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Un eroe della Resistenza dimenticato: Alfredo Pizzoni

Pizzoni_fotodi Federico Mugnai Il 25 Aprile è alle porte e, dato che noi vorremmo che fosse una festa di tutti gli italiani, specialmente in questo anno di celebrazione per il 150° dell’Unità d’Italia, crediamo opportuno raccontare la storia di un grande protagonista della Resistenza, purtroppo dimenticato, perchè non allineato sulle posizioni del Pci di Togliatti e del Partito d’Azione di Ferruccio Parri. Ciò a dimostrazione che la Liberazione dell’Italia dai nazisti, sarà festa di tutti, quando si supereranno  gli steccati ideologici, quando il fascismo sarà relegato alla storia e non preso come spauracchio da tenere in piedi per lotte politiche odierne ed infine quando uomini dello spessore umano e morale come Alfredo Pizzoni che hanno svolto un ruolo primario all’interno della Resistenza saranno celebrati al di là di quella che era la sua cultura politica di riferimento (era un liberale). L’antifascismo è ancora troppo contaminato dall’egemonia culturale che fa riferimento al gramscismo e ai suoi eredi, dimostrandosi così immaturo a rappresentare un valore di riferimento nazionale. In questo modo la Resistenza,  invece di essere collante della Nazione, è divenuta il simbolo della divisione degli italiani secondo categorie prestabilite, proveniente da certa parte della sinistra intellettuale. Per capire meglio ciò basterà raccontare la vicenda di Alfredo Pizzoni, attraverso le parole di Renzo De Felice, nel libro-intervista “Rosso e Nero”. “Pochi sanno chi è Alfredo Pizzoni: è stato il presidente del Comitato di liberazione nazionale in alta Italia, il capo della Resistenza fin dal principio, per diciotto mesi, ma di lui si è persa la memoria. Il giorno dopo la Liberazione fu messo alla porta senza tanti complimenti…..Fu la sinistra resistenziale a volere la testa di Pizzoni: troppo liberale, troppo patriota, troppo amico degli Alleati…..Alfredo pizzoni non era un uomo qualunque: era prima di tutto un soldato. Figlio di un generale di brigata della Grande Guerra al cui seguito aveva girato le guarnigioni di mezza Italia. Aveva combattuto come bersagliere, era stato fatto prigioniero, e alla fine della prima guerra mondiale si era ritrovato in Palestina. Aveva anche partecipato all’impresa di Fiume insieme a Gabriele D’Annunzio. Ma era soprattutto un uomo di finanza: studia ad Oxford e a Londra, fa carriera al Credito Italiano. La cosa avrà un’importanza decisiva, al pari dei suoi sentimenti antifascisti. Fu sorvegliato dall’Ovra, ma nel clima degli “anni del consenso” era stato convinto dalla moglie a prendere la tessera del Pnf. Un patriota, per definirlo con una parola. pur consapevoli delle conseguenze catastrofiche dell’alleanza con la germania nel 1940, chiede di andare a combattere. Non solo per un senso di orgoglio militaresco, ma anche per prepararsi al dopo e non lasciare l’Italia in mano a chi l’aveva portata verso la catastrofe……..Per capire appieno il ruolo di Pizzoni e l’autorevolezza con cui interpretò la sua funzione di capo indiscusso della Resistenza, basterebbe leggere la lettera che Lord Patrik Gibson, maggiore della Special Force Number 1, mandò al “Corriere della Sera” in occasione del 40° anniversario della Liberazione. Gibson lamentava la damnatio memoriae che ha segnato, in vita e in morte, il destino di Alfredo Pizzoni: eppure era stato Pizzoni, dando in cambio solo la sua parola, a convincere le grandi banche a finanziare la Resistenza consentendone la sopravvivenza, con la promessa di restituire i prestiti alla fine delle ostilità. Era stato Pizzoni l’unico in grado di tenere a bada le forze centrifughe del movimento partigiano e al contempo ispirare fiducia e sicurezza negli Alleati sospettosi e infastiditi dalle pretese degli italiani. Era stato l’apolitico Pizzoni il vero ago della bilancia fra i partiti del cln in virtù della sua indipendenza. La lettera di Gibson non fu mai pubblicata. L’ostracismo era cominciato il giorno in cui il Clnai decise di proclamare l’insurrezione generale. Pizzoni non c’era, si trovava in missione al Sud. Un’assenza strana. E ancora più strano il modo in cui fu organizzato, fra mille difficoltà, il suo rientro, e subito dopo la sua defenestrazione, il 27 Aprile. Le congetture sono molte. E fra queste bisogna comprendere anche un certo pragmatismo degli Alleati che non vollero, visto che le cose al Nord stavano andando per il meglio, crearsi inutili problemi con il Cln. Su Pizzoni in realtà , si concentrarono in quei giorni tutte le contraddizioni di quei venti mesi che sconvolsero l’Italia. Era stato scelto, dopo l’8 Settembre come “presidente di comodo”: era un moderato, non apparteneva a nessun partito, piaceva ai liberali e ai democristiani, soprattuto avrebbe tranquillizzato la borghesia del Nord………Pizzoni si trovò nel bel mezzo dello scontro tra due opposte visioni: da una parte i partiti della Resistenza che nella maggior parte puntavano all’insurrezione generale e a fare del Cln gli strumenti di un potere nuovo”democratico” e “popolare” e perciò non voleva “disarmare” e sottomettersi ai “moderati” del governo di Roma; dall’altra gli Alleati a cui interessava fare dei Cln gli organi di un regolare trapasso dei poteri all’amministrazione centrale italiana, evitare una “intempestiva” insurrezione che avrebbe distratto le forze partigiane dal compito principale di disturbare i tedeschi e favorire l’avanzata anglo-americana, e infine di disarmare e smobilitare i partigiani per un ordinato ritorno alla vita normale…….Per la vulgata Pizzoni non è mai esistito e forse non esisterà mai. Gli sconfitti hanno lasciato ai vincitori un frutto avvelenato: una mentalità autoriataria che annulla ogni diversità, che non si preoccupa di rispettare le vicende della storia.” Con queste parole di de Felice, concludiamo questo breve racconto sulla figura di Alfredo Pizzoni. Fin quando la Storia farà propaganda politica e non sarà invece un mezzo che, attraverso un racconto delle vicende più obbiettivo possibile, riesca a dare una visione di insieme agli eventi, saremo sempre schiavi di una “dittatura culturale”. Una fetta di chi professa il suo antifascismo dimostra che in realtà utilizza gli stessi strumenti di chi controllava la stampa e  la cultura nel periodo fascista.

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