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Cinema d’estate 2011/05)- C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola

C_eravamo_tanto_amati-13546272di Giorgio Frabetti- Il grosso problema del cinema di Sinistra degli anni ‘50-’60 e’ fare ‘quadrare il cerchio’ tra impegno politico-culturale e esigenze spettacolari: confezionare prodotti cioe’ ben costruiti, ma non troppo intellettualistici ed elitari; capaci di incidere sull’immaginario collettivo, senza eccessive mediazioni. Fu vera gloria? Noi non possiamo più’ di tanto rispondere. Certo, pero’, non puo’ non sorprendere come il regista Ettore Scola gia’ si muovesse in quel 1974 con un film come C’eravamo tanto amati in una chiave di bilancio retrospettivo di questa stagione politico-cinematografica: con più ombre che luci. Dietro la struttura narrativa fortemente riflessa e costruita (solo mimetizzata dietro l’apparenza di un film facile e leggero), Scola ha chiaramente sviluppato una visione, se non ‘minimalista’ e crepuscolare, certamente con forti chiaroscuri. Si ha cioe’ la netta sensazione di assistere non ad un film compiuto, ma al “progetto” di un film che il regista avrebbe voluto girare in toni trionfalistici, sugli ideali dell’antifascismo e della Repubblica; ma che, davanti alla modestia dei risultati politici, sociali e culturali, non ha potuto o voluto realizzare. Invece cioe’ di rappresentare le lotte operaie, politiche etc. dell’epoca, Scola rappresenta delle persone (i tre amici Gassman, Manfredi., Satta Flores) ritratte mentre sognano queste idealita’, più che …  agire (salvo il finale): la Resistenza, vissuta dai tre, e’ sempre sullo sfondo, in flash beack e quel poco di vita che vediamo vissuta nel film e’ vissuta dai protagonisti uomini all’ombra delle loro donne (Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli) e dei loro sogni coltivati all’ombra dei fotoromanzi e del cinema. Stefania Sandrelli, attricetta friulana, e’ la donna del sogno ‘bohemiens’ e spensierato della giovinezza e delle speranze ingenue; Giovanna Ralli, figlia del cinico costruttore Aldo Fabrizi, e’ la donna ingenua e ignorante, ma che e’ tragicamente decisiva non solo per la scalata sociale e politica del marito Vittorio Gassman (il quale rinnega in nome dell’ambizione gli ideali di sinistra che lo avevano animato da giovane), ma è anche decisiva per rivelare allo stesso, dopo morta, la sua intima fragilita’ di uomo solo, gettatosi a far carriera per disistima di se’ e della propria vita. E’ importantissimo, ai fini di una corretta lettura del film, questo dato narrativo: gli uomini pensano, ma non agiscono; le donne agiscono e spronano gli uomini all’azione. Si veda, ad esempio, il personaggio di Stefano Satta Flores, il Professore che, per motivi politici, viene cacciato dal Liceo e che, abbandonato moglie e figli, si butta nel calderone romano in una disperata ricerca di affermazione culturale e cinematografica. Satta Flores sogna un cinema impegnato (rimpiangendo l’abbandono di De Sica dal primo filone neorealistico) che elevi le masse e le emancipi dallo sfruttamento dei Padroni. Ma e’ poi grazie ad una Stefania Sandrelli, frattanto maturata dopo i vani sogni di attrice e divenuta madre di famiglia, che tali ideali acquistano una loro realta’, nella scena finale di occupazione della scuola. Se questo e’ vero quanto a dinamica narrativa, deve anche precisarsi che, quanto a messaggio, il film appare oltremodo oscuro; nonostante l’ideologia obblighi il regista a vedere positivo, Scola non e’ cosi’ perentorio nell’additare nell’ideologia (evidentemente il Comunismo) la soluzione dei problemi. Sul film pesa l’oscura ambiguita’ del confronto tra il Palazzinaro Gassman (che tradisce gli ideali) e il resto degli amici (che all’idea comunista continuano a crederci, in qualche modo, nonostante tutto). E’ un confronto da cui non escono Vincitori e Vinti, Buoni e Cattivi. Addirittura, forse per difetto di sceneggiatura, nel film e’ Gassman, il Cattivo, che fa ‘la parte del leone’: certo, il finale lo rappresenta come sconfitto, ma frattanto occupa nel film un rilievo che in fondo gli altri personaggi non hanno. E’ lo strano fascino dei ‘cattivi’ che nei film rischiano di rubare la scena ai buoni, spesso scipiti, incolori. In filigrana, nella contrapposizione Gassman-Altri si insinua anche (e con precocità sorprendente) il tarlo della ‘”questione morale” entro la Sinistra. Una questione fin troppo nota per essere spiegata, ma che nel mondo della Sinistra acquista un rilievo particolare: in fondo la “questione morale” (la questione della corruzione cioe’) si e’ posta subito gia’ nel partito socialista all’inizio secolo e pare una specie di appuntamento col destino per i ‘partiti di classe’ che hanno fatto dell’ascesa dei proletari la loro missione. Anche questa ombra pesa in modo decisivo sul film, senza risposta nel finale. Davanti alle fragili prospettive rivoluzionarie (l’occupazione della scuola) che anima il gruppo di idealisti Manfredi-Satta Flores-Sandrelli, il film insinua il dubbio che quella marea possa essere travolta dalla storia e che il futuro possa appartenere tristemente ai pescecani come Gassman: il filo tra “ottimismo della volontà” e “pessimismo della ragione” di gramsciana memoria è qui particolarmente esile e sgranato. In quest’ottica si può apprezzaere la vicenda di Elide-Giovanna Ralli, la moglie di Gassman, sposata da lui per interesse: donna dolce e sensibile, che, dopo aver dedicato tutta se stessa a piacere al marito anche elevandosi culturalmente per essere alla sua altezza, si scopre usata e si suicida, dopo aver compreso il potere malefico del marito (che frattanto le ha distrutto la famiglia, per rubare la successione al Patriarca Aldo Fabrizi). Quella di Elide e’ una morte che non verra’ vendicata, un dolore cui non sara’ data risposta. E cosi’ nell’andamento del finale, dove gli stessi compari dell’occupazione della scuola elementare si ritrovano immediatamente dopo a scoprire l’agiatezza in cui il loro ex-compagno Gassman, impietriti all’idea di come “uno di loro” possa essere andato “dall’altra parte”, dalla parte dei Padroni. Comunque, va ribadito un concetto: e’ inutile cercare Vincitori e Vinti, Buoni e Cattivi in C’eravamo tanto amati: dove realta’ e sogno convivono in un’atmosfera ambigua si’, ma sospesa in un clima nostalgico , ma gia’ presago del disincanto post-bellico. Non troverete in C’eravamo tanto amati i trionfalismi da film di regime sovietico; ma nemmeno lo spietato disincanto da ‘grande freddo’, preludio al crollo di tutte le ideologie e delle illusioni di un mondo nuovo.

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