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Cinema d’estate 2011-08)/Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti

Locandina_SDOdi Giorgio FrabettiSogni d’oro di Nanni Moretti è in fondo un piccolo classico di quello che potremmo chiamare Moretti-style. Uno stile che ha plasmato una parte non piccola del pubblico, e che in fondo costituisce l’ultima, estrema propaggine di un cinema impegnato teso a riprodursi nel solco dell’Egemonia (gramsciana) con la “E” maiuscola. Cos’è il Moretti-style? Una strana miscela, non si capisce fino a che punto costruita e spontanea, tra tematiche proprie del cinema impegnato e un inconsueto personalismo che porta il regista a “personalizzare”i film, non solo portando “la sua faccia” nei film (come attore), ma anche accentuando la dimensione  autobiografica. In fondo, il suo è un cinema di Sinistra in transizione tra il “pensiero forte” dell’Ideologia tradizionale e il Pensiero Debole post-sessantottino, tra codici espressivi che cercano di declinare il Pubblico, la Cultura e le pose dell’Intellettuale-Vate (con toni moralistici non distanti dall’ultimo Pasolini degli Scritti Corsari) e codici espressivi che declinano il privato, l’autobiografico al limite del narcisismo e con un vezzo per l’esibizione di aspetti istintivi e sgradevoli (e spontanei) del carattere, che sfiorano il reality. Può darsi che in questa mistura risieda in ultima istanza la vera efficacia delle indubbie ambizioni politico-culturali del cinema morettiano, perché nel suo piccolo una certa “tendenza” di opinione l’ha creata e assecondata (pensiamo alle recenti discussioni politiche su Palombella Rossa e il Caimano e religiose-ecclesiastiche su La Messa è finita, Habemus Papam); anche (non lo dimentichiamo) grazie ad una “galassia” produttivo-creativa che attorno a Moretti nel tempo si è realizzata grazie all’opera della sua casa di produzione, la Sacher Film (che ha prodotto film come Il Portaborse di Daniele Lucchetti, che molto contribuì a demolire la figura pubblica di Craxi e Martelli). Una  “polarità” che è in fondo distribuita su tutta la filmografia del Ns., che va dall’estremo del soggetto iper-politicizzato (vedi Il Caimano) al soggetto iper-privato al limite dell’intimistico (vedi La Messa è finita, ma soprattutto, La Stanza del Figlio). Il film Sogni d’oro esprime al massimo livello questa polarità del cinema morettiano ed è, per questo, uno dei film più trasparenti (dopo, questi elementi diventeranno ripetitivi, diventeranno maniera, qui ancora no). C’è la freschezza della novità, ma c’è anche una certa auto-ironia: il che rende il film tutto sommato uno dei più godibili (il che è tutto dire nello stile “legnoso” e spesso involuto del Ns.). In Sogni d’oro questa polarità tra le istanze (frustrate) di una ricostruzione di un vissuto collettivo e la spinta verso un alienante privato è vissuta nella Polarità Cinema-Televisione. Siamo nel 1981, il fenomeno berlusconiano è di là da venire, ma Moretti avverte chiaramente che il Nemico … è imminente. Da un lato, c’è la patetica vicenda di Michele Apicella (già protagonista di Io sono un Autarchico, Ecce bombo) e dei suoi amici che, sull’onda degli idealismi del ’68, cercano nel cinema uno strumento di auto-coscienza del vissuto di una generazione di giovani; nella speranza che la narrativa cinematografica possa ricostruire un tessuto collettivo, una solidarietà; dall’altro, c’è la tendenza al ripiegamento sul privato, al “riflusso” dalla generale tendenza a seguire le mode, di integrarsi. Una polarità che si riproduce anche nella rivalità tra i due registi Apicella e Cimino, l’uno analitico e pedante con il suo impossibile film la Mamma di Freud con Remo Remotti e Miranda Campa, in cui Moretti proietta il paralizzante complesso familistico dei giovani della sua generazione e il fallimento delle loro ambizioni intellettuali (impagabile la scena di Freud-Remotti che svende i propri libri in un carrettino in un mercato ciociaro); l’altro integrato e compiacente verso lo star system con la sua incredibile versione musical del ’68 del rivale (impagabile la scena di guerriglia di piazza tra Studenti e Polizia che si trasforma in un balletto con sgambetta menti sexy delle ballerine). In un crescendo quasi rossiniano, questo dualismo arriva nello scontro televisivo, dove nel clichè del gioco a premi (in voga allora come allora) Michele e il rivale si sfidano in un crescendo di prove incredibili: dalle parolacce, agli insulti, anticipando non poco dello “sgarbismo” cui non pochi intellettuali ricorreranno negli anni ’80 per uscire dall’anonimato e per compensare (tramite il video) una notorietà che i libri e il pensiero non hanno saputo dare. Come si vede, l’impasto è pronto: pochi ingredienti e la salsa che poi sarà “antiberlusconiana” è cucinata. A compendiare il distacco di Moretti da questo backround culturale, c’è il celebre grido del Ns “Pubblico di merda!”; boutade ancora oggi molto efficace nel descrivere il profondo disagio (al limite del razzismo) di certa cultura di Sinistra con l’evoluzione in senso pop della Cultura, della Società, dell’immaginario collettivo dell’Italia degli anni ’80. Sogni d’Oro, però, è anche uno dei film più creativi e inventivi della produzione morettina. Alcuni saggi. Innanzitutto, il personaggio di Laura Morante, una specie di “ragazza della fonte” (come la Cardinale di Otto e mezzo), che rappresenta il miraggio di una “normalità” e di un equilibrio che Michele cerca, ma invano: come nella scena finale giustamente memorabile, dove il protagonista, invece di dichiarare il proprio amore alla donna amata, si trasforma in un uomo-lupo: “Sono un mostro, ma ti amooooooo!” (personaggio che prefigura Bianca, eroina di un celebre e successivo film, a conferma di una relativa circolarità delle tematiche di Moretti).  E il meraviglioso Cammeo di Dario Cantarelli, parodia di un noto critico cinematografico di area democristiana, che si mimetizza da autonomo, seminarista, operaio in tutti i collettivi in cui Michele-Moretti si reca e gli ripete la stessa tiritera: “Ma cosa vuole che importi del suo film ad un pastore lucano, o ad un bracciante abruzzese, o ad una casalinga di Treviso”: personaggi che poi si personificano e si recano davvero a vedere La mamma di Freud! Sì, Sogni d’oro non è un capolavoro; ma certamente marca un indubbio contributo di Moretti e del suo cinema nell’elaborazione dell’immaginario collettivo di un certo pubblico italiano.

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