29 ago, 2011
Quale futuro per la Democrazia in Libia?
Redazione- Astraendo per un momento dalle indubbie problematiche di consolidamento del nuovo ordine politico in Libia (e tralasciando per il momento di considerare l’eventualità del protrarsi della guerriglia), proviamo ad immaginarci il futuro che più attendibilmente attende una non troppo lontana democrazia libica del post-Gheddafi. Non si creda che vogliamo giocare ai “futurologi”, sfere di cristallo non ne abbiamo di certo. Al momento, però, dalle opinioni dei principali analisti, qualche utile riflessione si può certo ricavare. Qualche mese orsono, alle prime avvisaglie della guerra civile libica, la rivista Aspenia nr. 52 (Le Rivoluzioni a metà-Morte e vita dei regimi arabi) pubblicò un pregevole articolo dell’analista Giacomo Luciani (Il contagio democratico non va a petrolio) che traccia i contorni di una teoria politica e sociologica assolutamente attendibile e che apre non pochi lumi sulla vicenda libica. L’articolo muove dal presupposto che ove uno Stato disponga della possibilità di accedere ad una rendita che proviene, come il petrolio, lì la funzione del Governo consista nel distribuire la rendita stessa (intesa come differenza tra il prezzo realizzato e il costo di produzione, comprensivo del normale profitto ricavabile da un mercato competitivo), senza necessità di ricorrere alla leva fiscale. Viceversa: ove allo Stato manchi la disponibilità di una rendita, questi non può che disporre della leva fiscale come unica possibilità di coprire la spesa pubblica e realizzare, per questa via, una funzione di redistribuzione dei redditi. Negli anni ‘80 e ancor più negli anni ‘90 del post-Muro di Berlino, questa teoria ha supportato lo scetticismo delle Cancellerie Occidentali (venato di cinismo e machiavellismo) verso le possibilità di democratizzazione del Terzo Mondo e dei Paesi Arabi in particolare (prima del furore democratico che animò la discussa Presidenza USA di Bush jr.). In fondo, prendendo a base l’esperienza europea, non si può fare a meno di notare che la democratizzazione ha potuto svilupparsi nel continente europeo a causa dello sviluppo della fiscalità Statale, a sua volta obbligata dalla strutturale “non autosufficienza” degli Stati moderni quanto a materie prime (quasi sempre importate dalle colonie africane etc.): gli eventi della Rivoluzione francese in questo senso assumono una valenza paradigmatica. Viceversa, tale dinamismo non veniva riscontrato negli Stati rentier e si deduceva per questi Stati un’inevitabile tendenza alla conservazione dello status quo politico. Status quo democratico, per gli Stati rentier, ma a solida tradizione democratica, come la Norvegia; status quo autoritario per gli Stati a forte tradizione autoritaria, come molti Stati del Sud-America, dell’Africa o dell’Asia, che di tanto in tanto sfruttavano la rendita petrolifera per calmierare, in chiave populistica e demagogica, il prezzo dei beni di prima necessità (anche per questo, dice Luciani, molti Stati Occidentali hanno quasi sempre preferito che gli Stati rentier fossero retti da regimi “patrimoniali” e “semifeudali” come Emirati Arabi etc., in quanto ritenuti più affidabili). Ad uscirne totalmente irrisa e sconfitta da questa cinica valutazione di real-politik erano fino a ieri le speranze di rinnovamento seguite dai movimenti democratici seguiti alla decolonizzazione e alle speranze di “occidentalizzazione” dei ceti acculturati e illuminati delle contrade del Nord-Africa e dell’Asia. In realtà, la democratizzazione del Nord Africa e della Libia in particolare dipende dal consolidamento di tre fattori di medio-lungo periodo: fattori di “compatibilità sociale”, di “compatibilità geopolitica” e fattori che chiameremo di “compatibilità etico-politica”. Sul versante sociale, l’economia libica è stagnante e ciò che è più grave è in ristagno la stessa economia europea: quindi, tutto lascia pensare che la crisi sociale si avviterà ancora su sè