2 apr, 2011
Intervista sulla Destra, Nona parte: Prezzolini e la Chiesa Cattolica
di Giorgio Frabetti- Scorrendo le puntate de L’Intervista sulla Destra di Prezzolini-Quarantotto non avremmo potuto non imbatterci in uno dei temi nevralgici della riflessione prezzoliniana, il rapporto Italia- Chiesa Cattolica, sovente trattato da Prezzolini nelle sue opere e che ne L’Intervista del 1977 trova una sua collocazione specifica. Un piccolo saggio dei “passi più notevoli”. Nel saggio il Cattolicesimo Rosso, il Ns. dichiarava: “Il cattolicesimo è stato il capolavoro dell’Italia, perché ha conservato il germe cristiano, che è negazione dello Stato, in una forma adatta alla realtà del mondo. Il cristianesimo, del resto, neanche i protestanti han potuto applicarlo in modo integrale. Il cristianesimo predica il perdono dei delitti, l’amore del nemico, la fraternità, l’eguaglianza, la pace universale, il possesso comune dei beni: questi sono i concetti di Cristo e con essi non si governa uno Stato. Machiavelli cita il motto di Cosimo de’ Medici: le città non si governano con i pater nostri”. E ne L’Intervista dichiara: “L’Italia, mai rinnegando la parola delle Bibbia e del vangelo, ma cambiando la sostanza dei rapporti fra Chiesa e Stato, ha adattato il cristianesimo alla Storia”. Fin qui, Prezzolini traccia un’interpretazione della presenza del cattolicesimo in Italia in chiave anti-nazionale, in linea con una tradizione che si attribuisce a Machiavelli, che poi è ripresa da De Sanctis, Gobetti e molti altri: il cattolicesimo avrebbe proiettato l’Italia sul piano universale, impedendo la formazione di uno Stato Nazionale moderno. Venendo ad esaminare più in dettaglio la posizione di Giuseppe Prezzolini, deve dirsi che, pur mantenendo nelle linee generali il giudizio storico (negativo) dell’influenza della Chiesa sull’Italia, il Ns. esprimerà atteggiamenti diversificati: attento ai tempi de La Voce verso quelle correnti, per lo più spirituali e misticheggianti, che tendevano a propugnare una religiosità cristiana più fondata sull’esperienza religiosa, vagamente protestantica (sulla quale avrà molto da ironizzare don Giuseppe De Luca, ai tempi del fascismo) ostinatamente ostile al dogma e alle mediazioni sacerdotali, affine alle posizioni coltivate dalla filosofia dell’ “atto puro” di Giovanni Gentile (e che in parte troveranno una loro espressione sistematica nel celebre articolo sulla riforma della scuola, apparso su La Voce nel 1913 che anticiperà la riforma Gentile del 1923), Prezzolini, nonostante le premure dello stesso Pontefice Paolo VI, fin alla vigilia della morte, non si distacco’ mai da un atteggiamento scettico e diffidente per il cattolicesimo. Egli essenzialmente ne denunciava la natura in senso lato politica. Infatti, leggendo le sue opere, si coglie perfettamente che il Ns. riteneva il cattolicesimo incapace di accogliere l’espressione genuina della spiritualità (essenzialmente individuale) per l’irrinunciabile “disciplina esteriore” imposta alla fede: irrinunciabile prezzo, secondo il Ns., che la fede cattolica deve pagare alla logica del potere. Una visione della Chiesa che egli addebita a Machiavelli, ma che forse è più debitrice a Dostoewskj e della sua Leggenda del grande inquisitore come limpidamente spiega Prezzolini ne L’Italia finisce: “Le masse popolari sono incapaci di esercitare la libertà cristiana, hanno bisogno di capi che, a prezzo delle loro anime, diano al popolo la sola cosa capace di soddisfarle: il pane”. Questa ferrea visione impedirà sempre a Prezzolini di considerare “politicamente seria” una posizione di Destra tradizionalista fondata sul cattolicesimo alla De Maistre, per intenderci (quei conservatori che “per combattere la rivoluzione e la corruzione si richiamano a Dio e il Re”), denunciando come utopica la pretesa Reazionaria di “tornare indietro”: la “storia non si ripete, ma cambia”, necessariamente. Esiste, però, un filone “misconosciuto” o trascurato delle opere prezzoliniane: scorrendo, infatti, le ultime opere, specie il Manifesto del 1972 (dove meno sentita rispetto all’Intervista è la polemica con la DC a causa della “solidarietà nazionale”), non è impossibile ritrovare non dico una presa di posizione (che sarebbe troppo) quanto una traccia, forse un principio di ripensamento di Prezzolini verso un moderato tradizionalismo e per un parziale recupero del cattolicesimo in funzione