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150 anni: Auguri, Italia!

150-unita-italia(Redazione) Con questo post il sito intende unirsi alla solenne celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che eccezionalmente per l’anno 2011 è anche festività agli effetti civili. Nonostante tutto, l’esperienza dell’Unificazione ha aperto agli italiani la strada per scrivere un futuro insieme: una cambiale aperta sul migliore bene di tutti, che, aldilà di facili entusiasmi come di facili scoramenti, è sempre spendibile e disponibile: basta volerlo; e soprattutto crederci. Auguri, Italia!- di Giorgio Frabetti- “L’Italia ha solo 150 anni –diceva Roberto Benigni al Festival di San Remo di quest’anno – Cosa volete che siano 150 anni per una Nazione? E’ ancora una minorenne!”. Aldilà del sapido e caustico spirito di Benigni sulle disgrazie del Premier sul RubyGate, il comico toscano ha indubbiamente afferrato il nocciolo del problema storico ed etico-politico dell’unificazione italiana: l’Italia ha una storia nazionale breve, troppo breve. Lungi da noi i facili pessimismi (del tipo “l’Italia non crescerà mai!”), questa giovinezza deve leggersi in positivo come reale “finestra di opportunità” ancora aperta sull’Italia e i suoi destini: l’Italia può sedersi e decidere di decadere, ma può anche decidere di invertire la rotta e crescere. Perchè è vero che, per l’Italia, “nazione giovane” fa ancora difetto il consolidarsi di una forte “tradizione nazionale”; ma è anche vero che la sua storia è costellata di cominciamenti, interruzioni, fasi di slancio e di progresso e fasi di stasi (vedi solo il passaggio dallo Stato Liberale al Fascismo alla Repubblica). Una storia quindi molto meno unidirezionale di quanto appare e, quindi, decisamente fluida e aperta come al peggio, così al meglio. L’anno scorso lessi un pregevole opuscolo dello storico Emilio Gentile sull’Italia Unita e ne trassi la sensazione che il suo pessimismo fosse condizionato dall’incapacità di cogliere questa fluidità, ovvero l’idea che il processo di unificazione nazionale e statuale dell’Italia, pur largamente incompleto, è ancora un processo aperto e da scrivere. Purtroppo, in molti storici e letterati (da Ginsborg e Gentile) fa premio sulla loro visione dell’Italia una statica “modellistica” storiografica, sociologica e politologica, del tipo “siccome l’Italia non è come la Francia, come l’Inghilterra, allora è da gettare!”. Benedetto Croce nella sua Storia d’Italia dal 1961 al 1915 aveva chiaramente individuato questo vizio della pubblicistica politica italiana denunciando come all’indomani dell’unificazione l’Italia Politica si fosse divisa tra il partito teso ad accreditare un “ideale puro” dell’Italia (per lo più nella stampa, nelle lettere) e quello teso ad accreditare un “ideale accomodato” dell’Italia (per lo più governativo, ufficiale). Una divisione che nel tempo ha avuto diverse declinazioni, dalla divisione tra l’ideale politico del Machiavelli (supero mistico, ma puro ed eroico) e l’ideale politico del Guicciardini (opportunistico e incline al compromesso), ovvero l’Italia dei letterati e l’ Italietta del popolo. La persistenza di queste tendenze è il segno della tensione e dello stress di una forte carica progettuale e ideale che ha investito l’Italia in questi decenni, divenendo proiezione di desideri, aspirazioni … come tali destinati fisiologicamente a scontare, nel breve, ripensamenti, dubbi ovvero destinati a scontare il tragico gap tra Intenzioni e Risultati. Dovrebbe uscire un manuale di storia delle superiori capace di chiamare questo fenomeno della Ns. storia contemporanea come “stress etico-politico da contemporaneità”, ovvero come “complesso del breve periodo”. Non c’è da meravigliarsi se altre Nazioni questo complesso non l’hanno subito. Ad esempio, la Francia è nata come Stato spontaneamente, per aggiustamenti storici lentissimi e risalenti dal Medioevo, senza una coscienza ed una progettualità