stessa, essendo attualmente l’Europa indisponibile ad accogliere altri immigrati (vedi polemiche della Germania sull’argomento), disegnando scenari foschi per il futuro democratico libico. In secondo luogo, (lo abbiamo spiegato in un Ns. precedente articolo) il consolidamento della nuova èlites democratica di Libia è reso tutt’altro che scontato (oltrechè per le non improbabili propensioni del rais Gheddafi ad una guerra civile) anche per l’ evidente e pesante “tutela”che su tali èlites grava da parte degli Stati Occidentali e che pare condizionarne pesantemente l’azione politica. Di quali margini dispone ad esempio il nuovo governo per redistribuire a favore della popolazione la rendita petrolifera? Sarebbe un atto dovuto (per quanto non risolutivo nel lungo periodo) dopo un sanguinoso conflitto come l’attuale, per alleviare le sofferenze della popolazione e per una più proficua fidelizzazione del popolo. Certo, con beni e fondi sovrani libici ancora largamente “bloccati”, non pare che i margini siano ampi, specie se si considera la forte valenza ricattatoria dell’attuale congelamento dei fondi sovrani anche nei confronti del nuovo esthablisment libico, chiaramente esposto, ove non ottemperi i desiderata dell’Occidente sugli accordi petroliferi, a subìre lo stesso “blocco dei beni” che patì Chiavez in Venezuela nel 2006, alla prima avvisaglia di iniziativa politica autonoma sulla “rendita”. Allo stesso modo, non è da escludere che, in caso di prolungarsi di episodi di guerriglia interna, l’Occidente stesso (e gli USA, in particolare) si riservino un ulteriore potere di “ingerenza umanitaria”, utile per una gestione del petrolio più consona ai loro interessi “di cartello”, con effetti sulle chanches di consolidamento del nuovo ordine democratico libico, che si possono immaginare. Quello che poi manca e che getta (nel medio-lungo periodo) pesanti ombre sul futuro della Democrazia in Libia è l’assenza di un framework che possa preludere alla nascita di un equivalente di Stato Sociale in quelle contrade. Non basta lo sviluppo di un ceto medio acculturato, non basta Internet; per fare una Democrazia ci vuole altro. Lo Stato Democratico e Sociale (la Rivoluzione Francese insegna) è nato proprio dalla difficile dialettica dello scambio tasse-prestazioni sociali intessuto tra Stato e cittadini che ha portato prima all’interventismo statuale nelle imprese industriali più “strategiche” (siderurgia) e poi alla progressiva formazione di un regime di Previdenza Sociale (le “economie di guerra” sviluppatesi in Europa a cavallo della Prima Guerra Mondiale costituiscono a questo riguardo una testimonianza esemplare). Proprio la mancanza di una fiscalità moderna e l’impreparazione delle popolazioni a sopportarne gli oneri, per chiara mancanza di … abitudini etico-politiche, sono il principale ostacolo alla democratizzazione della Libia: di qui, è prevedibile un lungo periodo di instabilità. E’ assai probabile, quindi, che il futuro della Libia sia quell’aborto di Democrazia che troppo spesso si ritrova negli Stati Ex-Coloniali: è cioè assai probabile che, nell’anarchia democratica, la Libia diventi una specie di “buco nero” dove imperversano le logiche di bande e dove possano anche imperversare cartelli criminali: una specie di Mezzogiorno peggiorato e amplificato dal tribalismo locale, con prospettive assai labili di stabilizzazione. Dicono certuni che dal caos deriva necessariamente l’ordine: la Ns. analisi non può spingersi fino a questo livello, perchè manifestamente incapace di attingere al dono della profezia. Certamente, invitiamo gli analisti che oggi applaudono alle speranze di un rinnovamento, di un riforismo libico alla massima cautela: perchè sulla Libia incombe lo stress di una crisi sociale, economica, internazionale e interna di proporzioni inquietanti: dalla quale difficilmente potrà riemergere, senza èlites politiche (nazionali e internazionali) illuminati e consapevoli della difficoltà del momento.