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Caro vecchio libro “Cuore”

cuoredi Giorgio Frabetti- Per decenni e decenni in Italia il libro Cuore di Edmondo de Amicis è stato per la borghesia tradizionale post-risorgimentale una specie di depositum fidei laico, che ha educato generazioni e generazioni. Caduto in disgrazia con il Sessantotto a causa dei pregiudizi sempre più forti verso la mitologia patriottica tradizionale, oscurato dalle vicende personali di De Amicis, tutt’altro che un educatore esemplare (picchiava la moglie ed ebbe sulla coscienza il suicidio del figlio maggiore, a 22 anni), il libro Cuore merita comunque adeguata giustizia, anzitutto, sul piano letterario. I singoli brani del Diario del bravo Enrico Bottini sono freschi e simpatici (bellissimo il brano La mia classe, dove l’Autore riesce finanche a mimare la sintassi elementare con cui i bambini tendono ad esprimersi); i racconti mensili, per quanto non eccezionali, sono ben condotti (anche se forse il più completo dal punto di vista narrativo è Sangue Romagnolo). Certo, il soggetto è uno dei più difficili e impegnativi che esistano: a rappresentare l’infanzia, infatti, si corre il rischio dello stereotipo, del patetico. In effetti, scorrendo le pagine del libro ci si chiede: possibile che nei bambini si sentano solo discorsi intonati a bontà e a buoni propositi? Parrebbe di stare di fronte a bambini privi di autonoma personalità, tanto sono ligi ai voleri dei genitori (salvo qualche intemperanza verso i genitori di cui viene puntualmente sgridato il protagonista). Possibile che non si racconti mai una marachella? Possibile che appena i ragazzi si concedono uno svago (ad esempio giocare a palle di neve) subito subentri la disgrazia (es. il bimbo che colpisce il vecchio passante, rischiando di accecarlo)? Possibile che da una parte ti trovi bambini perennemente votati all’altruismo fino al martirio (Garrone, Robetti) e dall’altro ti trovi impenitenti delinquenti come Franti o superbi incorreggibili come Nobis? Perché Bottini e gli amici Garrone, Derossi non possono essere stati almeno per un attimo un po’ cattivi come Franti o superbi e arroganti come Nobis? Facile, quindi, è stata l’accusa (specie sull’onda del ‘68) di falsità del libro Cuore. Diffidiamo, comunque, dei luoghi comuni. Innanzitutto, i principali difetti alla base del libro risiedono nella non risolta tecnica compositiva: De Amicis, maestro insuperato di bozzettismo, fa davvero fatica a farsi carico dei tempi lunghi e delle esigenze stilistiche di un romanzo, il primo romanzo dell’Autore, scritto dopo molto giornalismo e narrativa breve. I singoli brani, quindi, per quanto squisiti, non sono ben coordinati; inoltre, troppo spesso l’Autore pensa di coprire questa povertà di invenzione cedendo il passo all’aperto discorso morale o didascalico. Ciò posto, il libro Cuore si presenta ancora al lettore di oggi come un affresco molto ricco della realtà infantile e un romanzo tutt’altro che edulcorato sul versante sociale: nel suo piccolo, e pur con tutti i suoi difetti tecnici, il romanzo è pur sempre la storia di un’iniziazione ad un’educazione interclassista e solidale, tesa ad aprirsi sul mondo del lavoro, della povertà e della sofferenza in generale. Di qui, Cuore dipana una lunga carrellata sui bambini orfani, ciechi, rachitici, handicappati, sfruttati (es. il ‘Pagliaccino’): una piccola descensio ad inferos nel mondo della sofferenza infantile, dell’orrido in cui qualcuno (Aldo Grasso) ha potuto intravvedere la vera, intima “genialità letteraria” dell’opera deamicisiana, il fondo oscuro, ma reale e autentico, dietro la facciata ordinata e pulita dei “buoni sentimenti”. A questo riguardo, poi, c’è un altro equivoco da fugare: Cuore non è un libro pedagogico, per bambini; glielo impedisce lo stile, non adatto a bambini. In realtà, Cuore è essenzialmente un romanzo politico: riprendendo le parole di Giovanni Spadolini nel suo Gli uomini che fecero l’Italia (Longanesi, 1989), si può dire che Cuore è l’equivalente romanzesco dei Doveri dell’Uomo di Mazzini, un poema della buona volontà e la collaborazione delle classi come collanti e cemento di solidarietà tra le classi sociali (in questo, il personaggio della “bontà attiva” di Garrone è emblematica). Ma soprattutto è il poema dell’ Amor di Patria compendiato con l’etica del lavoro,del Sacrificio, della Scienza e del Progresso. Non è il Poema del Nazionalismo come specie di “anestetico” del malessere sociale (vedi Cuore di Comencini e Suso Cecco d’Amico, 1984). Più semplicemente, l’Ideale Nazionale qui vi appare come “cambiale” pagata dalla classe dirigente post-risorgimentale per un’unificazione dell’Italia, di cui parevano fare le spese, ai tempi della composizione del libro, soprattutto il popolo e le classi popolari.

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