di salvaguardia della “civiltà”: “I tempi nostri- dice il Ns. nel Manifesto- potrebbero essere definiti (in Italia) la corruzione del Risorgimento (…). Quando la Società si trova in stato di dubbio, di scontentezza, di disfacimento, come è oggi, il ritorno ai suoi antichi principi fu consigliato da Machiavelli. Questo lo san tutti. Ma pochi ricordano che anche un grande Papa, Leone XIII, lo raccomandò come un rimedio”. Può suonare strano questo riferimento alla Rerum Novarum e a Leone XIII: un riferimento che ti aspetteresti di sentire in bocca a un Augusto del Noce (che infatti farà di questa renovatio cattolica in nome del Magistero di Leone XIII la base del suo tradizionalismo), ovvero ad un Massimo Introvigne di Alleanza Cattolica, ma mai in Prezzolini. In effetti, parlando più volte di difesa della civiltà contro le degenerazioni del ‘68, come fece negli ultimi anni, Prezzolini ebbe spesso ad individuare nella tradizione cattolica un baluardo e una residuale funzione storica e meta-politica dell’Italia: di qui, l’accentuazione del suo pessimismo sul destino dell’Italia quando fin dagli anni ‘50 (con tempismo anche superiore alle gerarchie cattoliche) si accorse della crisi pesante e profonda del cattolicesimo vedendolo automaticamente come sintomo di decadenza anche per l’Italia (di qui il titolo del suo celebre titolo: L’Italia finisce). Per cogliere la lezione politica e storica profonda delle parole di Prezzolini quando questi dichiara il cattolicesimo forza “non nazionale”: a questo punto, dobbiamo scendere nel peculiare modo in cui in Italia si sono intrecciate fede e sociabilità (senza discutere’ degli intrinseci riferimenti morali che il cattolicesimo incarna). Infatti, deve essere ricordato che, anche dopo la Controriforma, il rapporto Chiesa-Politica in Italia fino alla Rivoluzione Francese non passò per il monopolio dello Stato, come altrove, ma da una complessa congerie di rapporti feduali e comunitari che fino a Napoleone sopravviveranno tenacemente e daranno vita a rapporti molto differenziati con Roma e il Vaticano, in un quadro complessivo che molti storici hanno declinato in termini “semi-confederali” (anche per l’apporto mai marginale che lo Stato della Chiesa dette sempre agli equilibri tra gli Stati). In questi termini, in Italia i rapporti Potere Civile-Potere Religioso non si svilupperanno (come in Francia ad esempio) nei termini di un’ “alleanza trono-altare”, quanto entro una complessa rete (formale e informale) che oggi diremo “comunitaria”. Questo forte tessuto comunitario e sociale permetterà al cattolicesimo italiano di sviluppare storicamente una speciale “posizione di resistenza” della Chiesa alle Rivoluzioni (durante il Risorgimento, non expedit, durante il fascismo, durante la guerra civile del 1943-45) e sarà alla base del trionfo della DC nel 1948 e del suo consolidamento negli anni successivi come principale “blocco d’ordine” per l’Italia. A questo punto, è obbligatorio e inevitabile chiedersi: questo cattolicesimo sociale e politico può annoverarsi al filone conservatore? E la DC potè svolgere la funzione di partito conservatore? Il tema è molto discusso e, per completezza, non può essere eluso in una serie dedicata alla storia della Destra italiana. Prezzolini non dedica soverchia attenzione alla DC, ritenendola sostanzialmente un “partito clericale”, dalle finalità sovra-nazionali destinate ad entrare prima o poi in conflitto irredimibile con lo Stato italiano. Oggi, dopo cinquant’anni di dominio democristiano e dopo la fine della Balena Bianca si può dire almeno quanto segue. Se costituisce una bestemmia ascrivere il mondo cattolico all’universo politico conservatore, sicuramente il mondo cattolico ha inteso in modo profondo le ragioni “antropologiche” e “metapolitiche” della “causa conservatrice”, specie grazie al Magistero Sociale e Politico di Leone XIII. Certo, la DC fece di tutto per accreditare come inevitabile un’alternanza di alleanze DC-PCI e DC-PSI, anche presentandosi come “Centro che guarda a Sinistra”; in realtà il suo fu un bluff politico e tattico per garantirsi voti moderati che altrimenti sarebbero andati a laici e liste civiche. In particolare, in nome del pericolo comunista, la DC riuscì più o meno sempre a costringere i moderati a “fare quadrato” attorno a lei, anche turandosi il naso, come diceva Indro Montanelli (non può comunque stupire se, dagli