c’è terapia alternativa per superare traumi dolorosi come quello di Ground Zero. Il libro di Loretta Napoleoni la Morsa edito da Chiarelettere, pur non perfetto, è una guida utilissima alla comprensione, perchè viene da un’autorevole esperta di finanza internazionale, più volte consulente di Servizi di Sicurezza Esteri. Aldilà di alcuni aspetti che non condivido (a detta dell’Autrice, ad esempio, l’11 settembre è un evento alla base delle genealogia della crisi finanziaria del 2008, per le forzature che l’evento ha indotto nella politica economica USA di finanziare l’aumento di spesa pubblica essenzialmente militare con una politica di bassi tassi di interesse) il testo, infatti, aiuta a capire molti aspetti connessi con l’11 settembre e per questo risulta una lettura stimolante e competente. L’Autrice non nega (a differenza di molti “complottisti”) la genealogia dell’evento nel contesto di AlQaida e del leader Osama Bin Laden: Osama era ormai considerato un Eroe, dopo che aveva contribuito a sconfiggere l’URSS. Da questa lunga saga di resistenza durante l’occupazione sovietica in Afghanistan, secondo l’Autrice, si sviluppa una rete di rapporti (clandestini, militari) che contribuisce a fare delle regioni controllate dai jiaddisti delle ènclaves (gli “Stati guscio” come lo chiama la Napoleoni), che a poco a poco divengono basi logistiche per terroristi, alimentato in modo decisivo dalla cd Finanza islamica. Senza voler addentrarci in ulteriori particolari, basterà qui ricordare che la matrice terroristica di Osama era molto nota nel mondo: ad esempio, nel 1998 Gheddafi fu il primo ad emettere un mandato di cattura internazionale contro Osama, dopo il fallito complotto Maqalita nei suoi confronti. Lo stesso Saddam Hussein si adoperò più volte per ostacolarne l’operato. Addirittura, Osama avrebbe potuto essere estradato già nel 1996: mentre questi era ospite del governo sudanese, il generale Elfatih Erwa, Ministro della Difesa, ne offrì la cattura allo stesso Presidente Clinton, il quale sostanzialmente soprassiede. La Napoleoni segnala poi le più ampie avvisaglie dell’11 settembre nei rapporti dei servizi segreti europei, asiatici e arabi. Come noto, su questa acquiescenza USA verso Bin Laden se ne sono dette di tutti i colori. Aldilà dei complottismi e delle leggende nere, la Napoleoni risponde in modo lineare e limpido: “Catturando Bin Laden, i rapporti tra USA e sauditi avrebbero certamente attraversato una fase di grave tensione, visto che il leader fodnamentalista gode[va] di molta popolarità in Patria”. Si è anche parlato della possibilità di scandali, di rivelazioni compromettenti sul sistema di difesa USA, dopo che Osama era stato quasi un “intimo” degli Americani negli anni ‘80 per sconfiggere l’URSS in Afghanistan. Ma si è anche molto parlato del petrolio, delle cointeressenze tra USA, Bush e Bin Laden negli houdge found connessi; cosìcchè la cattura avrebbe fatto rischiare agli USA un disinvestimento improvviso e rovinoso arabo con impennate improvvise sulle materie prime. Aldilà, comunque, dei facili scandalismi con cui la stampa ha per lo più recepito queste notizie, secondo la Napoleoni, questo complesso di premesse ha portato gli USA alla scelta di gestire la lotta al terrorismo unilateralmente, con i propri servizi segreti, trascurando la leva della cooperazione giudiziaria internazionale. Un aspetto criticatissimo dalla Napoleoni che rinviene in questa impostazione la causa del fallimento investigativo della lotta al terrorismo, specie sul versante delle indagini finanziarie. Indagini che sono state condotte nel segreto, senza passaggi di informazioni tra uno Stato e l’altro, con ciò compromettendo, a detta dell’Autrice, molto materiale investigativo di potenziale grande interesse. Ad esempio, la Napoleoni cita le maldestre indagini verso una Banca già da tempo (fin dagli anni ‘80!) nel mirino delle Magistrature italiane e svizzere per riciclaggio e possibile finanziamento al terrorismo, Altawa, che, inizialmente non inserita nelle black list ONU delle “finanziarie del terrore” viene successivamente inserita, ma riesce a far perdere tracce di sè, per le carenze di un sistema investigativo sostanzialmente “riservato”, unilaterale e non ”globale” (con ciò facendo fallire le pur rigorose disposizioni antiterrorismo del Patriot Act). Indagini, per altro, rese miopi, a giudizio dell’Autrice, dall’incompensione delle magistrature europee della specificità del riciclaggio “islamico” (per cui mancano anche leggi penali adeguate): con le Ns. leggi, le finanze islamiche sono sempre apparse regolari, perchè il denaro (complice le disposizioni religiose) partiva sempre da attività ”in chiaro” di economia reale; nulla a che vedere con le “finanziarie” della mafia, ad esempio, dove le origini sono oscure e gli impieghi “reali” evanescenti. Secondo la Napoleoni, non si è compreso che le indagini avrebbero dovuto essere indirizzate non tanto sulle origini dei capitali (sempre regolari), quanto sulla destinazione, indagando meglio i rapporti tra dirigenti finanziari, èlites religiose e clan terroristiche. Un sistema, questo, che per altro ha potuto moltiplicarsi e crescere, approfittando dell’ulteriore destabilizzazione delle regioni arabe a seguito della Guerra in Iraq (cosa sarà di Egitto, Tunisia, Libia?). Per dare un’idea dell’espansione del fenomeno, l’Autrice precisa il crollo dei costi degli attentati terroristici: se l’11 settembre costò 100 milioni di dollari, gli attentati di Madrid del 2004 e di Londra del 2005 ne costarono 10mila: a riprova dell’enorme disponibilità dei capitali di cui le èlites islamiche dispongono: nel 2006, ad esempio, un rapporto commissionato dal Governo USA dimostrava che l’insurrezione in Iraq aveva raggiunto l’autosufficienza economica: con le prospettive sulla stabilità della Regione che ognuno può ben immaginare … Gli assunti dell’Autrice però non sono condivisibili nella misura in cui ritiene che gli USA abbiano “usato” gli eventi delle Twin Towers per imporre una visione geopolitica “unilateralista” decisa a priori: come se il sequel della guerra in Afghanistan e dell’Iraq poi non fossero che volute dagli USA prima e a prescindere dell’11 settembre e sfruttando il tragico evento solo come forzatura per imporre una decisione che, in altre condizioni, sarebbe stata impopolare. Se è condivisibile un rafforzamento dell’iniziativa investigativa e giudiziaria globale (cosa che non risulta abbia fatto nemmeno Obama), non si può negare che la complessità del problema chiede risposte articolate e speciali, che richiedono azioni mirate in politica estera e in termini di polizia internazionale (linea da cui non ha deflettuto nemmeno Obama, successore di Bush alla Casa Bianca). Una politica cresciuta indubbiamente a rimorchio dell’11 settembre e dei successivi sviluppi, via via consolidatasi strada facendo, in relazione alla peculiarità e all’anomalia dell’interlocutore-avversario islamico, insurrezionalista e ideologizzato, che ha imposto agli USA un canovaccio offensivo-difensivo del tutto “asimmetrico” e quindi senza precedenti.

