Arezzo Polis

Cultura politica, dibattito pubblico.

Cultura

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nessun commento

  • Share

Intervista sulla Destra, ottava parte: Prezzolini e la “Destra Repubblicana” di Gianfranco Fini

fini_fermo_sky--400x300di Giorgio Frabetti- Alcune riflessioni contenute ne L’intervista sulla Destra di Prezzolini-Quarantotto corrono in stretto parallelismo con il movimento di Studi promosso in Francia dal filosofo Alain de Benoist e in Italia dalla cd Nuova Destra di Mario Tarchi (politologo di fama europea attualmente in attività). Pur non potendosi Prezzolini annoverare tra i componenti di questo Circolo, crediamo sia necessario parlarne perché una trattazione sulla Destra italiana, se intende essere davvero completa, non può ignorare a cuor leggero questi aspetti: per la notevole rilevanza politica intrinseca e per la loro stretta attualità politica. In effetti, il citato movimento è tornato particolarmente di attualità, specie grazie il numero di Micromega di gennaio-febbraio 2010, il quale (del tutto a ragione) motivava la discendenza da questo movimento della personale posizione politica di Gianfranco Fini, sfociata poi nella scissione di Futuro e Libertà. Per quanto questi avvenimenti di cronaca politica siano troppo recenti e per di più abbastanza oscuri, abbiamo comunque ritenuto doveroso spendere qualche parola su questo movimento in questa esposizione a puntate de L’intervista sulla Destra di Giuseppe Prezzolini. Un po’ perché è indubbio che Nuova Destra prima e Futuro e Libertà poi costituiscono un punto di continuità politica concreta della “linea di resistenza” politico-culturale tracciata da Prezzolini-Quarantotto; un po’ perché una trattazione sulla Destra italiana che si rispetti non può realisticamente ignorare questo essenziale filone politico-culturale. Accostando il movimento de la Nuova Destra prima e di Futuro e Libertà poi a questo “fiume carsico” le cui sorgenti si possono ritrovare già in queste rievocazioni de L’Intervista sulla Destra si può agevolmente rilevare quanto alcune ingenuità e superficialità dell’analisi di questo back round finiano compiuta l’anno scorso da Micromega (Monografia Destra e Libertà), la quale tendeva ad assimilare Fini e il suo movimento ad una semplice evoluzione progressistica simil-azionista: non è vero cioè che è il progressismo ad aver assimilato Fini, piuttosto è vero il contrario, ovvero che Fini che ha irretito il progressismo (giungendo ad una posizione di opposizione a Berlusconi del tutto peculiare e non riconducibile a quella radicale classica di un Flores d’Arcais, tanto per intenderci). Ingenuamente, molto ingenuamente, Micromega ritiene che Fini abbia “rotto” con i “cattivi maestri” del passato (Evola, Junger, Schmitt) solo perché non li nomina più. Leggendo, invece, le prese di posizione di Benoist e di Tarchi ci si rende perfettamente conto come agevolmente che questi “padri” non siano stati abbandonati: pur partendo da una loro posizione “revisionista” e diremo “secolarizzante”, la Nuova Destra viceversa è potuta approdare ad una dialettica “sincretista” e “contaminatrice”, dalla quale nel lungo periodo è nato un “contenitore politico” (FLI) che oggi mette insieme ex-missini, ambientalisti, radicali alla Della Vedova. Ma attenzione a discernere gli effetti e le cause (cosa che Micromega mostra di non cogliere): se l’effetto di questa “seminagione” culturale è stato nel tempo la creazione di un soggetto politico molto diverso nella composizione dal vecchio Msi come da AN, non si può cadere nell’ingenuità di ignorare che alla base di questo percorso (la causa) c’è sempre l’insegnamento dei classici della Destra Evola etc. (per quanto revisionati e secolarizzati). Un’origine che esiste (e Benoist lo denuncia chiaramente nella sua intervista, pur senza nominare FLI) e che è alla base della necessaria e strutturale ambiguità, del gioco di “dissimulazione politico-culturale” (puntualmente rilevato da Micromega), in cui FLI e i finiani si trovano a muovere: costretti si direbbe ad una specie di strategia della “doppia verità” che li porta ad apparire liberal in pubblico e a nascondere le vere