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Intervista sulla Destra-ultima parte: Le Radici di una Destra Nuova e Perenne

prezzolini_disegno-300x224di Giorgio Frabetti- Non è semplice concludere quella che nel suo piccolo è diventata una piccola serie politico-culturale dedicata alla rivisitazione della politica e della cultura conservatrice attraverso la figura di Giuseppe Prezzolini. Sarebbe scontato, troppo scontato, tentare una sintesi delle varie “Destre” emerse, bene o male in queste 11 puntate appena trascorse. Potremmo citare, a mò di chiusa all’Intervista stessa, il battibecco tra Quarantotto e Prezzolini:  a Quarantotto che sentenzia: “Le Destre sono tre”, il Ns. di rimando, impertinente: “E perché non trentatré?”. Crediamo basti questa citazione esemplificativa per comprendere che la “modellistica politica” come ripugna a noi, così ripugna Giuseppe Prezzolini. Come Prezzolini e Quarantotto ne L’Intervista, anche noi abbiamo attraversato molti nomi, molti filoni di riflessione (da Cuoco, a Croce, a Mussolini, a de Benoist, a Longanesi); anche noi, nel Ns. piccolo come Prezzolini e Quarantotto, abbiamo realizzato una modesta e necessariamente incompleta “miniatura” della Destra Italiana, lanciando provocazioni, idee per analogie, accostamenti: di cui è nota la vivace reazione del pubblico, specie rispetto agli accostamenti con la contemporaneità. Ma –lo abbiamo detto tante volte- Come Prezzolini e Quarantotto, crediamo che compito di questo Ns. modesto lavoro sia stato solo quello di lanciare idee, per iniziare un percorso di riflessione, non per dare ricette e certezze … finite. Potremmo discutere all’infinito di “tipi ideali” di Destra, dalla Destra fusionista, alla Destra religiosa, a quella Tecnologica, a quella Repubblicana. L’unica lezione che ci sentiamo di trarre da questo lungo viaggio all’interno della Destra Italiana è uno solo e ancora necessariamente generico: a Ns. giudizio, la via per una Destra moderna è quella di una Destra che sappia conciliare il Republicanesimo dei principi con la pratica sociale italiana, frammentata in mille particolarismi e corpi intermedi e che altrove si esprime nel contenitore del “Fusionismo” (vedi Reagan, ma anche Berlusconi). Ma non crediamo opportuno dire altro. Come ci ha ricordato l’On. Maurizio Bianconi nel suo gentile e cortese intervento del 27/03 u.s. su questo sito, è venuto ora il momento di far parlare la viva voce di Giuseppe Prezzolini: perché Prezzolini è uno di quegli Autori di cui si può fare esperienza piena solo attraverso il linguaggio. “L’approccio a Prezzolini- ci ricordava l’Onorevole- parte dal linguaggio. La sua prosa è frutto non di naturale talento, ma di applicazione. E’ scarna, essenziale, antiretorica”. Ora, come chiusa e sintesi di questa lungo viaggio all’interno di Prezzolini, dobbiamo segnalare una pagina tra l’autobiografico e il reportage nell’opera di Prezzolini, che, nella sua freschezza e vitalità, vale molto di più di qualsiasi discorso teorico e paludato sulla Politica. Sto parlando dei capitoli de Il Manifesto dei Conservatori dedicati all’esperienza americana di Prezzolini (ricordiamo per dovere di cronaca che il Ns. ci si recò come Professore chiamato ad insegnare letteratura italiana per la Casa Italiana di Livinstong, singolare e lungimirante “impresario culturale”). “L’America – attacca il Ns. –mi attirava e mi piaceva. C’era un mistero in quella democrazia, piena di luoghi comuni e di proposizioni false, che però andava avanti e talvolta faceva proprio l’opposto di quello che ci si sarebbe aspettato da una Democrazia. Era un grandissimo Paese dotato di enormi energie, con una gran voglia di lavorare, di guadagnare e di spendere, pronto a conquistare e ad intervenire negli affari degli altri, persuasissimo di poter dare lezioni a tutti sul miglior modo di vivere. Un panorama di esperienze viventi che non mi stancai mai di osservare. Il modo di correggere con la pratica gli errori della Democrazia mi interessava moltissimo; sebbene nonostante queste correzioni, gli errori rimanessero”. Quanto queste parole valgono più di tanti inutili trattati e lezioni di Scienza Politica! Cosa c’è scritto già solo in queste poche e semplici parole? Che la Democrazia non è di per sé il “migliore dei mondi possibili”, ma è un sistema imperfetto che trae alimento dalla propria imperfezione per perfezionarsi, sfruttando la leva dello scontento e della voglia di miglioramento dei cittadini. C’è molto in queste parole della visione