Pur con tutti i distinguo del caso, poi, deve anche dirsi che le tesi de La Morsa, pure involontariamente, corroborano la tesi tanto discussa di Samuel Hugtinton sullo scontro Occidente-Islam in termini di ”scontro di civiltà” (clash of civilization): facendo il paragone con il movimento di rinascita religiosa, culturale ed economica della Cristianità del tempo delle Crociate ai primi anni 1000, la jihad è lucidamente inquadrata dalla Napoleoni come un movimento che ha le proprie radici “dal basso” ed è profondamente anticoloniale: “Il fondamentalismo islamico e la dottrina della violenza … si sono presentati alle masse -dice la Napoleoni- come una forza di coesione, l’unica capace di scrollare loro di dosso l’egemonia economica dell’Occidente . Sono diventati il collante di una nuova straordinaria alleanza. Le classi emergenti di mercanti, commercianti e bamchieri vedono nella jhiad moderna l’opportunità di eliminare gli ostacoli al businnes e alla crescita economica imposti dal dominio occidentale. Le masse hanno la possibilità di liberarsi delle èlites parassitarie e dei regimi dittatoriali, aprendo così opportunità economiche e restituendo dignità al mondo islamico”. E’ la dimensione “insurrezionale” comunque la forza e il punto debole dell’Islam risorgente: forza per l’evidente imprevedibilità degli attacchi che riesce a sferrare (e epr l’indubbio consenso che trova nelle masse); debolezza, perchè  finchè il movimento non avrà trovato riferimenti certi in qualche Stato guida (Iran? Siria?), tale capitale politico ed economico del mondo islamico andrà più facilmente disperso. A dieci anni dall’11 settembre, quindi, la war of terror è ancora aperta, nonostante tutto.

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  1. Luca scrive:

    11 settembre 2001 – L’Alba del Pianeta delle scimmie col turbante!

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