1 ago, 2011
I nemici della libertà 02): Jean-Jacques Rousseau
di Federico Mugnai- Jean-Jacques Rousseau fu uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, figura di spicco che esercitò una enorme influenza in più ambiti, dalla pedagogia fino alla politica. Le sue opere più famose , “Confessioni” e “Contratto sociale” hanno la grande capacità di rapire il lettore, ipnotizzarlo con una prosa sublime. Ciò che stava più a cuore a Rousseau era trovare un modo per rispettare l’autorità senza però calpestare minimamente la libertà individuale e la tutela dei diritti dell’uomo. Il rapporto tra autorità e libertà fu un tema molto discusso dai suoi predecessori come, ad esempio Hobbes, che avendo una visione alquanto fosca della natura umana, riteneva che un’autorità fosse necessaria per contenere gli impulsi bestiali dell’uomo, ma anche per citare un altro importante filosofo, Locke che sostenne invece che l’uomo possedesse dei diritti naturali già prima della nascita di aggregati sociali e di conseguenza optò più per la tutela della libertà individuale rispetto all’autorità. Tra Locke ed Hobbes la divergenza fondamentale è però su quale punto debba essere tracciato il confine tra libertà e autorità. Rousseau invece ha un approccio diverso; afferma che la libertà è un valore assoluto che essa stessa si identifica con lo stesso indivduo umano. Arriva persino a dire che se un uomo non è responsabile delle sue azioni, se non è libero, non è un essere umano, ma uno schiavo, un oggetto della natura! “Rinunziare alla libertà- dichiara Rousseau – vuol dire rinunziare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell’umanità, persino ai propri doveri…Una tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’ uomo.” Rousseau sa bene però che l’uomo vive in società con altri uomini e che quindi dovrà rispettare certe regole, certe leggi, etc.. La domanda che si pone Rousseau è la seguente: come può un uomo rimanere assolutamente libero e tuttavia essere impedito di fare assolutamente tutto ciò che vuole? E a questa domanda risponde in maniera paradossale, affermando che le leggi non sono convenzioni, non sono espedienti utilitari, ma la formulazione di norme che incarnano verità sacre, che non sono fatte dall’uomo, ma sono universali e assolute. Il problema per lui è quello di “trovare una forma di associazione mediante la quale ognuno unendosi a tutti non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti libero come prima.” Nel “Contratto sociale” Rousseau individuò una specie di formula matematica che avrebbe salvato l’umanità dai suoi tormenti, dalle tragedie e dalle sofferenze. Qualunque compromesso tra libertà e autorità è fuori discussione, perché per Rousseau questi principi non possono confliggere, dato che sono UNA COSA SOLA; esse coincidono, sono il dritto e il rovescio della stessa medaglia. Quanto più siamo liberi tanto più grande è la nostra autorità; più libertà significa più controllo. Per Rousseau sono dunque liberi quegli uomini che non solo vogliono certe cose, ma sanno anche che cos’è che li potrà soddisfare. Premettendo che la natura è armonia, ciò che il singolo individuo vuole non può essere in collisione con ciò che qualcun altro realmente vuole. Il bene sarà rappresentato dalla soddisfazione reale di ogni singolo individuo; e se ciò non valesse per tutti allora significherebbe che la natura non è armonia (e per Rousseau ciò non è possibile) e quindi vuol dire che c’è una parte degli uomini che sono corrotti, perché non sono razionali, perché non sono naturali. Un uomo naturale è un uomo buono e se tutti gli uomini fossero naturali sarebbero anche tutti buoni e formerebbero così una totalità armoniosa. Bisogna allora ritornare a quello che per Rousseau è l’originario stato di natura in cui gli uomini non erano ancora divenuti preda delle torbide passioni, degli impulsi malvagi e perversi, per riscoprire la felicità e l’armonia. Ciò che occorre per raggiungere questo scopo, afferma Rousseau, è “l’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità”. Lo Stato finisce per coincidere con l’individuo stesso. Alla fine ciò di cui necessita una società è un contratto, un atto che stabilisca quali cose sono utili alla collettività, una specie di “volontà generale” che si immedesima con lo Stato. Rousseau arriva ad affermare che la società ha il diritto di costringere gli uomini ad essere liberi. Come? Se un uomo non vuole un fine razionale, non si può dire che voglia davvero e quindi non è libero. Allora io lo costringo a fare certe cose che lo renderanno felice. Isaiah Berlin nelle sue conferenze su “La Libertà e i suoi traditori” dice a tal proposito :“Quando piego degli esseri umani alla mia volontà, quando torturo e uccido, non sto semplicemente facendo qualcosa che è bene per loro (il che è abbastanza dubbio), ma faccio ciò che essi realmente vogliono, benché possano magari negarlo mille volte. Se lo negano, è perché non sanno ciò che sono, ciò che vogliono, com’è fatto il mondo.” E’ sotto gli occhi di tutti la torbida influenza che una simile dottrina ha avuto in più movimenti e ideologie: dai giacobini al nazismo, dal fascismo al comunismo fino ad arrivare ai giorni d’oggi con i no global che forse personificano al meglio, magari inconsapevolmente, il pensiero di Rousseau. Berlin meglio di chiunque altro condanna le teorie di Rousseau: “ secondo questo sinistro paradosso, nel perdere la sua libertà politica, nel perdere la sua libertà economica un uomo viene in effetti liberato in un senso più alto, più profondo, più razionale, più naturale, noto soltanto al dittatore, o soltanto allo Stato…., col risultato che la libertà più compiutamente libera da vincoli coincide con l’autorità più inflessibile e schiavizzatrice.” Rousseau, dedicando la sua vita a pensare a difendere la libertà assoluta del singolo individuo, con le sue teorie è deragliato arrivando, forse senza accorgersene, ad essere uno dei più grandi nemici della libertà che la storia ricordi. Echeggia ancora la famosa frase paradossale di George Orwell in un suo celebre romanzo, “1984”, che sintetizza forse al meglio la grande mistificazione e la tragedia del totalitarismo: “la libertà è schiavitù”. Ebbene questa frase può essere ricondotta anche a Rousseau.
“Ogni giorno si sveglia nell’uomo un profeta; e c’è un po’ più di male nel mondo”.
Con una frase simile (vado a memoria) Cioran descriveva la stessa situazione che è toccata poi a Rousseau e a tantissimi altri, animati dalle stesse buone intenzioni.
Una delle difficoltà maggiori nel concetto di libertà sta infatti nello sforzo di concepirla autonoma e auto-responsabile.