9 apr, 2011
Intervista sulla Destra, decima parte-Perchè il fascismo non può tornare
di Giorgio Frabetti- L’idea del fascismo come “eterno ritorno” della storia italiana è un’idea che percorre gli ultimi 65 anni di vita repubblicana dell’Italia. Recentemente,l’argomento è stato ripreso dall’ultimo libro di Massimo Giannini (Vicedirettore di Repubblica), ma soprattutto nell’editoriale di Micromaga del numero 01/2011, da Paolo Flores d’Arcais così scrive: “Il fascismo … vuole saturare della sua presenza tutti gli ambiti dell’esistenza, perché vuole creare un nuovo tipo di essere umano …. Nulla o quasi di tutto questo nell’Italia di Berlusconi, almeno fin qui. … Berlusconi sta svuotando una delle migliori Costituzioni liberaldemocratiche del mondo, sostituendo un sistema di controlli di legittimità … con la volontà dispotica di chi, ottenuta una maggioranza elettorale, è con ciò ‘l’unto del Signore’…. Il Berlusconismo non è fascismo, ma solo perché è l’equivalente funzionale e post moderno del fascismo”. Come dire: a differenza di variabili estere, la sostanza è la stessa. Certo, colpisce che nell’anno del Signore 2011 escano ancora periodici (che diresti di livello come MicroMega) che continuano a riproporre questa idea di un fascismo pronto ad incombere da un momento all’altro sulla storia d’Italia. Dire però che questo “fantasma del fascismo” sia stato escogitato solo in èra berlusconiana, sarebbe comunque dire qualcosa di non vero; questo spettro dell’eterno fascismo, infatti, è stato riproposto in Italia ovunque la Destra nel secondo dopoguerra ottenesse successi elettorali o visibilità di governo. Pensiamo alla violentissima propaganda antifascista esplosa sul crinale del 1974-75 a cavallo delle stragi italiane di Piazza della Loggia e Italicus, sul crinale della morte di Franco e della fine del sala zarismo in Portogallo (che parve portare al Governo una coalizione modellata sui principi dell’eurocomunismo di Berlinguer), dopo che negli anni 68-72 in Europa e in Italia le destre avevano guadagnato consensi. Pensiamo al Governo Tambroni del 1960 quando una pur maldestra e debolissima coalizione DC-MSI diede origini a manifestazioni dell’ANPI con disordini e morti (i famosi datti di Genova e Reggio Emilia) e diedero pretesto ad Aldo Moro e Pietro Nenni di coniare la “teoria dell’irreversibilità” (di cui parla Quarantotto ne L’Intervista). Secondo questa formula, la DC, accettando la “pregiudiziale antifascista”, accettava così di istituire un rapporto preferenziale con i partiti storici campioni di “antifascismo”, essenzialmente PSI e PCI. Non c’è bisogno di enumerare i disastri che questa teoria realizzò sul piano politico: Sul piano partitico, questa politica sbilanciò l’asse del potere sui “partiti ideologici”, emarginando liberali e Destra tradizionale (monarchici e missini moderati), condannando la Destra ad un “ghetto”, che, da un lato, criminalizzò ingiustamente la Destra stessa (associata nell’immaginario collettivo alle stragi come quella di Bologna) e ne paralizzò le capacità di sviluppo impedendo la formazione di una classe dirigente matura e adeguata a sostenere le responsabilità di Governo (di qui, i “complessi” dei missini di cui abbiamo parlato nella ottava puntata dedicata a Fini). Frutto avvelenato di questa stagione, poi, fu la “strategia della tensione” che determinò tremendi “corto circuiti” ideologici (l’esplosione delle BR, l’omicidio Calabresi), delle cui ferite l’Italia ha lungo sopportato i postumi. Senza contare che, al momento, la “pregiudiziale antifascista” (pure oggi declinata in chiave antiberlusconiana) sta paralizzando in modo il percorso su riforme costituzionali, di cui pure tutte la parti rivendicano l’importanza e l’urgenza. Sull’argomento, è utile ed interessante considerare come il patrimonio di idee e riflessioni elaborato da Giuseppe Prezzolini possa essere compulsato utilmente, per trovare un adeguato orientamento nell’attualità politica contemporanea; certamente, è essenziale partire dalle idee. La tesi del fascismo come fenomeno permanente è stata ampiamente smentita da Giuseppe Prezzolini, in coerenza con quel suo “relativismo storico”, che lui derivava dai Maestri Croce e Cuoco. Ciò posto, si deve dare atto che discorsi come quelli di Flores d’Arcais sul “fascismo permanente” hanno una doppia origine: una internazionale in Schumpeter, l’altra nazionale nel filone che viene da una lunga “lettura critica e pessimistica” della storia italiana che discende da Machiavelli, arriva ad Alfieri, Foscolo, Leopardi, approda infine in Salvemini e Gobetti. Sul versante internazionale, Schumpeter mi risulta essere uno dei pochi, insieme a Ernst Nolte (I tre volti del fascismo) ad aver cercato di