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“La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini: ovvero, il “giallo” come gioco di società

morellidi Giorgio Frabetti- Chissà se i lettori sapranno come si pronuncia Boston, la città? Se “Boston” come suggerisce la lettera, ovvero “Baast’n” all’inglese? Per questa disputa, per questa affettazione “da mezza calza”, Anna Carla Dosio e Massimo Campi, nomi altisonanti della borghesia torinese e personaggi principali de La donna della domenica (Fruttero e Lucentini, anni 1972), rischiano l’incriminazione per omicidio dell’Architetto Garrone: “Omicidio rituale o no, facciamolo fuori al più presto”, dice la missiva intercettata dai Domestici della Sig.ra Dosio e offerta alla polizia come “corpo del reato”, per vendicarsi di un repentino licenziamento. E meno male che dall’altra parte si trova un Commissario comprensivo e scrupoloso come il Commissario Santamaria, che, abituato a navigare nelle difficili inchieste con “gli insospettabili”, è subito pronto ad accogliere la dotta esegesi del Campi sul “movente” di questo “omicidio allegorico”: “in lui [in Garrone] [erano] concentrati – ma corrotti, putrefatti, sinistramente esasperati, stravolti da mortuaria alchimia- difetti e virtù di una Torino sepolta di fresco o comunque in rapida decomposizione: la parsimonia, ma incancrenita nei modi del morto di fame; il riserbo, ma degradato a losca elusività; il conformismo, ma fermentato in progressive purulenze; la cortesia, ma liquefatta in adulazione; il vecchio stile, ma mangiato dai vermi di abbiette civetterie, di atroci vezzi”. “Atroci vezzi” come quello di pronunciare Baast’n in modo insopportabilmente affettato, per ostentare la conoscenza delle lingue straniere (di qui, l’avversione della Sig.ra Dosio che paragonato al Garrone per la sua pronuncia, va su tutte le furie e ne invoca sia pure simbolicamente la morte). Già, Garrone, il cuore e il motore della vicenda: sempre presente in anteprime al Teatro Stabile, conferenze, mostre di pittura, cinclubs, comitati artistici e culturali, conosciuto dalla Torino di tutti i ceti sociali. Garrone (in grottesca contrapposizione con l’omonimo “buono” del libro Cuore) è un “marginale” di professione, un ambiguo individuo fallito, ma che medita una rivincita sulla buona Borghesia, e che troverà la morte, intermediando una lucrosa tangente per la lottizzazione di un terreno in Collina. Un “marginale” che in fondo ha rotto le uova nel paniere a tanti e che in fondo molti, troppi a Torino vorrebbero eliminare, o quantomeno punire: un vero e proprio per lo zelante Commissario Santamaria, che si troverà davanti ad un numero troppo elevato di sospettabili (“troppi sospetti, nessun reo” gli ricorda il Vice-Questore). Ce n’è quanto basta per Fruttero e Lucentini per far sviluppare attorno a questa figura di bassifondi torinesi un ricco affresco sulla provincia di una delle città ritenute tra le più misteriose e paradossali d’Italia, sospesa tra la sua avanguardia politico-culturale e i tabu, le fisime di città di provincia e che tanto sanno ancora di Gozzano e (perché no?) De Amicis. L’intuizione di Fruttero e Lucentini sta nel diluire (con risultati incerti, però) la formula classica e canonica del poliziesco (accolto con sospetto dal cotè letterario italiano per i suoi “stereotipi”) con il “romanzo d’ambiente” che tra la seconda metà dell’800 e i primi del ‘900 aveva reso il milieu torinese all’avanguardia in Italia per la produzione di una ricca letteratura nazionalpopolare o borghese (da Monsù Travet, a De Amicis, a Gotta). Un filone che riprende l’intuizione di Mario Soldati dei Racconti del Maresciallo. Negli anni ’70 ne nacque un piccolo “caso” letterario”. Al lettore del presente, comunque, la Donna della Domenica può apparire un romanzo riuscito solo a metà. Impagabile lo scketch (giustamente ripreso nell’adattamento cinematografico di Comencini del 1976) sul tormentone delle generalità alla Polizia dei domestici di Casa Dosio: “nato a Asti e ivi residente a Torino” con il diverbio tra analfabeti. Come splendidamente archiettata è la scena della rivelazione dell’assassino, felice combinazione di Chesterton (Padre Brown) e Gozzano: in quella casa delle ‘Buone Pere’, così kitsch con i suoi busti, tendaggi (le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano), il Commissario Santamaria e il fido De Palma, accoglieranno l’assassina, vestita di nero, appena arrivata da Messa, in un clima quasi sacrale di confessione e di penitenza. Per il resto, il romanzo tradisce l’artificiosità della combinazione di generi letterari diversi e lontani: ne sia la riprova il terzo capitolo, in cui il racconto del primo “abboccamento” tra Massimo Campi e il Commissario Santamaria, risulta troppo appesantito dal parallelo (e inutile) racconto del “cazzeggio” domestico e mondano della Sig.ra Dosio. Da ultimo, il romanzo è stato oggetto di un remake televisivo con Gian Paolo Morelli.

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