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Quando Mussolini cancellò la Provincia di Caserta

Censura_Fascismo_2di Giorgio Frabetti- In tempi di pubblicistica anticamorra e anticasalesi, è ritornato all’attenzione mediatica un avvenimento fino ad allora poco ricordato. Con regio decreto del 02 gennaio 1927, Mussolini procedette a cancellare con un tratto di penna la Provincia di Caserta; avendo poi cura di lodare, nel discorso dell’Ascensione del 26 maggio successivo, la disciplina con cui la popolazione casertana aveva accolto il provvedimento. Una decisione controversa, su cui pesano molte ombre e dispute, tra chi (come Saviano e Di Fiore) attribuisce la decisione ad una punizione di Mussolini contro i dissidenti campani (Padovani in testa) e le loro clientele locali, ritenute pericolose per il Duce per l’aggancio con la Camorra e chi, invece, motiva la decisione di Mussolini con un più diverso orientamento di risistemazione territoriale, di una Provincia (La Terra di Lavoro, grosso modo corrispondente all’attuale casertano), ritenuta troppo ampia e disfunzionale, sia per le ambizioni di espansione territoriale del Napoletano (attraversato da pesanti tensioni demografiche), sia per le ambizioni fasciste di risistemazione e di bonifica delle Paludi del Basso Lazio. Come al solito, ognuna di queste interpretazioni contiene un pezzo di verità. Le motivazioni di ristrutturazione territoriale ebbero certo un rilievo decisivo: per non farsi bloccare dai “veti” e dalle “camarille” dei clan in un provvedimento tanto importante come la Bonifica dell’Agro Romano, Mussolini creò, infatti, la Provincia di Frosinone, inglobandovi la parte nord della Terra di Lavoro (Sora, Gaeta etc.), prefigurando così  l’inserimento della parte settentrionale della Terra di Lavoro nel Basso Lazio (come poi sarebbe avvenuto nel 1970 con l’itituzione formale delle Regioni). Non è comunque da escludere che in quello scorcio 1926, anno di tre attentati alla persona del Duce e anno del “diciotto Brumaio” di Mussolini e della conseguente stretta sui partiti di opposizione e dei dissidenti, abbia anche pesato nella ristrutturazione dell’Ex- Terra di Lavoro la volontà di Mussolini di difendersi da eventuali altri attentati, che avrebbero forse potuto avvenire più facilmente da una zona considerata “infida”: in questo, quindi, non è da escludere che, smembrando di fatto la storica “Terra di Lavoro”, il Duce abbia operato ad hoc per creare  una specie di “zona cuscinetto” (attraverso i nuovi distretti del Basso Lazio), ovvero l’equivante del “Rubicone”, del “Pomerio” per gli antichi romani (è curioso comunque che una delle celebri località create dal fascismo con la Bonifica si chiami proprio … Pomezia!). Come nel caso della lotta alla mafia, in Mussolini giocarono comunque anche altre decisive considerazioni di prestigio. In quello scorcio 1925-26, con un’opinione pubblica fiancheggiatrice ancora diffidente verso il fascismo per il velleitarismo violento do Farinacci e dei suoi (ricordiamo che tra il 1925 e il 26 era Segretario del PNF proprio Roberto Farinacci), Mussolini aveva assolutamente bisogno di dimostrare la massima affidabilità nella gestione dell’ordine pubblico. La vicenda casertana porta indubbiamente lo stigma di un modus operandi tipico della prima fase della gestione dell’ordine pubblico mussoliniano, ancora legato a specifiche ”emergenze” (il caso Girolimoni, la mafia, la camorra etc.), ma non ancora capace di organizzare una politica dell’ordine pubblico organica (e si direbbe “scientifica”) come sotto Leto e Bocchini. Dal punto di vista della politica criminale, comunque, si deve dire che l’azione mussoliniana fu una specie di “lato B” della clamorosa azione anticamorra realizzata nell’immediato anteguerra contro la Bella Società Riformata (che causò l’emigrazione in USA di boss di rilievo come Michele Aria e Giuseppe  Barracano: vedi www.bibliocamorra.it). Nel vuoto di leadership napoletana, fu, infatti, facile per la camorra casertana rendersi autonoma e in grado di dare ”filo da torcere” allo Stato; come fu relativamente facile per lo Stato reagire. Di qui, sorge in Campania l’epopea della lotta della Polizia fascista contro i “mazzoni” (la criminalità di alora) che portò decine e centinaia di arresti e condanne e la diaspora dei boss locali. Come noto, l’azione antimafia del regime fascista è stata oggetto di deplorazione: da Mack Smith a Sciascia, ad esempio, l’azione del Duce fu letta come azione strumentale e tesa a riequilibrare con la forza equilibri politici tra fascisti intransigenti e fiancheggiatori, in difficoltà nella crisi post-Matteotti: ad esempio, Sciascia vide nell’azione antimafia in Sicilia di Mussolini un tentativo del Duce di ingraziarsi gli Agrari, che, alle elezioni municipali del luglio 1925 (tra le ultime libere prima dell’avvento del regime), aveva regalato una dote non irrilevante di voti alla lista liberale di opposizione di Vittorio Emanuele Orlando (oltre a punire fascisti scomodi per gli interessi agrari come Cuoco, o fiancheggiatori infidi come il Ministro Gen. Di Giorgio, tutti coinvolti nelle inchieste di Mori). C’è qualcosa di vero in questo, anche se non può sfuggire la particolarità del contesto: la fase di “nazionalizzazione” di massa che allora l’Italia stava attraversando come frutto della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, stava facendo fare allo Stato italiano “passi da gigante”: basti pensare che sotto il fascismo, nasce il primo ebrione di Welfare State, come nasce una prima base di imposizione tributaria moderna, ovvero funzionale ad uno Stato “interventista” che opera tendenzialmente in deficit. Un processo che, unito al “disciplinamento militare e patriottico” auspicato da Mussolini, avrebbe dovuto portare l’Italia ad un “senso dello Stato” adeguato alla coscienza moderna, come era stato per la Francia Napoleonica e per la Germania bismarkiana. Un processo invece bloccato con la crisi della coscienza nazionale seguita alla disfatta militare e alla guerra civile tra il 1940 e il 1945: nel lungo periodo, l’interruzione di questo processo, rallentando la nazionalizzazione degli italiani, ha aggravato gli storici e cronici problemi della criminalità organizzata.

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