coniare sul fascismo un paradigma sociologico tendenzialmente “universale”. In particolare, Schumpeter con la parola “fascismo” indicava un’espressione utile per caratterizzare la possibilità che oligarchie economiche e militari potessero “imbavagliare” la Democrazia, rendendo vano e puramente formale e illusorio il gioco democratico, ridotto a vuota forma. E’, però, sul versante nazionale, ovvero italiano, che questo argomento trova linfa più fertile e feconda. Di massima, il “fascismo” viene letto come “tara morale” permanente dello “spirito pubblico” del popolo italiano. Molto spesso tale tara è associata ad una posizione apertamente anticlericale (vedi anche il numero di MicroMega citato). Tralasciamo per il momento di considerare come, proseguendo dritti per questa linea di analisi, ci si ritrovi fatalmente nella posizione dell’immaturità etico-politica dell’Italia che condizionerà l’interpretazione della Controriforma, poi del Risorgimento, successivamente del fascismo e dell’epoca politica attuale (un tema per altro ripreso nel Rinnovamento anche da un chierico del tutto anomalo come l’Abate Vincenzo Gioberti, già leader della cd corrente “neoguelfa” negli eventi del 1848). Il fascismo del 1922-1943 sarebbe l’ultima, più terribile epifania di questo “spirito pubblico” negativo degli italiani (e minaccerebbe di incarnarsi in Silvio Berlusconi nell’epoca attuale). Ora, scorrendo le pagine di Prezzolini (specie il Manifesto dei conservatori) ci si accorge chiaramente, come questa posizione, pur partendo da premesse non sbagliate, per quanto opinabili, tenta ad errare nell’associare il fascismo. Teniamo fuori causa l’estremismo di ritiene il fascismo “incarnazione sostanzialmente permanente” nelle istituzioni (così il parallelismo di Salvemini tra Mussolini e Giolitti), tesi sostenuta, ma che si smentisce da sola per l’abnormità dei suoi assunti (che ridurrebbero la storia italiana ad un inutile immobilismo). Personalmente, è del tutto da rivedere l’idea che il fascismo possa associarsi (nonostante gli errori e gli orrori) ad una fase degenerata della storia italiana, mentre invece ne segnò la fase “trionfalistica”, un po’ come la fase napoleonica per la Francia (e l’Europa), un po’ come il Regno di Luigi XIV in Francia. Ma su questo argomento avremo modo di tornare in conclusione; per adesso, cominciamo con ordine e con le premesse. Se si scorre Schumpeter e si considera la “visione politica” pessimistica di Machiavelli, Alfieri etc. ci si accorge facilmente che tutti questi scrittori sono preoccupati di trattare di un fenomeno di cui trattano da secoli i più grandi filosofi e scrittori politici, la Corruzione in Politica. Non parliamo certo della Corruzione come la intende Travaglio; bensì come ne parlavano Platone, Aristotele, Polibio (grandi amori di Machiavelli) ovvero riferendo della possibilità che le Istituzioni, nel loro ciclo storico, conoscessero fasi di declino del senso civico. Ora, che questa fase possa essere vissuta anche nell’attuale presente, è circostanza di cui è legittimo discutere. Stiamo, però, attenti, perchè già in questa accezione, il riferimento al “fascismo” è sicuramente riduttivo. Anzitutto per la comprensione dell’attualità, la parola “fascismo” è associata a “dittatura”. Riferendo a Silvio Berlusconi l’appellativo di “fascista”, in fondo si tende a far ricadere solo su di lui la causa delle pur indubbie degenerazioni della politica, della società italiana. Operazione sbagliata, perchè non aiuta a comprendere la complessità dei processi storici e sociali (imputabili a tendenze per lo più di lungo periodo e non ad una sola persona!) e perché impedisce l’individuazione di una giusta terapia adeguata alla “diagnosi” del male che si denuncia (senza contare l’effetto auto-assolutorio e deresponsabilizzante che ne deriva per il sistema politico complessivo). In secondo luogo, questa visione fuorvia in modo inaccettabile la comprensione storiografica del fascismo, ridotto a “epifania diabolica”. Già Benedetto Croce, occhieggiando al detto hegeliano “tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale” ebbe a ritenere “metafisicamente impossibile che una società, anche per un istante, si regga sull’irrazionalità e sul male”: come se dai fatti storici, anche più tristi, non ci fosse nulla da recupare, nulla di ammaestramento, nessuna ereditarietà. Di questo insegnamento del filosofo di Pescasseroli tesa a denunciare l’ “astrattezza mentale” e di “incapacità storiografica” di vedeva negli avvenimenti umani solo la dimensione del male, Giuseppe Prezzolini diede esempio e applicazione concreta proprio parlando del fascismo, accusando senza mezzi termini la tendenza a considerare il “fascismo” fenomeno morale