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Il tramonto di Zapatero tra sconfitte elettorali, “indignados” e default

zapatero2004(Redazione) E’ di questi giorni la notizia della sconfitta del premier spagnolo socialista Zapatero in un turno di elezioni amministrative molto vasto. Una sconfitta grave, che ha portato il leader socialista a dichiarare il proprio ritiro dalla competizione elettorale generale del prossimo 2012. Sembra proprio chiudersi la lunga fase politica di uno dei leader più discussi degli ultimi decenni, andato in default a causa della decisiva influenza della crisi finanziaria che in Spagna si è presentata sotto le inquietanti vesti della “quasi bancarotta” per la diffusione pervasiva del facile debito. Non è chiaro se ci sarà per la Spagna un nuovo Cameron, come in Inghilterra, ovvero una solida alternativa di centrodestra, autorevole per gestire la difficilissima congiuntura economica e sociale. La crisi economica comunque ridisegna scenari politici e alleanze tra i partiti, con effetti e scenari ancora largamente misteriori ed imprevedibili. Qui di seguito, si propone l’analisi di Giampaolo Tarantino, tratta da L’Occidentale del 23/05 u.s.- Quasi 35 milioni di spagnoli si sono recati alle urne per rinnovare oltre ottomila sindaci, 68.400 consiglieri municipali e 824 deputati regionali in una consultazione locale stritolata fra crisi economica, disoccupazione, protesta sociale e giovanile. Il Psoe del premier Zapatero ha subito una sonora sconfitta. I socialisti sono ai minimi storici e Zap. non si ricandiderà nel 2012. Il Psoe perde in grandi feudi tradizionali, come la Castiglia-La Mancia e l’Estremadura, ma soprattutto a Barcellona e Siviglia, seconda e quarta città del Paese. Barcellona finisce nelle mani dei nazionalisti conservatori del Ciu mentre Siviglia passa nelle mani del Pp, che si conferma anche nella capitale Madrid. Secondo i risultati diffusi ieri in serata, in Spagna c’è un onda azzurra montante, come il colore del Partido Popular (Pp) di Mariano Rajoy, che chiede elezioni anticipate. Il risultato di oggi viene considerato un forte segnale di allarme per i socialisti, a dieci mesi dalle cruciali politiche di marzo 2012.

La vigilia elettorale è stata caratterizzata da quello che è stato ribattezzato il movimento degli “indignados” (o movimento 15-m), i cui componenti si sono accampati martedì scorso a Puerta del Sol a Madrid e nei giorni successivi in altre piazze del Paese denunciando il sistema politico dominato dai grandi partiti e reclamando una maggiore giustizia sociale. Decine di migliaia di manifestanti hanno nuovamente invaso sabato sera  e nella notte le vie e le piazze della Spagna. Nella capitale, i dimostranti hanno deciso per alzata di mano che continueranno a occupare Puerta del Sol almeno fino a domenica prossima a mezzogiorno. L’impatto che l’esplosione della rivolta dei giovani ha avuto sulle urne non è ancora del tutto chiaro. Ad occupare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg non sono stati né i discorsi di Zapatero né di Rajoy. Tutti parlavano solo degli “indignati”. Con troppa enfasi dicono di ispirarsi a Piazza Tahir. Alle proteste che hanno mandato via il “faraone” Mubarak dopo trent’anni di dominio sull’Egitto. Ma sono un’altra cosa. Sono la generazione che ha paura di finire come la Grecia. Sono giovani, laureati e non, che dal 15 maggio (perciò il movimento si chiama M-15) manifestano per avere un futuro, ma non solo. La protesta di piazza Puerta del Sol denota soprattutto l’ansia di un Paese che si sente sempre più messo all’angolo.

Come spiega Stratfor, la Spagna è il prossimo paese della Ue candidato alla bancarotta. La disoccupazione è la peggiore delle conseguenze sociali di una recessione che ha colpito duramente.  Il tasso dei disoccupati è costantemente oltre il 20 per cento, con un picco per il settore dei giovani che supera il 40 per cento. Ma gli indignati spagnoli sono soprattutto i figli di una delusione. Quella di un paese che pensava di aver trovato la ricetta per la felicità e la ricchezza. Appena due anni fa politici ed economisti iberici festeggiavano il sorpasso del Pil spagnolo su quello italiano. Poco dopo è scoppiata la bolla immobiliare che ha polverizzato migliaia di posti di lavoro e affossato il settore che faceva da volano a tutto il sistema economico. Poi sono arrivate le banche da salvare, i tagli nel settore pubblico e le tasse in aumento. Tutti discorsi che gli “indignati” non vogliono più sentire.

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