matrici di Destra classiche che li muovono. Di qui, si può certo ritrovare la fragilità di FLI sia nei mezzi di comunicazione sociale (oscillante tra un giustizialismo alla Di Pietro e un astrattismo vago e filosofeggiante), sia nella politica “pratica” (vedi recente sfaldamento al Senato). Ciò che interessa, però, in questa sede, non è compiere un’analisi di cronaca politica su FLI e le sue prospettive (per altro già impostata nel Ns. sito) quanto cogliere le sorgenti di lungo periodo di questa corrente che, come notato lucidamente da Giuliano Ferrara, sono ricchissime e sterminate e affondano tutte in una stagione politico-culturale da comprendere (se non ci si vuole precludere l’analisi più accorta del presente). Questa strategia della “dissimulazione politico-culturale” (solo per analogia assimilabile ad una nozione di “doppia verità”) solo occasionalmente deriva da considerazioni di comprensibile marketing politico (la convenienza di cavalcare l’anti-berlusconismo); piuttosto deriva più profondamente dalle “matrici” molto elitarie (al limite “carbonare”) delle Nuova Destra e del suo metodo di penetrazione politico-culturale, fondato su un’operazione di rigorosa “mimesi” politico-culturale, che rifugge dall’attenzione dei media e dall’elettorato di Destra “profano” e si rivolge programmaticamente alle èlites politico-culturali. Innanziutto, su quella che noi abbiamo chiamato matrice “carbonara” della cd Nuova Destra (“poi confluita” in larga parte in FLI) valgano le parole di Simonetta Fiori in Micromega, che descrivono inequivocabilmente lo stile culturale di questa Destra in chiave di Intellighenzia (almeno come la intende Del Noce: “evocare enunciati di pensiero, occultandone le premesse”): “Questa revisione [dei finiani ed ex-An ndA] ha bisogno di nuove icone e nuovi simboli per lo più estranei al tradizionale album di famiglia della destra che proviene dal fascismo. Il segno prevalente è quello dell’ibridazione tra genealogie culturali differenti, una mescolanza che talvolta assume la radicalità provocatoria del registro avanguardista … Non un cenno a Junger … Tra i classici del nuovo Pantheon –nel quale ci guida Campi – ci si imbatte in Nicolò Machiavelli, quale ‘fautore delle virtù civili repubblicane’, e tre secoli più tardi in Alexis de Tocqueville come ‘anticipatore dei pericoli di omologazione e conformismo insiti nella Democrazia’ e- per rimanere nel XIX secolo- a Giuseppe Mazzini, ‘patriota di una libertà responsabile, fondata sui doveri’ e in Ernst Renan, che teorizza ‘la nazione come scelta e volontà basata su un patto politico di cittadinanza’”. In questa operazione, non manca (né può mancare) l’accostamento al modello “vociano” e alla Destra Storica (confermandosi l’uso di questa esperienza storica come Camelot mitico-ideologico, già da Noi denunciata nella prima puntata). Ora, solo considerando questi passaggi, è evidente che ciò che connota l’azione della Nuova Destra e di Fini è un modus agendi politico molto prossimo (nel metodo, non nei contenuti!) al vecchio “azionismo” di Parri e Calamandrei. In un certo senso il paragone con La Voce è azzeccato, a condizione, però, di riferirlo all’ultima fase, ovvero quella della battaglia per la Grande Guerra, dove in fondo la rivista prezzoliniana contribuì a aggregare in seno al Governo di allora (Salandra) e all’opinione pubblica un “partito dell’intervento” che partiva molto debole, diviso, frastagliato, dandovi una base di unità e di riferimenti stabili. Questa operazione come noto conobbe un’efficacia una tantum: e così rischia di finire anche Fini, condannandosi all’isolamento dal classico referente “benpensante” proprio di una Destra moderata. E’ molto difficile oggi competere per l’egemonia del centro-destra, senza mutare questo registro così elitario. E’ evidente a tutti che a questa Destra sono mancati tipi come Giuseppe Prezzolini, Indro Montanelli capaci di preparare gli “elettori potenziali” di Destra, con un linguaggio “popolare” per prepararlo a ricevere (al momento opportuno) una proposta politica moderata di centro-destra! Ecco perché non si può escludere che, su questa base, la Destra finiana (approdo della Nuova