della Democrazia di Jurgen Habermas il quale parlava della Democrazia in termini di “cittadella assediata”. Non è importante che i Governanti siano i migliori uomini del mondo perché le Istituzioni Democratiche funzionino; è invece necessario che le loro imperfezioni diventino il deterrente e il ricatto morale affinchè l’opinione pubblica sappia imporre il meglio per il bene dei singoli e della comunità. Pensiamo alla Ns. Italia, dove la presenza di Silvio Berlusconi è additata come pericolo per la Democrazia: quando invece la forza della Corte Costituzionale, della Magistratura, del Presidente della Repubblica e talora del Parlamento, che spesso e volentieri frenano le iniziative del premier sta a dimostrare che la Democrazia è al contrario in piena efficienza, almeno dal punto di vista istituzionale. Prezzolini comunque tiene a precisare lo specifico della Democrazia Americana, rispetto a quella giacobina di marca francese: in particolare, è essenziale nella Democrazia Americana (ma in fondo di una Democrazia realistica e non proiettata nell’empireo della Perfezione e fuori dalla Storia) il superamento della nozione astratta di citoyen che, nella Rivoluzione Francese, era stato alla base della deriva del Terrore (e che Furet vede anche come causa remota dall’ubriacatura ideologica del Comunismo): “Perché parlare di cittadini? Siamo Operai, Commercianti, Studenti, Professori, Sacerdoti, Impiegati, insomma apparteniamo a clan che ci distinguono. Soltanto l’uomo di pensiero può superare l’orizzonte del proprio mestiere o della propria professione. Ma quanti sono gli uomini di pensiero, e quanti fra gli uomini di pensiero son capaci di dimenticare il modo con il quale guadagnano la loro vita o di superare gli interessi del pezzo di terra in cui sono soliti abitare?”. Di qui, la Democrazia USA esprime una naturale carica critica contro l’astratto individualismo (tutto teorico e sradicato dalla storia) che è alla base delle Democrazie Europee ed è indubbiamente alla base del loro declino: “L’individuo, che la rivoluzione americana e francese avevano liberato dai legami di casta del Medioevo, diventato ancora più indistinto e incomprensibile e talora schiacciato dalla ricchezza della massa crescente in gruppi”. Aldilà comunque di questo, Prezzolini nota con assoluta serenità che la Democrazia in America funziona. Certo, la lezione americana permette a Prezzolini di sottolineare che la Democrazia, inteso come semplice gioco istituzionale di “pesi e contrappesi” (check of balance) non basta, né basta un’astratta ricetta di Welfare sociale che appiani le differenze di gruppi (come preteso in Europa sulla scia del socialismo reale). Viceversa, ciò che rende gli USA una grande e vitale Democrazia è la “vitalità” del popolo e la sua sincera moralità pubblica (non c’è bisogno di ripetere che Prezzolini ricava questa visione dalla lezione di Cuoco e di Croce): “Bisogna riflettere che in America la Democrazia non è soltanto una Costituzione, e non consiste soltanto di Istituzioni, sia pure molto utili, come le elezioni libere, la libera stampa, i tribunali di giurati e via dicendo; è un’abitudine e un costume e si vede nelle strade e si sente nei rapporti fra gli uomini. Con parecchie deviazioni, si capisce, e sottrazioni, e modificazioni e falsificazioni, ma insomma sempre fondamentalmente democrazia”. Tralasciamo per il momento la controversa (anche se interessante) lettura “razziale” che Prezzolini esprime sulla Democrazia Americana e in generale (“La democrazia è legata strettamente alla razza anglosassone”) e consideriamo comunque che questa “moralità pubblica”, negli USA, non sconfinò mai in moralismo “giacobino”, ma restò sempre a misura e portata dell’uomo, perchè mai ha imposto alla società cambiamenti traumatici o escatologici in nome di astratte ideologie (come il terrore rivoluzionario di Robespierre, o come la Rivoluzione Russa), ma è riuscita ad esprimere un gradualismo specialissimo che via via ha favorito il progresso della democrazia e dell’inclusione sociale: “Il Paese è abituato a correggere le leggi con costumi che le limitano e le contraddicono, ed un muro di cecità copre alla mente della maggioranza quel contrasto. Per esempio, un secolo dopo che la Costituzione aveva dichiarato solennemente che tutti gli uomini ‘nascono uguali’ e ‘con gli stessi diritti’, la schiavitù fu ammessa e ci volle una guerra civile per abolirla. Dopo la guerra civile passò un altro secolo prima che in una larga parte degli Stati