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Afghanistan: il dilemma della difesa asimmetrica del mondo

APTOPIX Obama 2008di Giorgio Frabetti- L’Afghanistan ha consegnato l’ennesimo morto italiano, dopo un’escalation che in questo mese di luglio ha sfiorato l’ecatombe. Una morte condannata a cadere nel bailame della lite Lega-PDL sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, il cui Decreto, calendarizzato oggi per l’approvazione del Senato dopo le sfortunate vicende degli ultimi giorni, e’ stato ulteriormente rinviato. Personalmente, siamo stanchi e stuccati del ‘modus agendi’ leghista, riedizione peggiorata e deteriorata delle mitiche docce scozzesi tra Craxi e De Mita sul finire degli anni ‘80; ma siamo anche stanchi di una politica che quando si nomina l’Afghanistan si trincera dietro il dogmatico ‘pacta sunt servanda’. Senza essere ne’ guerrafondai, ne’ pacifisti ’senza se e senza ma’, occorre interrogarsi realisticamente sui costi-benefici dell’impresa in Afghanistan, dove si gioca un’ipotesi del tutto nuova e senza precedenti di difesa/polizia internazionale contro la vera novita’ indotta dall’11 settembre, ovvero la cd “guerra asimmetrica” Occidente-Resto del mondo. Innanzitutto, sfatiamo il facile mito dell’Obama pacifista, che si trova in Afghanistan controvoglia solo per fatti compiuti della precedente amministrazione. Viceversa, in punto di ‘guerra al terrore’, Obama condivide la stessa visione che fu di George Bush, compresa la tanto famigerata ipotesi degli attacchi preventivi. Concetti questi ultimi ribaditi pubblicamente (e non senza sorprese) da Obama stesso nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Nobel per la pace. Concetti ulteriormente confermati nella programmazione di bilancio 2009-2011, che hanno conosciuto un netto consolidamento delle spese per le missioni militari in Afghanistan e Iraq con addirttura l’aumento delle retribuzioni e il netto miglioramento del Welfare riservato. Una contraddizione? Un’ipocrisia di Obama? In realta’, se Obama non sconfessa le missioni di Afghanistan e Iraq, e’ perche’ condivide l’analisi del predecessore sul principale fattore di rischio che oggi insidia gli USA, le cd “minacce asimmetriche” (del terrorismo, del banditismo finanziario e mediatico). Una minaccia che richiede un diverso e più’ duttile impiego dell’esercito in una chiave di ‘polizia internazionale’, più’ difficilmente classificabile. Questo e’ il nocciolo della questione Afghanistan-Iraq. Certo, al momento, la resa di questi dispositivi militari-politici e’ molto dubbia e incerta; ma lo e’ come tutte le imprese in start up, che non hanno alle spalle precedenti. C’e’ chi sostiene (Loretta Napoleoni, La Morsa, Chiarelettere, 2009) che tali interventi sono radicalmente sbagliati, perche’ i nuovi nemici (specie il nuovo Islam) usano strumenti di invasione nel fronte occidentale tipicamente immateriali, come la finanza: di qui, si ritiene del tutto inutile mandare al macello milioni e milioni di uomini per controllare un territorio (sia esso afghano o iraqeno) in cui di fatto non capita nulla di rilevante. Senonche’ questa analisi (pur pregevole per molti aspetti) non tiene conto che le truppe USA e NATO oggi svolgono una funzione di supporto e tutela ai Governi ‘locali’ afghani e iraqeni ‘liberati’. Un’attivita’ di cui certo si possono criticare gli esiti concreti, ma di cui non si puo’ disconoscere l’utilita’, almeno in prospettiva: uno Stato forte in quelle contrade significa più’ intelligence, più’ polizia, quindi migliori probabilita’ che siano le autorita’ locali a gestire il contrasto al terrorismo e alla finanzia islamica, senza dover appaltare in tutto l’incombenza al ‘gendarme USA’. E nella misura in cui si approva questa politica, come si puo’ ragionevolmente attribuirgli probabilita’ di successo senza l’apporto USA? Ora, la vera questione politica non e’ scegliere in astratto tra guerra o pace), quanto gli USA stanno operando in questa direzione. E’ su questo argomento che deve seriamente interrogarsi il Parlamento italiano, nel votare il rifinanziamento delle missioni all’estero. Al momento, l’Amministrazione Obama sta gestendo un ambizioso e impegnativo investimento in ‘risorse umane’ per le missioni di Iraq e Afghanistan, favorendo l’elevazione del livello scolare del personle militare e operando drastici tagli nelle forniture e negli appalti per gli armamenti tradizionali: l’idea e’ quindi di una più’ marcata specializzazione del personale in missione, di cui certo dovranno verificarsi i risultati in futuro. Quello che al momento si puo’ dire e’ che Obama non deflettera’ dall’impegno in Afghanistan e Iraq. Senza entrare nel merito di una possibile ‘fase due’ della Presidenza Obama, tesa alla politica estera, dopo un iniziale maggiore impegno nella politica interna (come fu per Clinton), e’ indiscutibile (come ricorda Carlo Jean nel num. 51/2011 di Aspenia) che Obama sa che dalla resa militare degli USA dipendera’ anche la resa del suo sistema finanziario ed economico. Questo spiega perche’ Obama, pur in periodo di crisi, si sia ben guardato dal tagliare le spese per le missioni in Iraq e Afghanistan: il mondo, infatti, pensa il Presidente, paghera’ volentieri i titoli del Tesoro USA, se questi domostreranno di essere all’altezza del loro compito di ‘poliziotto globale’.

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