anni ’80 in poi, cessando la paura per il comunismo, l’elettorato abbia vinto il complesso di votare DC rivolgendosi con più disinvoltura verso i partiti laici, le Leghe e poi Forza Italia). Nella prossima puntata tratteremo dei limiti della politica democristiana riferiti al pericolo di ritorno del fascismo (vedi Governo Tambroni 1960) e al tema della “non reversibilità” delle alleanze a Destra con MSI e Monarchici. In questa sede, basterà dire che, nonostante le ambiguità e i tatticismi del caso, la DC mantenne un profilo moderato e d’ordine abbastanza chiaramente riconoscibile e che, anche se non potrà compensare il vuoto di classe dirigente che si creò in Italia nella fase traumatica di passaggio dallo Stato Liberale, al fascismo, al post-fascismo. Partito sostanzialmente federale, anche se ufficialmente centralizzato, il partito democristiano dovrebbe oggi essere esaminato con maggiore attenzione come prototipo di una specie di “proto fusionismo” all’italiana del tutto inconsapevole e creato casualmente prima dall’attaccatura garantita dall’Associazionismo cattolico collaterale e poi dal rapporto simbiotico Stato-Società che i vari notabili DC realizzeranno. Certo, il limite della proposta politica democristiana consiste tutto nella “mitezza” di uno stile politico lasciato al senso morale e pratico dei singoli (il tendenziale laiasser-faire in economia, la gestione dei processi sociali alle forze inerziali dell’economia e dei corpi intermedi, la concezione del ruolo della Politica in chiave di mera “mediazione” e “sussidiazione”). Ne nacque cosi’ una specie di … “giolittismo” senza Giolitti, capace, secondo le parole di Emilio Gentile, anche di garantire buona amministrazione, ma sostanzialmente incapace di produrre “statisti” e una visione politica capace di guardare al futuro con lungimiranza, oltre le beghe elettorali del presente. In ogni caso, forte di questo backround, la DC alla fine espresse una politica sociale ed economica degna di una “casalinga” di buon senso; degna forse di un Paese di recente benessere come potranno essere magari Cina ed india, ma non degne di statisti. Grava sul cattolicesimo politico prima una tendenziale ostilità e poi una forte incomprensione della dignità politica e morale autonoma dello Stato (più che comprensibile in un movimento essenzialmente pre-statuale, come quello cattolico). Criticato (e giustamente) ai tempi di Crispi per l’invadenza sociale, successivamente, ai tempi della DC, è stato contraddittoriamente concepito e utilizzato. Di questo, si ha anche la riprova solo se si scorre la stessa posizione cattolica della DC stessa oscillante tra il “piccolo cabotaggio” localistico, ora oscillante in quello che oggi chiamiamo “patriottismo costituzionale”, ora oscillante in un’esaltazione della Tecnocrazia (vedi Prodi). Né oggi la posizione è migliorata granchè. E poi i cattolici, quando pongono alla politica italiana la “questione morale”, spesso sottolineano (e giustamente) le istanze della bioetica e dell’ etica sociale, ma tendono ad obliterare o almeno a mettere in secondo piano l’essenzialita’ di una morale propria dello Stato: una morale non separata e autonoma dalla morale comune, ma specifica al ceto politico professionale. Indubbiamente anche per questo, la DC non ha consolidato il proprio ceto politico. E qui Prezzolini torna ad avere ragione nelle sue critiche sul carattere “non nazionale” del cattolicesimo politico italiano: alla fine, la DC, pur dando prova di patriottismo e di dedizione alla Nazione nei momenti difficili, non ha espresso una “classe dirigente” in senso stretto (o non ne ha avuto il tempo), quanto più un ceto di “uomini di buona volontà” tratti per lo più dall’associazionismo o dagli altri “corpi intermedi”. Come invertire la rotta? Prezzolini certo può ancora insegnare molto al cattolicesimo politico del futuro per contenerne quello spirito “mite” del “particulare” (e del “municipale”) che l’ha prevalentemente contraddistinto. Questa lezione, a mio modesto giudizio, consiste nell’indicare il ritorno a quelle origini “repubblicane” del cattolicesimo di Dante, Savonarola tanto amate da Nicolò Machiavelli (solo erroneamente attribuite al filone “anticlericale”) e che il Ns. Prezzolini compendiò nella sua celebre opera dedicata al Segretario Fiorentino nel 1927 e oggi ripreso da Maurizio Viroli nel libro Il Dio di Machiavelli (Laterza, 2005).