18 mar, 2011
Ultimatum a Gheddafi: è guerra?
di Giorgio Frabetti- E così giunse il redde rationem, il giorno della resa dei conti. Con l’approvazione da parte dell’ONU della Risoluzione 1973 e con le dichiarazioni di “cessate il fuoco” della Libia, la partita Gheddafi-Comunità Internazionale sta entrando nella stretta finale. Della serie: se Gheddafi sgarra, sarà guerra. Già le istruzioni ONU sulla No Fly Zone sono da intendersi se essenzialmente come misure “preliminari” (parole del Gen. Fabio Mini) rispetto alla guerra se sarà necessario e costituiscono comunque il requiem sulla sovranità libica (uno Stato che non è Padrone del proprio spazio aereo è evidentemente spodestato!). Sulla guerra spinge molto soprattutto il Presidente Francese Sarkozy (insieme al premier inglese Camerun), ma l’USA si ritrova in una posizione incerta: di qui, l’esclusione nella Risoluzione ONU esclude ogni ipotesi di intervento di terra. Noi l’avevamo parzialmente intuito: non sarebbe stato realistico a queste condizioni per l’Europa limitarsi al solo soft power, alla protezione internazionale dei movimenti “democratici” e delle ONG impegnate per i diritti civili in Libia: un po’ come è successo in Tunisia e in Egitto, dove, però, la crisi con i despoti locali non è arrivata al tragico punto di rottura conosciuto con Gheddafi. Ma a sostenere questo sbocco in chiave ormai di hard power dei rapporti Libia-Europa non è solo la logica intrinseca dell’ “internazionalismo democratico” e dell’ “ingerenza umanitaria” (che ne costituisce suo diretto corollario), ma l’evidenza che, al punto in cui sono arrivati gli scontri interni e la guerra civile in Libia, la dittatura di Gheddafi non riveste per l’Occidente nemmeno quell’utilità di riserva come “fattore di stabilità” (sia pure tra ambiguità e tra alti e bassi) fin qui garantita rispetto al petrolio e al controllo delle ricchissime riserve naturali della Libia. Nessuno si fa illusioni sulla circostanza che la fase che si sta aprendo è densa di pesanti incognite. In primo luogo, Gheddafi ha dichiarato (a parole) il “cessate il fuoco” con i ribelli: sta facendo sul serio col “cessate il fuoco” o il suo è il solito bluff per “confondere le passere”? Non sarebbe il primo bluff del Colonnello. E’ evidente e fin troppo ovvi che a Gheddafi serve dilazionare il più possibile, il redde rationem che l’ONU di fatto gli chiede con la sua risoluzione, per non delegittimarsi come Capo di Stato. Da questo punto di vista, la mossa del rais libico ricorda il disperato machiavellismo di Badoglio e Roatta ai tempi dell’armistizio di Cassibile, assunto con la riserva di revocarlo, nell’estremo tentativo di spezzare l’umiliazione della “resa incondizionata”. Il punto è spinosissimo: l’Europa mitigherà il suo contegno verso Gheddafi come il rais chiede? Non è semplice rispondere: alldià dei machiavellismi e delle ambiguità europee ed USA (consacrate nella Risoluzione ONU: vedi truppe di terra), è comunque abbastanza probabile che, con la risoluzione ONU, la linea europea della fermezza stia diventando irreversibile. Sull’Europa, infatti, non neghiamocelo, incombe l’incognita terrorismo, tragica e cinica “carta di riserva” cui Gheddafi è sempre ricorso (vedi Lokerbie): non pare proprio che l’Europa sia disposta a correre questo rischio (vedi Francia). Certo, la minaccia della “bomba demografica” che sta esplodendo sull’Europa ha costituito già un fattore di ricatto e di pressione non indifferente, nel tentativo di ammorbidire l’Europa. Ma, al punto in cui siamo arrivati, non si può certo escludere che il rais libico possa per lo meno ipotizzare di ricorrere a “mosse inconfessabili” ove la politica degli aiuti umanitari fosse accompagnata da una “chiusura dei rubinetti” della UE sull’immigrazione libica (con una campagna di espulsioni e respingimenti che per la prima volta, in queste eccezionali circostanze, potrebbe trovare una sua legittimità): in questi termini, sono state interpretate le nemmeno troppo velate minacce all’Italia. In terzo luogo, … il futuro della Libia dopo Gheddafi. A Torino, nel commemorare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano appluade all’insurrezione popolare libica, ravvisandovi i germi di un nuovo Risorgimento arabo. Auspicio ottimistico, ma forse troppo, al limite temerario, se si considera che il Risorgimento (come risposta politica e diplomatica della “questione italiana”) fu preceduto … dal disordine rivoluzionario e insurrezionale del 1848, privo di direzione politica e diplomatica ed esauritosi velocemente in nuove forme di involuzione autoritaria e illiberali. Qualcosa ci dice (lo abbiamo già detto) che per Libia, come per Tunisia ed Egitto sia più confacente il paragone con il 1848; e che, come allora il 1848 fu strumentalizzato da Francia e Prussia in cerca di riscossa (ponendo le premesse del conflitto europeo del 1914-1918), così il 1848 africano potrebbe facilmente agevolare attori non graditi alle aspirazioni di stabilità europea. Come evitare che le vicende libiche non lavorino anch’esse … per il Re di Prussia? Il tempo a questo punto, in circostanze normali, direbbe la sua … Ma è proprio il tempo che sembra mancare dopo l’ultimatum di Obama di ieri sera!