26 giu, 2011
Siamo ancora quelli che si ergono in mezzo alle rovine?
- di Andrea B. – Siamo noi?
Siamo noi quelli che al liceo sottolineano con l’evidenziatore tutte le righe del libro, così ci si sente tranquilli. Siamo noi quelli che all’università spendono più in fotocopie piuttosto che in caffè e sigarette, comprese dispense introvabili e appunti illeggibili di compagni di corso, così ci si sente rassicurati. Siamo noi quelli che una volta affermati e dotati di stipendio ne spendono un terzo in libri, così ci si sente colti e si ha pure una bella libreria da mostrare agli amici. Siamo noi quelli che una volta scoperto il computer hanno preso a stampare tutto, così ci si sente completi. Quelli che poi hanno scoperto “salva con nome”, così ci si sente ecologisti nel nostro non sprecare carta e custodi di molti saperi. Siamo sempre noi quelli che quando hanno comprato il primo iPad si scaricavano tutti i libri possibili dal web, così ci si sentiva poliedrici. E con la coscienza pulita.
Troppo pulita.
Netta e azzerata come un foglio bianco ora che il vastissimo mondo virtuale ci offre il sapere alla portata di due click, ora che raccogliamo biblioteche nelle nostre tavolette senza curarci del cosa e del perchè. Accumuliamo in continuazione e poi, sistematicamente, non ce ne curiamo più di un nuovo paio di scarpe.
Prendiamo la biblioteca ad esempio: aldilà degli spazi adibiti allo studio ritagliati in qualsiasi università, dotati di maggiore o minore metratura e di migliore o peggiore luce, la biblioteca “questa sconosciuta” è nient’altro che una targhetta con la B maiuscola e le lettere in corsivo costellate di aurei svolazzi sinuosi, con tutte quelle decorazioni stucchevoli e le ragnatele negli angoli, piena di ciarpame che s’accumula in continuazione. Un posto che “deve” esserci in ogni piccolo o grande centro ma che è più un punto vitale di programmi e liste politiche che un luogo da sfruttare per accrescere il sapere e la consapevolezza… Ma tanto adesso c’è la tv che fa cultura, c’è il cinema che fa storia e i libri da leggere li leggo/scarico/acquisto su internet…
Siamo la generazione degli accumulatori culturali, di coloro che hanno scaffali pieni di libri che non hanno mai aperto, di coloro che leggono solo le notizie flash e affermano di leggere un quotidiano al giorno, di coloro che hanno gli aggiornamenti sul telefonino ma schiacciano subito su “elimina”. Siamo la generazione della cultura 2.0, che di tecnologico ha soltanto il vezzo e non l’utilità, che di autenticamente culturale ha soltanto lo 0, nemmeno il 2. Siamo la società degli iPhone, iPad, iTunes, iPod, iPirla. Perchè una società ha un determinato patrimonio culturale, noi ce lo siamo giocato in un videogame, l’abbiamo venduto in e-commerce sul web, ci abbiamo fatto “rewind” con le cuffie alle orecchie. Siamo noi questa società?
Un recente studio sul crollo dell’attenzione ha esposto come sia più facile riscoprire la concentrazione, la calma o – più banalmente – il gusto di leggere un libro in maniera profonda, nella maggiore età. Siamo una generazione instupidita dalla balcanizzazione cognitiva da web: le rare volte nelle quali stacchiamo la spina la concentrazione fa capolino come fosse una novità, un lusso riservato a pochi. Siamo riusciti, pascendoci del mutar dei tempi, ad imbalsamare la cultura, la sete di sapere e lo spirito critico in favore di un appiattimento culturale senza eguali, un po’ come accade nelle religioni rivelate: quel che ci vien detto è legge, l’opinione e l’interpretazione sono un’eventualità. Nessun dubbio, nessun approfondimento e nessun margine di discussione, chiacchiere da bar al limite. Il conformismo è diventato quasi una necessità: il “genio”, il “sapere qualcosa in più degli altri” vengono costantemente nascosti tra le pieghe della volontà di non dissentire, di non apparire diversi da quel carrozzone di individui banali e falsamente colti che popolano il nostro quotidiano. Scriveva Nietzsche: “tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sè al manicomio”. Noi prima ci abbiamo portato la cultura, adesso ci portiamo quei pochi neuroni sani che ci restano. Il fatto è che il progresso aiuta l’uomo, ma lo rende schiavo e succube di esso, prigioniero di un circolo vizioso dal quale non riesce ad uscire se non recupera un po’ di sè.
Le istituzioni invecchiano, fino a diventare decrepite e sbriciolarsi sotto i colpi della modernità. La cultura, quella autentica, quella capace di trasportarci oltre le vette dell’impossibile e di far vibrare le corde della curiosità, quella in grado di accendere l’interesse per il passato ed il motore d’avanguardia per il futuro, quella che ha il potere di stagliarsi al di sopra del passare del tempo no. Quella lì continuerà a bruciare per l’eternità finchè ci saranno quei pochi che faranno di essa un mezzo per sentirsi liberi e non schiavi di un progresso fasullo. E’ il sapere la sorgente più autentica della libertà dell’uomo ed è la libertà interiore che mantiene giovani. Di una gioventù che non teme le rughe e che guizza in quegli occhi che non smettono di avere sete di quello che non conoscono anzichè avere fame di posarsi per l’ennesima volta sulle certezze già acquisite.
Noi non vogliamo essere questa società. Noi vogliamo essere tra quei pochi che si ergono ancora in mezzo alle rovine della tradizione e della cultura, la stessa cultura per la quale chi è venuto prima di noi ha dovuto subire censure, persecuzioni, scomuniche, spesso ha dovuto pagare con la vita o con l’esilio il prezzo del proprio sapere. Noi vogliamo essere ancora a lungo i custodi di tutto quello per il quale i nostri più o meno illustri e citati predecessori hanno pagato cara la volontà di condividere, di trasmettere, di divulgare. Non siamo coloro che si erigono a giudici del progresso, non siamo coloro che fanno la guerra a muri di cartongesso combattendo un mondo virtuale che ormai è divenuto il modello comunicativo imperante. Saremmo soltanto fuori tempo. Noi siamo coloro che intendono ancora tutto ciò che è cultura come la più grande incubatrice d’avanguardia, siamo coloro che credono nella tradizione come base per lo sviluppo di un futuro possibile, siamo quelli che desiderano un presente libero dai profeti del nulla e dell’appiattimento. Noi siamo quelli convinti che tutto ciò che appartiene al patrimonio culturale sia una dinamite contro l’atomizzazione e la balcanizzazione del pensiero. Oppure siamo soltanto quelli che amano profondamente concedersi ancora un momento per se, tra lo stress delle nostre giornate ed il grigiore della città moderna; un momento per leggere, per imparare, per comprendere, capire ed approfondire.
Dunque torniamo a riscoprire il valore autentico di un libro, sforziamoci di cercare qualcosa che possa appassionarci, dedichiamo un momento per alimentare quella curiosità che sola è capace di accendere di nuovo la nostra autenticità. O finiremo come droni atomizzati che passano di moda con l’uscita di un nuovo sistema operativo.