Destra) restituisca nello scenario politico italiano lo spettacolo di uno Stato Maggiore … senza Esercito; ovvero di un Partito … senza Popolo! Senza voler essere pessimisticamente negativi e distruttivi, in queste pagine, crediamo comunque possibile impostare una “pista di riflessione” per avviare in modo costruttivo il dibattito sul movimento finiano, raccogliendo le parole di Alessandro Campi: “Se la Destra nuova ha un senso, esso risiede in questo tentativo di riposizionamento (corsivo N. NdA) al tempo stesso politico e culturale. E’ dunque legittimo, senza che ciò suoni scandaloso, rileggere in chiave libertaria alcuni esponenti della letteratura della crisi ed aprirsi alla grammatica dei diritti civili. Si può anche tornare a discutere del concetto di Nazione (in chiave di ‘patriottismo repubblicano’) lasciandosi alle spalle ogni sentimentalismo nazionalista e ogni chiusura di tipo etnocentrico. Si può altresì comprendere il tentativo di declinare in chiave nuova, pluralista e liberale, non più autoritaria e sovrana, l’idea di Stato che la Destra si è sempre portata dietro”. Queste parole ci riportano alla legittimità di un percorso revisionista in seno alla Destra in chiave “repubblicana” come auspicato da Fini, ovvero attento allo “spirito pubblico” e ai valori della “solidarietà” e dei “diritti”, giusto antidoto alle sempre presenti “tendenze classiche e corporative” di una Destra borghese (come avrebbe potuto essere Forza Italia) dominata da possidenti ed esponenti di rilievo del mondo economico e professionale (portati ad interpretare la propria presenza politica in chiave corporativa o di conservazione dei propri privilegi). In questo senso, una Destra repubblicana potrebbe davvero svolgere un ruolo essenziale per integrare nella Destra elementi “non possidenti” o “idealistici”. Un simile percorso, però, per essere più genuino e fecondo, deve abbandonare le sacche della dialettica astratta e attingere alle tradizioni storiche e politiche dell’Italia, nella continuità dello “spirito critico” di Benedetto Croce e di Giuseppe Prezzolini. Anzitutto, occorre parlare chiaro, smetterla con i tatticismi e le “doppie verità” e arrivare alle radici di questa Nuova Destra. Radici, le quali, come dichiara Alain de Benoist in una sua intervista per il sito Storicamente-Comunicare Storia dell’Università di Bologna stanno sempre nei Maestri Julius Evola e Rène Guenon, sia pur “secolarizzati” e “demitizzati”, attraverso una lettura sociologica, storica e scientista che ne riabilita l’individualismo, senza ricorrere a quell’Idealismo Magico (l’Io come potenza) che ha fatto tanto parlare di propensioni naziste specie di Evola (vedi richiamo a Lorenz e a Monod per sostenere in chiave “evoluzionista” la possibilità di vuoti, buchi nello sviluppo umano e cosmico tali da giustificare l’inserimento dell’azione individuale non prestabilita: vedi puntata precedente). Senza poter procedere oltre in questa ricognizione molto affascinante e a tratti esaltante, possiamo dire che i principali tratti di continuità con Evola sono nello “spirito ghibellino” teorizzato dal filosofo specie nel Rivolta contro il Mondo Moderno e tesa a rivalutare come “momento spirituale” dell’Occidente l’etica tradizionale militare alla base della nozione tradizionale di Impero, come “milizia al servizio della Civiltà”. Aldilà degli aspetti poetici (suggestivi e gradevoli alla lettura), questa teorizzazione evoliana è stata giustamente valorizzata dai politologi della Nuova Destra come base della giustificazione storica e politica dello Stato Moderno, il quale (come lo stesso Carl Schmitt insegna) trova il suo “nucleo storico duro” nell’organizzazione militare, che in fondo è anche alla base della sua “democratizzazione” e della sua fondazione in chiave di Stato Sociale come nell’esperienza bismarkiana e fascista: in fondo, il cittadino-soldato diveniva automaticamente lo stake-holder dello Stato, il non trascurabile “azionista” che, anche solo in un residuo di logica feudale, dal sacrificio della propria vita traeva una serie di obblighi di protezione (non serve ripetere più oltre l’utilità di questo paradigma interpretativo per la storia