9 ago, 2011
GMG 2011: I giovani cristiani, sentinelle di un mondo migliore
di Giorgio Frabetti- Sull’esperienza delle Giornate Mondiali della Gioventù si è scritto e si è detto tutto e il contrario di tutto: c’è chi le ha esaltate come espressione di un risveglio della fede tra i giovani, c’è chi le ha sminuite, se non denigrate come espressione di happening costruiti a tavolino per scopi propagandistici. Come non dimenticare al riguardo le ironie e gli sberleffi della stampa laica che, all’indomani della straordinaria Veglia dei Giovani a Roma per il Giubileo 2000, iniziò puntigliosamente a contare i preservativi ritrovati sulla spianata di Tor Vergata, un attimo dopo che ebbe termine la kermesse dei Woityla-Boys? Per dovere di cronaca, poi, dobbiamo anche riferire che, recentemente, Mulino e soci hanno anche delineato un’interpretazione pessimistica del fatto cattolico, ritenuto sempre più schiavo, dopo Giovanni Paolo II, di logiche mediatiche autoreferenziali di promozione di astratte istanze di biopolitica, ma viziato da irrimediabile qualunquismo politico e da dilettantismo sociale (di cui un riflesso è visto nel voto al centrodestra): si compiange in questa direzione la perdita di centralità di Diocesi e Parrocchie come epicentro di un “cattolicesimo di base” impegnato e agguerrito come negli anni 60-70. Sulla Chiesa si dice tutto e il contrario di tutto; ma si ignora che dietro l’unità della disciplina papale, la Chiesa è un universo sfrangiatissimo, una grande orchestra, apparentemente dissonante, ma che è tale per l’estrema varietà di esperienze e sollecitazioni che ospita. Bando agli schematismi e alla facile sociologia, si deve finalmente aver chiaro che quando si parla di Chiesa, si parla in termini non solo storici, ma anche biblici e profetici del “piccolo resto” di Israele, del “piccolo gregge” di cui parlava anche Paolo VI poco prima di morire, dei credenti, di chi cerca Gesù Cristo e cerca di vivere in conformità del suo Vangelo. Piccolo resto: da sempre, infatti, fin dai tempi di Mosè e della cattività babilonese, secondo la Bibbia, il popolo di Dio vero e proprio non è la massa che magari si professa cristiana per tradizione, perbenismo o magari opportunismo, ma la “piccola massa” di chi accetta di vivere in un cammino di fede, credendo alle Promesse di Dio e di Gesù. Un “piccolo resto” che vive controcorrente, che non svolge magari nulla di eclatante, ma che vive, ignorato (e anche talora disprezzato) nelle pieghe della storia (come notava Dionigi l’Aereopagita in una lettera all’Imperatore Adriano). Un “popolo eletto”, messo alla prova dalla storia: ecco la tipologia cui si deve guardare nelle prossime giornate di Madrid: al popolo che prega, che ascolta le catechesi e che si interroga su come andare avanti nella propria vita cristiana, quando tornerà a casa, per tornare in famiglia, in Parrocchia, al lavoro. Troppo spesso, i De Rita, i Cacciari, i Flores d’Arcais, gli Augias dimenticano questo aspetto, ritenendo di vedere nei cattolici solo magari la punta acculturata (giornalisti, intellettuali etc.) che parla (e talora straparla) nei media. Lo so, che è facile l’obiezione: “la fede è una speranza adulta, che non diventerà mai bambina”: roba da oratorio, ma incapace di sostenere l’impatto con la complessità del vivere moderno. Attenzione a non farsi catturare dalle facili generalizzazioni (che tanto piacciono all’intellighenzia), perché negli USA (Paese più avanzato del mondo) le appartenenze religiose sono state volano di progresso, ad esempio ai tempi delle battaglie per i diritti civili. Ancora adesso, grazie anche alle motivazioni di fede, fasce un tempo marginali come gli afro-americani, hanno potuto lottare per conquistare posizioni di rilievo nei settori dello Stato o del Privato-Sociale impegnati sulle frontiere del soccorso agli ultimi e ai disagiati (senza andare lontano, poi, si deve anche pensare alla grande presenza della Chiesa nelle Regioni italiane a più alta intensità criminale). E non illudiamoci: quando un brillante sociologo americano come Perkins nel 2002 teorizzava, in parziale polemica con Hugtington, sull’esistenza di più “civiltà” cristiane (asiatiche, coreane etc.) non faceva che attestare un fatto elementare, ovvero la capacità dei legami di fede di animare sinergie solidaristiche, nate da rapporti di prossimità e aiuto su motivazioni di fede. E che altro non erano che un’esemplificazione pratica di cosa la Chiesa intenda per “inculturazione” che deve seguire ad una Nuova Evangelizzazione. Quindi, attenzione a ridurre la fede a solo fatto privato o per “popoli arretrati”. I giovani rappresentano la Chiesa che si rinnova tra le Generazioni. Nel ns. sito, non abbiamo mai inteso trattare di questioni ecclesiali o pastorali, essendo prevalentemente specializzati nell’analisi politica e culturale. Quello che possiamo auspicare è che cresca nei giovani di Madrid la consapevolezza della grandezza della vocazione sociale e politica; di quella politica che un grande Pontefice come Pio XI amava definire nel suo Magistero “la forma più eminente di Carità”. Di una vocazione non opportunistica, ma che sappia essere dono gratuito, anche se questo dovesse costare molto: Dio sa che è di queste testimonianza che abbiamo bisogno, per rimediare ai guasti di un’opinione pubblica, sonnolenta, provinciale, che mai sa guardare i problemi nella prospettiva del domani e del bene comune. Siamo stanchi delle Caste; ma siamo anche stanchi del bieco chiasso degli indignados. Abbiamo bisogno di personalità illuminate dallo Spirito e capaci di “prendere il largo” nelle sfide che attendono l’Italia, l’Europa, l’Umanità. “Se sarete ciò che dovete essere incendierete il mondo” disse Giovanni Paolo II in conclusione della sua memorabile catechesi alla Veglia di Tor Vergata nel 2000: non possiamo trarre per questa GMG 2011 auspicio migliore e più azzeccato.