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Come ti ristrutturo la Manovra (e il centrodestra)

848-silvio-berlusconi-thumbdi Giorgio Frabetti- A conclusione di questo densissimo mese di agosto, si ritrae l’impressione netta che la ristrutturazione della Manovra costituisca anche l’occasione di una ristrutturazione dei partiti di maggioranza (PDL e Lega), almeno dei loro “mercati politici” di riferimento. Evidentemente, l’agenda della crisi economica sta diventando l’epicentro di “grandi manovre” di riposizionamento dei partiti di governo, per tentare il recupero dopo una sequenza di eventi negativi (amministrative, referendum, caso Papa) a seguito dei quali il pendolo dei sondaggi ha sempre più insistentemente indicato un netto appannamento dei partiti di centrodestra, a tutto vantaggio (momentaneo e teorico) della Sinistra. Tutti i partiti della maggioranza (Lega e PDL insieme) tentano la ripresa sui ceti medi settentrionali erosi dal voto delle amministrative e dal referendum; per la Lega, poi, questa strategia si tinge di venature populiste e sociali ulteriori (la lotta ad oltranza sulle pensioni di anzianità). La situazione relativamente più chiara è indubbiamente quella leghista. Sul fronte della Lega, infatti, l’intransigenza bossiana contro i tagli negli Enti Locali e nelle Pensioni è il chiaro sintomo della strategia leghista per il consolidamento di un elettorato che alle ultime elezioni amministrative e referendum è chiaramente trasmigrato ad altri lidi (Sinistra, astensione). Dare una tinta “sociale” al partito per far breccia sugli scontenti dell’attuale fase economica e sociale puo’ forse essere un diversivo utile, se non per sfondare, quantomeno per contenere le perdite. Più complessa (e complicata) la situazione PDL. L’impressione di questi ultimi giorni, puntualmente rilevata dal Ns. sito, è che il PDL stia facendo leva sull’emergenza economica, per accreditare nel solo Governo di centrodestra l’unico interlocutore valido (in quanto moderato) per gestire la crisi. Una strategia che già fu del CAF ai tempi di Amato e di Ciampi. Riusciranno i Ns. eroi a risalire la china? Dare risposte certe naturalmente non è semplice, non possediamo sfere di cristallo, ma certamente non possiamo non rilevare che i costi di questa fase di “ristrutturazione politica” gravano più sul PDL che sulla Lega. Pur senza potersi fare illusioni circa la possibilità di eguagliare risultati elettorali paragonabili al 2009-2010 (le politica fiscale di questi mesi azzopperebbe qualunque “cavallo di razza”), per la Lega l’attuale strategia potrebbe determinare rendimenti comunque non trascurabili. A perderci, in questo caso, sarebbe certamente l’azione di Governo: pretendere di evitare i tagli agli Enti Locali, senza intervenire sulle Pensioni o sull’IVA significa per Bossi imporre al Governo una “quadratura del cerchio” ben difficilmente sostenibile. Senza però ipotecare la posizione futura leghista, possiamo comunque ritenere che la Lega non possa non mettere in conto anche l’uscita dal Governo, ove la prospettiva dei suoi “rendimenti” dovesse uscirne migliorata. Più problematico, invece, è capire quali reali finestre di opportunità possono presentarsi per il PDL. Attualmente, il rilancio dell’azione di Governo sulla crisi economica, parte sbilanciata: verso Tremonti, che appare indiscutibilmente il primo attore a scapito di un premier, troppo timoroso delle reazioni di mercati (e già sostanzialmente commissariato ai tempi della Manovra di giugno); verso l’asse di Governo, a scapito di un partito, la cui azione autonoma pure sulla carta avrebbe dovuto essere rilanciata con la nomina di Alfano a Segretario Politico in nome del “rinnovamento”, fallito clamorosamente il vertice Bossi-Berlusconi di Arcore la settimana scorsa con la grottesca mediazione Sacconi sui riscatti pensionistici (misura poi abortita e ritirata nel ridicolo).  Ciò alimenta spinte centrifughe reciproche, si direbbe a catena, che alimentano più di un dubbio sulle prospettive del centrodestra. La Manovra sta chiaramente complicando la posizione del Governo, evidenziandone la paralisi e esasperando i contrasti sia sul versante della gestione del “merito”, sia sul versante della gestione politica della coalizione. E come impedirlo del resto? Ritornare sulle stesse divisioni (Pensioni, Enti Locali etc.), dopo che queste si erano faticosamente composte a giugno (dopo una Manovra dalla gestazione oltremodo lunga e complicata) non giova all’unità della coalizione, tutt’altro. Le differenziazioni di Crosetto, le reazioni polemiche di Roberto Formigoni (il quale nell’ultimo numero di Tempi si è pronunciato nettamente per il superamento di Berlusconi e ha di fatto proposto la sua auto-candidatura alla guida del partito), la recente ‘ribellione’ di Alemanno sono il chiaro segnale del malessere del PDL. Un bel rompicapo, che non si sa come gestire, senza spaccare … il giocattolo. Al momento, non è chiaro quale prospettiva si profili più credibilmente per il futuro del PDL. L’impressione, però, è che, perdurando l’assenza di una chiara linea di “rinnovamento” entro il Partito, e perdurando l’iniziativa governativa e di Tremonti nella politica finanziaria, nella logica “emergenziale” e “mercatista” di quest’ultimo mese, il Partito ne resti verosimilmente e definitivamente schiacciato. E’ realistica la prospettiva agitata a ferragosto da Formigoni circa un prossimo “suicidio” del PDL? Lo abbiamo detto tante volte nel Ns sito, la morte del PDL puo’ venire solo dalla perdita definitiva di consenso del Nord e dello “zoccolo duro” socio-economico di riferimento. L’unico fortilizio, l’unica riserva di consenso che ha permesso al centrodestra di mantenersi sulla ‘linea del Piave’ nei momenti di difficolta’ politica. Gia’ questa linea si e’ chiaramente sfondata in occasione dei ‘referendum’ di giugno; se poi allo sciopero generale dovesse ricevere un’adeguata evidenza il malcontento del Nord, li’ si avrebbe la prova dell’isolamento del Governo nel Paese. E allora nessuna ‘ristrutturazione’ di manovra servirebbe: ne’ alla Lega, ma ancora meno al PDL.

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