10 set, 2011
La Scuola sia una Missione, non un ripiego per laureati disoccupati
Redazione- Sta facendo molto discutere la battaglia contro il “Decreto Gelmini” accusato di chiudere ai giovani l’accesso all’abilitazione all’insegnamento». A detta dei promotori – Coordinamento liste per il diritto allo studio (Clds) il decreto, entro ottobre, «avrà l’effetto di escludere per anni i neolaureati dall’insegnamento nella scuola secondaria e di primo e secondo grado», ai quali «viene negato, per i prossimi anni, la possibilità di abilitarsi all’insegnamento». «Abbiamo promosso un appello – spiega Francesco Magni, del Clds – perché crediamo sia iniquo e miope far pagare il prezzo di una situazione vecchia di decenni solo ai giovani. Questo perché un ministro sembra più preoccupato di ascoltare i sindacati “organizzati” che di perseguire il bene degli studenti italiani». L’appello è stato sottoscritto, finora, da 3.000 persone: docenti e studenti, uomini di cultura, professionisti, giornalisti, imprenditori, semplici cittadini. Tutti condividono un allarme. Si paventa l’invecchiamento del corpo insegnante:«Avremo perciò – riprende Magni – una classe di insegnanti sempre più vecchia, una progressiva svalutazione delle facoltà umanistiche e scientifiche, con un conseguente disastro culturale. Sembra scontato dirselo ma un Paese che non investe nell’educazione dei giovani e nello sviluppo non guarda al futuro e rischia di diventare sempre di più “un Paese solo per vecchi”. È attraverso l’educazione che si ricostruisce una società». Per i promotori dell’iniziativa sarebbero i numerosi precari già inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, e quindi con diritti acquisiti, i veri privilegiati del Ministero che, in questa decisione, godrebbe dell’appoggio dei sindacati. E l’annosa stratificata situazione del precariato scolastico che riguarda tutti gli altri? La pagheranno i giovani, evidenziano i responsabili del sito. I quali disegnano, senza sconti, le due principali conseguenze. La prima: «In ambito scolastico si determinerà un vuoto generazionale di almeno 7 anni (ma stime meno ottimistiche dicono 10), che aumenterà l’età media dei docenti italiani, già oggi tra le più alte in Europa». La seconda: «In ambito universitario saremo spettatori dell’inevitabile e drastica diminuzione degli iscritti alle facoltà umanistiche e scientifiche che hanno nell’insegnamento un loro naturale e costitutivo sbocco professionale (anche se non l’unico), con conseguenze irreparabili per il livello culturale del Paese». I firmatari chiedono la revisione del decreto in emanazione e propongono tre soluzioni: «Sganciare l’abilitazione dal reclutamento, come già avviene per le altre professioni e in tutto il resto d’Europa; rendere disponibile per le lauree magistrali e per le abilitazioni all’insegnamento un numero di posti sufficiente a garantire un ricambio generazionale e una risposta alle reali necessità della scuola; ridefinire il reclutamento dei docenti che assicuri selezione e qualità e che garantisca sia i diritti acquisiti di chi è già iscritto in graduatoria, sia le aspettative dei giovani abilitati». Valutazioni lodevoli, senonche’ il difetto di queste proposte sta tutto … Nel manico! In un’Universita’ che sempre più’ tende a ‘vendere’ lauree, nozionismo, senza prospettive professionali concrete e diversificate. L’ingrossamento del precariato nella scuola nasce da questa Universita’ che quasi obbliga il giovane, quasi predestinato a sicura disoccupazione, a vedere nella scuola un’ultima spiaggia occupazionale. Pretendere oggi una riserva di posti per giovani neolaureati come propone l’appello significa inevitabilmente condannare le scuole a ricevere nuove ondate di giovani insegnanti precari. Ecco perche’, nonostante gli appoggi autorevoli (tra cui Marco Tarquinio, Direttore di ‘Avvenire’) l’appello non ci convince. Operiamo piuttosto verso una riforma della Scuola che sappia, sulla scia di Giuseppe Bottai, conciliare lavoro e cultura: perche’ abbia termine la piaga della disoccupazione intellettuale che si scarica poi sulla scuola, restituendo un corpo insegnante demotivato e poco qualificato; perche’ il lavoro dell’insegnante non sia più’ un ripiego contro la disoccupazione, ma una Missione.