Uniti i negri potessero entrare nella stessa scuola pubblica, nella stessa piscina, nello stesso caffè dei bianchi (…). Ecco un ideale democratico corretto da un’infinità di resistenze, che appartengono a tradizioni, derivanti a loro volta da profonde ragioni; come nel caso dei negri, i quali … non avevano lo stesso livello di cultura e soprattutto di educazione. Oppure nel caso dei poveri braccianti meridionali venuti dall’Italia senza istruzione, che non sapevano e non potevano imparare la lingua per esprimere le loro ragioni”. Non sentiamo noi italiani fischiarci le orecchie quando Prezzolini dice queste cose? Vada per Flores d’Arcais che proclama come “fisiologico” in Democrazia lo scarto tra proclamazioni ideali e realtà; eppure d’Arcais “odia” l’Italia perché non è … come dovrebbe essere, perché si è unificata tardi (per colpa della Chiesa: sic!), perché ha passato il fascismo e poi Berlusconi? Forse che gli USA che nel loro passato hanno commesso la mostruosità di tenere in vita la schiavitù, anche a Costituzione appena proclamata, forse che gli USA solo per questa “macchia” odiano il loro passato e non si accettano come Nazione? Non voglio fare paragoni indebiti, ma se è vero che in Italia il fascismo è vissuto come una specie di “colpa antropologica” degli italiani … Beh, a me pare che la schiavitù sia una colpa molto maggiore! In chiusa di questo discorso, il discorso prezzoliniano sull’America deve essere allargato anche in un’altra prospettiva. Ognuno potrebbe ben rendersi conto che la Ns. politica, la Ns. Destra soprattutto ha bisogno di abbeverarsi a simili fonti di moralità e di realismo, a cominciare da giornalisti e intellettuali. Concludendo questa lunga carrellata sull’universo conservatore, ci sia permessa un’ ultima chiosa. Nel Manifesto dei Conservatori (ancora di più che nell’Intervista), la missione del Conservatore è associata da Prezzolini alla necessità di “tornare ai principi”: in questo, Prezzolini addita gli insegnamenti di Machiavelli e di Leone XIII. Eppure ancora Machiavelli è l’ombra, quasi il “grande vecchio” si direbbe che proietta la sua luce non solo sulla speciale visione politica prezzoliniana, ma anche sulla vicenda storica della Democrazia USA (vista con tanta simpatia da Prezzolini medesimo). Abbiamo visto come nelle sue opere dedicate a Machiavelli, Prezzolini abbia insistito sul tema controverso della “religiosità” machiavelliana, tesa a recuperare in Dante, Savonarola le fonti di un “cristianesimo civico” dove la condizione di “buoni cittadini” sia associata strettamente alla condizione di “buoni cristiani”. Nelle Ns. puntate, ci è piaciuto spesso “giocare” al (pericoloso) gioco di marca vichiana del Verum-Factum-convertuntur, teso ad associare idee e fatti storici. Ora, si da il caso (voluto, non voluto?) che tra l’esperienza di Machiavelli e l’esperienza americana corra un parallelismo (non diciamo un nesso che è troppo): almeno, stando ai recenti e fecondissimi studi di Maurizio Viroli, già citati nel corso delle ns. puntate. In questo senso, quindi, le radici “puritane” degli USA che sono alla base del suo “costituzionalismo” e della sua esperienza tutta speciale di “moralità pubblica” americana, presentano più di un punto di contatto e di affinità con l’ideale di “religiosità civica” sognata da Machiavelli. Diciamo questo non per astrazioni, quanto per l’esame compiuto dal Viroli medesimo su molti Autori Puritani americani dell’epoca dei Padri Pellegrini (specie del XVII e del XVIII Secolo), che guardano con molto interesse alle idee religiose di Machiavelli, quando non lo citano apertamente. Di questo Prezzolini non parla, ma non può non far pensare la circostanza che egli si trovò tanto a suo agio, sia con Machiavelli (quando ne ripercorse l’opera nel 1927 alla stesura del suo celebre libro), sia con il soggiorno americano. Noi siamo convinti che, aldilà delle formule con le quali può rivestirsi una proposta di Destra, la “questione morale” debba ritrovare la sua centralità (come diceva Prezzolini), anche se non in nome di un fariseo perfezionismo legalista (come auspicato da Di Pietro), ma come una presa di coscienza realistica delle obbligazioni e dei compiti che il Bene Comune impone per la prosperità e il futuro dei singoli e della Comunità, in termini di sacrificio e altruismo necessari. Se la Politica, di qualunque colore dimentica queste radici è perduta: né la Destra potrà mai ritrovare una sua identità.

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