29 mag, 2011
La bellezza della vita non ha età
di Redazione-Pubblichiamo questo interessante articolo di Annalena Benini apparso in questi giorni su “Il Foglio” sulle considerazioni della scrittrice Julie Burchill riguardo l’invecchiamento. Nell’immaginario collettivo l’invecchiamento è considerata una sciagura, un incubo cui sottrarsi, qualcosa che infiacchisce e toglie freschezza fisica e psicologica all’individuo. La scrittrice inglese indidua invece molti lati positivi dell’invecchiamento. Certamente il tema si può riallacciare alla letteratura (pensiamo ad esempio ”Senilità” di Italo Svevo), ma anche all’attualità: i casi di Strauss-Kahn e di Berlusconi rappresentano la resistenza forzata da parte dell’uomo all’invecchiamento, l’ ambizione di essere sempre giovani e prestanti, la volontà e la presunzione di non accettare l’inesorabile legge del tempo e della vita e infine il mito dell’eterno fanciullo che certi uomini e donne coltivano. La chirurgia plastica è l’esemplificazione di un’età da molti vissuta male, senza amor proprio e soprattutto senza serenità. Saper vivere ogni attimo della propria esistenza, al di là di tutto è un grande atto di umiltà di cui ogni uomo dovrebbe fare tesoro- prima cosa bella dell’invecchiare (sempre meglio di dire: essere di mezz’età) è che a un certo punto si entra al cinema con lo sconto. Ma non solo. Secondo Julie Burchill, scrittrice ed editorialista inglese cinquantenne orgogliosa di annunciare l’inizio del proprio viale del tramonto, il massimo dell’invecchiare è che si può lasciar perdere l’ambizione (carrieristica, erotica, sociale). Ci si libera così di un sacco di noie: competizione, appuntamenti, tradimenti, terribili cene mondane, continue telefonate, preoccupazioni notturne, sesso faticoso. “Essere ambiziosi è come essere magri. E’ carino esserlo in giovinezza – ma continuare a esserlo nella mezza età, finirai con l’avere una faccia acida. Lasciati andare – è più tardi di quel che pensi”. Lasciarsi andare ai dolci, allo spegnimento dei fuochi interiori (compreso quello di dover saltare addosso a una cameriera d’albergo dicendole: ma non sai chi sono io), a una vita tranquilla: “Di certo voglio tenermi il mio lavoro. Ma l’idea di sforzarmi di essere migliore di quel che sono nelle cose che faccio, o di metterci del tempo in più (è ciò che si fa quando si è giovani: è l’ambizione) mi sembra adesso del tutto ridicola”. Julie Burchill scrive che non vuole finire come una celebrità di mezz’età vista in un ristorante alla moda mentre urlava al suo agente: “Voglio essere nel gioco! Ho bisogno di essere nel gioco!”. L’unico gioco che interessa a Julie Burchill in questi giorni è il Bingo: affermazione sconvolgente ma che rende l’idea, l’equivalente di darsi una calmata, smettere di correre fingendo di non essere disperati (nella classifica delle cinque cose che la rendono felice al primo posto c’è il suo matrimonio, al quinto gli amici, la carriera non compare). C’è però, per le donne di mezza età, l’ineluttabile fallimento nella competizione con le ragazze giovani (anche se è piuttosto consolante ridere dei coetanei che tentano di fingere la gioventù scomparsa, con pantaloni aderenti e facce tese per lo sforzo). L’invisibilità femminile sembra essere il più doloroso dei mali, “ma quando si sono avute un sacco di attenzioni e noie da giovani, non è male andarsene in giro senza essere molestate”. Si può vivere senza i fischi per strada, quando si sono passati decenni a lamentarsi degli uomini che fischiano per strada? La mezz’età, vista così, non sembra affatto male. Poi però, come scrive Nora Ephron in “Non mi ricordo niente” (a giugno in libreria) un giorno la vecchiaia arriva. “Un ginocchio cede, oppure una spalla si blocca. O un’anca. Non hai più le vampate, la pelle diventa flaccida. Compaiono delle macchie. Il tuo décolleté è rugoso come il nocciolo di una pesca. Sei cinque centimetri più bassa. Sei cinque chili più grassa e non riusciresti a perdere un etto neanche se ne andasse della tua vita. Le mani non funzionano più come prima e hai difficoltà ad aprire le bottiglie. Se naufragassi su un’isola deserta e avessi solo cibo sigillato nella plastica moriresti di fame. Al mattino prendi tante di quelle pillole che non hai più spazio nello stomaco per la colazione”. Succede nonostante il botox, la palestra, le tinture. Si incontra una vecchia amica, non la si riconosce, le si dice che è perché ha cambiato pettinatura (“Sembra mia madre”, si pensa). Poi l’amica dice: “Maggie, è un secolo che non ci vediamo”. “Non sono Maggie”. “Oddio”, dice l’amica. “Sei tu. Non ti ho riconosciuta. Cos’hai fatto ai capelli?”.