5 ago, 2011
Crisi finanziaria: si al Rigore, no alle sirene “mercatiste”
Redazione- Dopo la furiosa tempesta finanziaria sulle Borse europee di ieri, che ha di fatto “bocciato” le rassicurazioni del premier Berlusconi sull’azione del Governo contro la crisi (tempesta su cui alligna l’ombra della speculazione: vedi denuncia ADUSBEF contro Standard & Poor e altri su cui la Procura di Trani ha aperto un’indagine), l’Esecutivo è corso ai ripari garantendo l’anticipazione del pareggio di bilancio al 2013, oltre ad una serie di misure “strutturali” per rilanciare l’economia (per esaminare la quale le Camere hanno deciso di “tagliarsi” le vacanze!). Certo, si fa presto ad essere bravi quando l’emergenza morde e non ci sono alternative, ma saremmo infami e disonesti se non riconoscessimo che il Governo ha dato prova di maturità e di onestà, nel fare marcia indietro da un’iniziale strategia tesa a “scaricare” sulla prossima legislatura e su un verosimile governo di centrosinistra la fase più dura della pianificazione finanziaria concordata dall’Italia e dall’Europa per la stabilità dell’Euro: il pareggio di bilancio. Forse questo è il primo, vero atto degno di una Destra moderna: così Berlusconi, novello Minghetti, così Tremonti, novello Quintino Sella, si sono immolati in un obiettivo che aggraverà il già pesante salasso sui portafogli degli italiani e che probabilmente causerà al centrodestra intero la fine di qualsiasi futuribile chances di riconferma elettorale alle prossime elezioni politiche. E’ prematuro interpretare questo passo del Governo come un’implicita accettazione della maggioranza di centrodestra del voto anticipato al 2012, sull’esempio di Zapatero, al quale il premier è stato così accoratamente chiamato in questi giorni da Confindustria e dal PD; certo, non si può non pensare che con tale mossa il Governo Berlusconi quater in fondo abbia compiuto una specie di hara kiri. Si sa, imporre tasse e sacrifici (nel breve periodo) non è redditizio dal punto di vista elettorale (nessuno nega che la “patrimoniale” o qualcosa di simile sia davvero alle porte); ma non sarebbe stato nemmeno redditizio (sul lungo periodo) vivacchiare di “effetti annuncio” come ha fatto finora il Governo, senza riuscire a venire a capo delle reali riforme strutturali necessarie per il rilancio del Paese, per la precarietà di una maggioranza, inevitabilmente schiava di ogni possibile lobbys e potere particolaristico. Comunque, non possiamo non elogiare il Governo che, in questo giorno, ha finalmente avuto un sussulto di maturità e che ha capito che le riforme gravi si fanno guardando al lungo periodo, non al marketing elettorale. Due cose però ci lasciano dubbiosi o quantomeno perplessi: innanzitutto, la scelta di costituzionalizzare il principio del pareggio di bilancio. Nella foga delle giornate, non si è forse compreso cosa comporti tale scelta. Per quanto poco possiamo dire sulla materia, ci lascia perplessi pensare che, per rivedere al rialzo la soglia del pareggio (e, quindi, la leva dell’indebitamento), debba occorrere l’accordo con l’opposizione, con la procedura dell’art. 138 Cost.: già le Ns. leggi finanziarie sono sempre state frutto di trattative estenuanti, con una legge costituzionale non solo le trattative politiche si allungherebbero a dismisura! E poi, lasciate a noi profani della Finanza, una considerazione di buon senso: i parametri della Finanza sono … flessibili, quello che è oggi l’ordine della stabilità finanziaria (stante il problema della stabilità dell’Euro, del debito americano etc.), domani può essere diverso; non nascondiamoci dietro un dito, la Finanza Pubblica non è roba da borse e da ragionieri, ma è pur sempre … Politica. Abbiamo dimenticato l’impatto del Welfare sulla Finanza Pubblica? Abbiamo dimenticato gli insegnamenti di Keynes e seguaci che, aldilà di esagerazioni, raccomandavano una necessaria dose di elasticità sulla leva dell’indebitamento per la spesa sociale e per i momenti di crisi economica? Non ceda Tremonti a quelle logiche “mercatiste” da lui stesso deprecate (con acutezza e controcorrente) nei primi anni ‘90, quando lui stesso criticava la foga di Amato e Ciampi di rincorrere a tutti i costi la politica del “consolidamento” del bilancio. Certe misure, in Italia, è meglio che le prenda il Ministero delle Finanze: noi non siamo gli USA, dove voti parlamentari simili sono all’ordine del giorno, ma dove c’è uno stile politico e parlamentare diverso e soprattutto non c’è tra i partiti il settarismo che c’è qui in Italia (dove fatalmente peserebbero forze centrifughe destabilizzanti). E poi, ve lo immaginate Obama che non ottenuto un voto dei 2/3 dalle Camere (dopo due letture), subisce un referendum popolare che gli ratifica la modifica dei saldi dell’indebitamento? Un’assurdità in America, ma non nel Ns. Paese, dove la revisione costituzionale può passare per referendum confermativo, se manca l’accordo (sostanzialmente totalitario) maggioranza-opposizione; questo secondo l’art. 138 Cost. Non vogliamo sminuire la proposta di Tremonti, nè l’ontesà delle sue intenzioni; ma forse questa proposta andrebbe meglio meditata e approfondita. Da ultimo, rileviamo il problema di sempre, i numeri in Parlamento: può un Governo che si regge sulla fiducia dell’ultimo Scilipoti di turno avere la copertura sufficiente per far passare queste riforme impopolari ma necessarie, senza passare per l’ennesimo sabotaggio delle lobbys e delle Caste? Abbiamo forti dubbi; ma riteniamo, però, che se questa volta il Governo saprà garantire il voto anticipato, l’approvazione della cura anti-crisi di Berlusconi-Tremonti (manovra correttiva, riforma del lavoro, delega fiscale …) se non incontrerà un consenso bipartisan, certamente potrà passare senza grossi problemi e ostruzionismi da parte delle opposizioni.