diabolico e non come fenomeno storico. Ai nostri fini, risulta quanto mai fecondo riprendere il filone di analisi enunciato (sia pure sommariamente) nel Manifesto da Prezzolini, ove questi invitava a considerare il fascismo come il Comunsimo prodotti di quella tragedia immane ed eccezionale che fu la Prima Guerra Mondiale. Ora, questa è decisamente migliore traccia per orientare il giudizio storico e poi politico. In effetti, è certo che ciò che rende specifici, irripetibili ed eccezionali il fascismo e il comunismo fu la comune discendenza dall’esperienza della Grande Guerra e dalle sue immani tragedie: dopo un simile sconquasso, era ben difficile che la vita in Europa potesse tornare … normale! Si medita, cioè, troppo poco sulla circostanza che la Grande Guerra, delegittimando l’istituto della guerra, delegittimò … l’idea di Europa come Comunità di Civiltà (che si faceva forte di riuscire a garantire pace ed equilibrio dal 1648 al 1914 e che era stato alla base dello sviluppo degli Stati, dei partiti, dello sviluppo capitalistico e liberale etc.). Se il Comunismo sorse come idea di “rivoluzione totale e permanente” come forma di sovversione radicale di tutti gli istituti della vita civile europea (e sulla sua scia il nazionalsocialismo ne fu nei suoi eccessi l’imitatore per ragioni di competizione militare e di potenza, come insegna Nolte), il fascismo fu più confusamente un “tentativo di resistenza” e di conservazione dell’assetto di civiltà sconvolto dal Comunismo. Il fascismo tese ad accreditarsi come “terza via” tra Tradizionalismo statuale-militare (di qui la sua estraneità profonda al nazismo) e il Comunismo, ritenendo inadeguata e troppo subalterna al Comunismo la soluzione democratica pura. Come ha detto molto puntualmente Renzo De Felice nella celebre Intervista sul Fascismo a Micael Leeden nel 1975, è solo entro queste coordinate che si può trovare lo specifico del fascismo; non in supposte “costanti” più o meno ripetibili nella storia, come tentò di fare Ernst Nolte e in parte Schumpeter. Diversamente, secondo il grande storico reatino, “la rivoluzione fascista non è altro che l’applicazione dei principi del 1789. (…) Il fascismo ha un’idea ben precisa di progresso, di progresso storico, e in questa linea la tradizione e i valori borghesi sono inseriti per essere superati, non negati”. Il fascismo certo incarnò uno stato d’animo teso a evocare un’idea di ordine ben più profonda e complessa dell’ordine poliziesco, ma di cui si spiega la speciale presa e il fascino in Italia e nell’Europa di allora, specie nella fase crepuscolare dell’Europa di Versailles (1919-1939), fase crepuscolare di transizione tra il vecchio ordine delle potenze europee e il nuovo ordine democratico e antifascista; una fase non più attuale e ripetibile nella Ns. storia contemporanea! Ma soprattutto, togliamoci dalla mente l’idea che il fascismo fu il “secolo buio” dell’Italia perché così non fu: “Leggendo i libri scritti da fascisti,- continua De Felice- guardando al pubblicistica fascista, i giornali fascisti, ciò che colpisce è l’ottimismo vitalistico che c’è dentro, un ottimismo vitalistico che è la gioia, la giovinezza, la vita, l’entusiasmo, la lotta come lotta per la vita”. Nulla a che vedere con miti della tradizione, della razza, paranoie militaristiche simil-naziste! Cosa intendiamo dire? Il fascismo incarnò una “fase trionfalistica” della storia italiana, quella dove parvero agli italiani compiuti e maturi i voti degli antenati che avevano lottato per l’indipendenza tra il 1848 e il 1859 e negli anni di Caporetto e parvero aperti agli italiani tutte le vie di progresso e di crescita civile, sociale ed economica: una “fase euforica” indotta dalla ritenuta conquista dell’Italia di un posto di rispetto tra le potenze europee. E’ una fase che hanno conosciuto tutte le nazioni nelle fasi della loro crescita ed espansione e purtroppo se questa fase si è interrotta lo si deve non solo agli imperdonabili errori del fascismo (leggi razziali, alleanza con la Germania, entrata in guerra), ma anche per gli errori dei sopravvissuti che hanno evidenziato del fascismo solo il negativo, obliterando quanto di buono era stato fatto (lo abbiamo visto, lo riconosce anche Prezzolini), impedendo così al popolo italiano di risalire la china dello scoraggiamento collettivo indotti dalla disfatta militare del 1943, prima e dall’08 settembre 1943 poi. Come Renzo De Felice e Giuseppe Prezzolini insegna, da una retta comprensione del fascismo può dipendere la ripresa etico-politica della nazione, ovvero una continuità (per quanto critica e revisionista) con il processo di nazionalizzazione dell’Italia iniziato con il Risorgimento e poi traumaticamente interrotto.