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I classici della Tv-03)/Ho incontrato un’ombra (1974) di Daniele d’Anza

un ombradi Giorgio Frabetti- Il regista milanese Daniele d’Anza, prematuramente scomparso all’età nel 1984 ad appena 52 anni lasciando incompiuta la serie RAI dedicata alla “trilogia” di Antonio Fogazzaro (Piccolo Mondo Antico, Piccolo Mondo Moderno, Il Santo) ha firmato per la RAI-Tv alcune delle creazioni più originali e innovative. Se si tralasciano (per evidenti motivi di spazio) le già notevoli Melissa, Coralba, Giocando a Golf una mattina, risalenti agli anni ’60, ma molto di avanguardia per soggetto e stile narrativo di uno Sceneggiato Tv (e se si fa eccezione per il discusso I figli di Medea del 1958, con lancio della notizia “falsa” del rapimento del figlio di Alida Valli, già vicinissimo all’Istant Movie degli anni ’80, se non al Reality vero e proprio), si devono a Daniele d’Anza le contaminazioni più originali ed artisticamente evolute del genere “giallo”. E’, infatti, del 1971 Il Segno del Comando, con Carla Gravina e Ugo Pagliai, la grande saga esoterica che, in una Roma incantata e mirabilmente cadenzata dal refrain di Nico dei Gabbiani (“Cento Campane”), anticipa con quarant’anni di tempo cadenze narrative che saranno poi tipiche della saghe di Harry Potter. Ma è con la serie Ho incontrato un’ombra del 1974 che d’Anza raggiunge il vertice del suo talento espressivo. Se si scorrono le HomeVideo che le Bacheche Rai hanno messo a disposizione del pubblico, quando si rivedono gli sceneggiati italiani dei primi decenni della Tv, si resta fortemente stuccati dal ritmo lento delle narrazioni: tendenzialmente degli audio-libri, sceneggiature tratti da classici della letteratura, venivano agite sul Video con canoni di stantio teatro filmato (se non radiofonico). Viceversa, in Ho incontrato un’ombra fin dalle prime battute si insinua con straordinaria efficacia e scorrevolezza l’inquietudine, l’imprevisto, l’anomalo, la supence; con una straordinaria valorizzazione delle quattro puntate che scorrono velocemente, tenendo col fiato sospeso lo spettatore fino all’imprevisto finale. Il film inizia con lo schivo, ma disivolto Philippe Dussard (Giancarlo Zanetti), pubblicitario di successo di Ginevra, che viene abbordato dalla avvenente collega Catherine (Laura Belli) all’uscita dell’Ufficio per un incontro galante che si risolverà la sera in un rendez vous nella claustrale dimora di Sussard, icona di ordine e pulizia. Senonchè già alla sera, Philippe si accorge che c’è qualcosa “fuori posto”: il disco preferito non si trova al suo posto, si trovano nella dimora strani monili da donna (che fanno subito ingelosire Catherine), capelli biondi, bottiglie di brandy aperte e bicchieri mezzi pieni. Segni subdoli, ma chiari di una presenza (non di ladri), di una presenza misteriosa, all’apparenza femminile, e che di lì a poco si rivelerà per essere una misteriosa donna bionda (Beba Loncar); la quale un giorno, del tutto inopinatamente, gli regalerà un cadavere, accoltellato proprio nella casa del povero e ignaro pubblicitario. Un cadavere senza identità, con generalità false (un ricattatore, si scoprirà) che Dussard, spaventato a morte, getterà nel Lago. Un cadavere che però legherà fatalmente Dussard alla misteriosa donna bionda, donna dai mille segreti e dalle mille reticenze, che vive in un corrusco castello con la madre, che egli pedinerà, avvicinerà, e che nasconde un segreto legato al passato nazista e della Shoa. Senonchè inizialmente convinta dal protagonista a gettarsi dietro le ombre del suo passato, la donna scomparirà misteriosamente, lasciando Dussard vuoto e solo. Già solo dalla semplice narrazione, si può agevolmente comprendere l’estrema modernità del soggetto per gli anni: non solo e non tanto il tema del “nazismo” in sé, quanto della reverie del nazismo che oscuramente si trascina come sinistro fantasma nel dopoguerra, ma che si fa rivivere con la stessa ambiguità con il quale in fondo si presentò agli ignari tedeschi nel 1933: dietro il fascino e dietro l’estetica aristocratico-romantica, qui impersonata dalla bellissima Beba Loncar (che dovette molto alla sua celebrità per questo sceneggiato). Siamo alla linea interpretativa del Nazismo come frutto estremo e degenere della Senshucht romantica: un tema felicemente percorso dalle avanguardie dell’art film degli anni ’70-’80, come Liliana Cavani (Portiere di Notte) e Reiner Fassbinder (Veronika Voss). Uno spessore culturale europeo, che sfata la leggenda che identifica lo sceneggiato RAI solo con polpettoni provinciali tipo La Cittadella o Addio mia bella, addio. Essenziale per lo sceneggiato è la resa delle atmosfere, tanto dense di inquietudine e di ambiguità: una resa straordinaria, il cui contributo è garantito in larga misura dalla splendida colonna sonora (autunnale e malinconica) di Franco Pisano-Romolo Grano (Blue Shadow), grande successo nella hit parade 1974. Grandissimi attori, specie Giancarlo Zanetti, attore dalla carriera spesso discontinua, ma versatile tra drammatico e brillante, che conferisce grande spessore espressivo al difficile ruolo di Dussard.

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