18 ago, 2011
Fine della “Grande Germania”?
di Giorgio Frabetti- E fu così che nel mirino della speculazione internazionale finì anche la Germania dell’inossidabile (così sembrava fino ad ora) Angela Merkel. Quella Germania che fino ad ora appariva un colosso davanti alle più fragili economie europee, che pareva avviata a svilupparsi a spese dell’Italia e dell’UE, quella stessa Germania che tra l’altro aveva iniziato a rompere le uova nel paniere agli USA nel G8 di novembre 2010, insieme ai BRIC (Brasile, Cina etc.), la Germania che pareva più degli altri Stati Europei pronta a raccogliere le glorie di un’economia e di una spartizione del potere mondiale più “multipolare”, ebbene questa Germania si rivela dalla sera alla mattina … un colosso dai piedi d’argilla. Vengono al pettine molti nodi: il mito della “forza finanziaria” tedesca, frutto di aggiustamenti e di una politica di interdizione verso la Commissione UE, quando la Germania, complice Francia e Italia: non era cioè la Germania ad avere il deficit più sostenibile degli altri Paesi UE, semplicemente aveva (insieme a Francia e Italia) zittito (sostanzialmente) la vigilanza della Commissione UE! Ma viene anche al pettine una situazione che gli osservatori più sensibili e acuti (vedi Limes 2010) avevano già messo in evidenza, ovvero la sempre più difficile sostenibilità della politica di sussidi e ammortizzatori sociali che la Germania ha messo in campo per “comprarsi” nel 1990 una Ddr in pieno disfacimento economico. Si consideri, ad esempio, che un sussidio di disoccupazione in Germania può arrivare fino ad E. 1.500 netti; un peso finanziario notevole cui già, in periodo di precrisi Schroder cercò di porre rimedio proponendone la riduzione (e giocandosi così nel 2005 la rielezione a Cancelliere). Finora la forza della Germania era il suo sistema industriale, la capacità di scambiare Welfare all’interno con il reclutamento di manodopera a basso costo dai paesi dell’Est. Ma anche questa forza pare dileguarsi come neve al sole, riscontrata la debole crescita economica e produttiva del pur invidiabile gigante tedesco. La vicenda tedesca, comunque, si presta ad una narrativa diversa della crisi di questo mese: forse non tutto è negativo, forse con la crisi si apre qualche finestra di opportunità. Forse finisce il neanche troppo strisciante filybusery esercitato dalla Germania negli ultimi consessi internazionali, specie contro l’USA: come all’ultimo G20 di novembre 2010, quando in modo decisamente clamoroso, il Ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schauble accusò in questi termini gli USA: “La politica americana aumenta l’insicurezza dell’economia mondiale”; rea, la politica americana del Segretario Geithner di perseguire una politica di livellamento degli attivi e dei deficit commerciali al 4%, con una finalità di ridurre la sperequazione tra Nazioni che consumano e importano troppo (anche indebitandosi, come gli USA) e Nazioni che accumulano risparmi, consumano poco ed esportano (come Cina, Brasile, India). Una politica maldigerita dalla Germania, per non essere livellata nella presunta (e sopravvalutata, pare) e nelle credenziali che avrebbero rilanciato (nelle intenzioni tedesche) la leadership della Germania nell’Occidente contro un’America logora e indebolita (l’intervista di Aspenia nr. 51/2011 a Kurt Volker costituisce al riguardo un interessante saggio della visione tedesca dei rapporti internazionali e con gli USA, in particolare). Una rivalità con gli USA che l’economia globale paga, però, oggi, con gli squilibri dei cambi e delle Borse, frutto di un’evidente deregolamentazione di un aspetto cruciale delle economie contemporanee e attualmente fonte di instabilità. Evidentemente, se la crescita tedesca si rivela più modesta, se le esportazioni tedesche non realizzano le performance auspicate, è evidente che la Germania deve scendere a più miti consigli e smetterla di “agitarsi”: tutte le Nazioni Occidentali sarebbero sulla “stessa barca” e nemmeno la Germania potrebbe vantare un primato. Se la Germania smette di “gigioneggiare” sullo scenario mondiale, certamente il governo della crisi (che non può che essere consensuale e internazionale) non può che guadagnarne. La crisi certamente esiste e morde, ma è evidente che se gli Stati Occidentali continuano a “farsi le scarpe” tra loro, la situazione non può che peggiorare. A guadagnarne per primi sarebbero gli Europei: grandi risultati politici sono la disponibilità della UE a valutare la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e la fine dell’opposizione “di principio” della Germania all’idea degli EuroBond, tanto caldeggiati da Tremonti e Sarkozy. L’auspicio è che l’UE arrivi ad irrobustirsi come istituzione cui fare riferimento per il governo della crisi: ad esempio, con una più efficace politica anti-dumping contro Cina e India e una più efficace politica di “concentrazioni UE” che salvaguardi l’ occupazione contro la crisi e la tenuta del sistema produttivo europeo. Una boccata d’ossigeno anche per il Bel Paese, il quale potrebbe trarre respiro nell’attuale pesante pressione sui Bound tedeschi e dall’inseguimento di una Germania, il cui mito è (finalmente?) crollato. Sul resto, c’é poco da dire: lo scopriremo solo vivendo ….