italiana, in cui lo scarso radicamento dello Stato deriva proprio dai falliti esperimenti “militaristici” in Italia). Più deboli e politicamente sterili (e poco funzionali ad una politica conservatrice anche in chiave “repubblicana”) sono gli atteggiamenti fortemente “laicisti” verso la Chiesa, il pronunciato ambientalismo e il favore verso gli immigrati. Sulle radici del “laicismo” finiano, troviamo la speciale “filosofia della storia” evoliana (non rinnegata da Benoist e dai successori) tesa ad identificare nel Cristianesimo una forma di decadenza dello “spirito europeo” (con accentuazioni che in Evola assumevano tratti apertamente “antisemiti”), visibile finanche nell’antroprocentrismo esasperato della Bibbia che, a detta di Benoist (vedi intervista ne Il Ribelle, 01/2011), è alla base dell’esasperazione dell’etica del lavoro, della produttività, della tecnologia che sfocia nell’inquinamento e nell’entropia del pianeta (di qui, l’ambientalismo, ritrovato in nome di un “cosmo-centrismo”, tipico della filosofia antica: vedi Dario Antiseri). Allo stesso modo, la predilezione di Evola per i “popoli giovani”, ritenuti più vicini alla Tradizione dell’Occidente corrotto, è alla base del favore e della simpatia con le quali Fini e i suoi (ma anche molti esponenti della Destra che proviene da Benoist e Tarchi) guardano agli immigrati. Ognuno può rendersi conto della riduttività di un simile percorso: l’immigrazione chiede pragmatismo, giustizia distributiva, impegno ad una seria cooperazione internazionale, non contemplazioni astratte! Sull’apertura agli omosessuali, da ultimo, c’è poco da dire, perché non è da adesso che Benoist e la Nuova Destra hanno rinnegato il “macismo” alla base di autori come Evola (consacrato in celebri opere come La Metafisica del Sesso). In queste posizioni è facile leggere lo scarso aggiornamento sociologico ed economico: senza contare che del tutto dannoso per la costruzione di una Destra “repubblicana” è l’atteggiamento sbrigativo e superficiale di Fini verso il mondo cattolico, che, come vedremo nella prossima puntata, di fatto costituisce  il referente pre-politico di larga parte del Ns. “elettorato” moderato, oltreché la base di rilevanti riserve associative e di socializzazione per la vita italiana. In conclusione di questa puntata, ciò che possiamo dire, pur senza aver la pretesa di dire l’ultima parola sul movimento finiano, è che la famiglia politica FLI resta fortemente minata dalle tabes dell’ideologismo e dell’autoreferenzialità politica. Si sente in Campi, Tarchi, Fini il grande complesso di aver patito a lungo tempo l’identificazione tra la Destra e i “cattivi maestri” del nazi-fascismo; di qui, il grande sforzo di aggiornamento per recuperare patenti di presentabilità. Per questo motivo, simili “revisionismi” sanno di operazioni più rivolte agli insider ex-MSI (per “ritrovare il passo” con i tempi, per conciliare il “nuovo” della modernità con le loro radici culturali), che per proporre una visione organica, di slancio, di sintesi aperta sulla Società. Il problema per Fini, Tarchi e i suoi amici è che … sono arrivati tardi all’appuntamento con la Storia. Sì, perché mentre loro si allambiccavano su come “ammodernarsi”, la borghesia italiana, molto meno “complessata” e politicamente autonoma, si era già “data” una “sua” Destra: prima con i referenti editoriali e culturali come Giuseppe Prezzolini ed Indro Montanelli; poi attraversando (specie negli anni 80) un lungo pellegrinaggio tra partiti laici, liste civiche e Leghe (vedi Lombardia); finalmente, esprimendosi stabilmente in Forza Italia che riproduce il vecchio centrismo demo-liberale del pentapartito allargato (in pretta salsa “fusionista”) a Lega, AN e i residui “eretici” (allora) della DC: essenzialmente Casini e Formigoni. E’ stato il pragmatismo della borghesia e l’intuito politico di Berlusconi a “sdoganare” la Destra, mentre questa, sul versante missino, si confrontava con i propri fantasmi! E non a caso all’iniziativa di questi Gianfranco Fini restò sempre subalterno, scontando oggi l’indubbio appannamento e logoramento politico dovuto a troppi anni di “basso profilo” politico.

Share

Lascia un commento