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Libia, il mistero del ‘rais’ scomparso

gheddafi_libia_al-qaeda_crisiRedazione- Mentre i telegiornali di tutto il mondo trasmettono la notizia della presa del Quartier Generale di Gheddafi da parte dei rivoltosi libici, la stampa internazionale resta nell’incertezza assoluta rispetto all’effettiva sorte del leader libico, che le fonti ufficiali del regime accreditano ancora a Tripoli. Si respira nei media internazionali un’atmosfera sospesa, irreale e sembra di rivivere la sospensione e la suspence di un celebre film di Alfred Hitckhock: Gheddafi sembra volatilizzato. Non ci vuole molto a ritenere questa eventualità non molto credibile: quale leader non fuggirebbe in queste condizioni? Certo, la retorica del regime e della resistenza vuola la sua parte, come in tutte le guerre: l’onore militare esige di battersi fino alla fine e non potrebbe certamente Gheddafi arrendersi ufficialmente verso non un iustum hostes (un nemico esterno), ma ad una banda di insorti. La forma è sostanza in questi casi, pur con tutte le ipocrisie del caso. L’impressione, però, è che Gheddafi, anche se dovesse fuggire, dilazionerà il più possibile la notizia della fuga, anche per motivi più complessi, non direttamente riconducibili alla semplice (anche se rilevante) logica della guerra civile. Essenzialmente, per tentare di logorare e di mettere alla prova fino all’ultimo la complessa e sofisticata coalizione ribellistico-lobbystica che sta dietro alle rivolte e all’attacco libico intrapreso militarmente da parte dell’Europa.  Gheddafi sa bene che l’Occidente si è assicurato la continuità dell’attuale status quo lobbystico ed affaristico, anche in un’eventuale governo dei ribelli (vedi l’accelerazione e il consolidamento delel trattative con i rivoltosi impresso da Italia e Inghilterra verso giugno); Gheddafi è praticamente sicuro che i ribelli ricevano finanziamenti dall’Occidente proprio grazie ai fondi sovrani e all’immenso patrimonio libico disseminato per il mondo e frattanto sequestrati. Come ha chiarito mirabilmente Stefano Agnoli in un articolo dell’ultimo numero di Limes Controrivoluzioni in corso, per l’Occidente i conti di Gheddafi ormai hanno pochi segreti, da quando due delle principali “memorie storiche” della contabilità sovrana libica hanno tradito Gheddafi: l’ex governatore della Banca Centrale Libica Faraht Umar Bengdura e l’ex Ministro del Petrolio, Sukri Ganim. E’ probabile (anche se le vicende si chiariranno meglio in futuro) che questi avvalli abbiano costituito per l’Occidente un’adeguata garanzia per eleggere i rivoltosi del CNT nuovi referenti politici per la Libia, facilitando l’operazione di sganciamento da Gheddafi. Di più non si può dire: certo, però, da febbraio-marzo a questa parte i rapporti e i contatti tra l’Occidente e i rivoltosi si sono fatti più stretti. Limes accredita di trattative che hanno portato al prestito ai rivoltosi da parte di una nota banca di 300 milioni , guardacaso garantito da beni libici in Italia. Altri 150 milioni di prodotti petroliferi sembrano essere stati messi sul piatto del negoziato. Nella corsa, sono stati coinvolti italiani (partner commerciale principale della Libia), ma anche Francia, Kuwait e turchi. Non si tratta come si vede di una semplice “crociata dell’Esercito della Salvezza” per la causa della Democrazia in Libia: con tali accordi, infatti, l’Europa ha sostanzialmente “in pugno” la Libia e i rivoltosi: l’Occidente sa bene che i rivoltosi non possono permettersi nazionalizzazioni o tradimenti sul petrolio e le estrazioni, come fece Chiavez nel 2006: con gran parte dei fondi sovrani libici in mano all’Occidente, non solo Gheddafi, ma anche i rivoltosi andrebbero poco lontano! Con un’ opposizione  sempre più forte e crescente sul piano politico e internazionale (Cina e Russia si sono dissociate definitivamente da Gheddafi negli ultimi mesi), il regime del rais libico è sempre più sotto assedio ed isolato. Ma proprio perchè braccato e isolato può avere interesse a resistere il più possibile: oggi che le risorse di resistenza militare diretta sono evaporate, non è escluso che Gheddafi, di fatto espugnato, possa avere interesse a far perdere le proprie tracce per logorare l’attuale schieramento rivoltosi-Occidenti, rendendo sempre più precario l’aspetto del post-guerra civile con probabili attentati e provocazioni. Ma è sul versante affaristico e petrolifero che Gheddafi puà sperare di giocare le sue carte più estreme, per contare di fiaccare e forse disarticolare l’attuale schieramento vittorioso: con ciò mettendo in conto di trascinare la Libia in una nuova, tragica Somalia (per di più a poca distanza dall’Italia e dall’Europa). L’anello debole dell’accordo Occidente-rivoltosi, certo negli impegni finanziari, è del tutto incerto nei tempi di esecuzione: come ammesso dall’Amministratore Delegato dell’ENI, ad esempio, gli investimenti petroliferi in Libia (sostanzialemnte ridotti a zero dalla guerra e dagli attacchi di Gheddafi ai giacimenti in mano ai rivoltosi) possono riprendere solo quando la situazione interna e militare della Libia si sarà stabilizzata. Ora, la fase più eclatante della guerra civile sta certamente finendo (i fatti di ieri lasciano pochi dubbi); ma si sa, non basta vincere una guerra civile, occorre anche vincere il dopo-guerra. E, se Gheddafi resterà vivo e non accetterà di arrendersi, sarà molto difficile stabilizzare la Regione. A queste condizioni, gli accordi Occidente-rivoltosi sarebbero messi duramente alla prova e le prospettive si farebbero sicuramente più incerte. Il tempo, comunque, dirà la sua su questa confusa vicenda.

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