definita, ovvero senza qualcuno che (come Cavour, Minghetti, D’Azeglio) dicesse: “Adesso faccio uno Stato moderno come si deve sul modello degli altri Stati Europei”. Ciò lo potevano fare Cavour e altri, perché seguivano ad una storia in cui la vita degli Stati moderni poteva dirsi ben definita. Questo complesso non l’ebbe Filippo il Bello, non l’ebbe il Re Sole: entrambi fondamentali per l’evoluzione del Regno di Francia come Regno e Stato Moderno, ma entrambi inconsapevoli dell’operazione che nel lungo periodo stavano compiendo. Questa coscienza storica di periodo la ebbero invece Cavour, Minghetti e tutta l’opinione pubblica che li sostenne, che pretesero di realizzare in pochi anni ciò che in altri Stati aveva richiesto secoli (costruire uno Stato). Naturale la delusione, constatato, come fu, che lo Stato Italiano non prometteva quanto le intenzioni. Una delusione resa lancinante dal fatto che molti dei protagonisti dell’Unità d’Italia poterono vedere per così dire in diretta la “consumazione” dei loro disegni: fu ad esempio così per Saracco, Sonnino e Giolitti, i quali dovettero assistere in fondo alla nascita e al declino (col fascismo) dello Stato liberale fondato sui “Notabili”. Naturale la tentazione allo “Scaricabarile” in una situazione cosiffatta, dove il gioco delle responsabilità politiche era molto forte; naturale la ricerca del “colpevole”: fu così per la Sinistra Storica al tempo del trasformismo, fu così per il fascismo ai tempi della Prima Repubblica. Dopo l’Unificazione e caduta la Destra Storica, subito si gridò allo scandalo della Sinistra che incoraggiando il trasformismo e l’opportunismo dei Parlamentari assecondava il particolarismo e il localismo denunciandone la “piccola politica” elettorale a scapito dei “grandi disegni”. Come denunciò anche Benedetto Croce questa politica di “compensazione” e di “compromesso tra i particolarismi” era inevitabile in un tessuto sociale che fin lì era stato diviso in mille realtà statali e ordinamentali autonome ed era anche consigliabile in un tessuto sociale già provato dal brigantaggio, dall’emigrazione e dalle prime rivolte operaie del 1873 (chè molto probabilmente sarebbero deflagrate, se non fosse intervenuta una politica più moderata). Troppo facilmente si ignorò che l’Italia, anche complice lo sviluppo di Stato Amministrativo, impresso dalle tradizioni piemontesi, subito dopo l’unificazione, stava attraversando una fase di decantazione “particolaristica” non dissimile a quanto avvenuto all’indomani dell’avvento del Re Sole (che dovette accompagnare, a contrappeso del notevole acentramento autoritario del potere attorno allo Stato, da lui impersonato, molta indulgenza e tolleranza verso i particolarismi locali della Francia). Così come all’indomani della Prima Repubblica, seguita al crollo tragico del fascismo, complice le Sinistre, parve che tutti i mali dell’Italia fossero da addebitarsi ai fattori tradizionali della sua società (Chiesa, Borghesia Locale, Agrari), visti come depositarie di Valori tradizionali e quindi retrivi e quindi da combattere come “Feccia” che avrebbe riportato prima o poi l’Italia al ritorno del fascismo (vedi canea della cd “strategia della Tensione” tra il 1969 e il 1980). Certo, ad attenuante di questo “complesso di breve periodo”, deve anche dirsi che l’Italia si è sempre fondata e ri-fondata a partire dal caos o comunque da momenti traumatici: una prova molto dura per uno Stato, se dietro non ha tradizioni nazionali e questo è certamente alla base dei balzi e delle contraddizioni che l’Italia ha conosciuto nel suo svolgimento storico: dal Liberalismo temperato di Cavour e Giolitti al fascismo di Mussolini al radicalismo democratico della I Repubblica (anche la Francia ha conosciuto “sbalzi”, ma le tradizioni nazionali l’hanno aiutata a mantenere maggiore continuità).Nel 1861 l’Italia esce dal caos del 1848 che comunque lo si giudichi fu un’avvisaglia grave di logoramento degli equilibri europei e causa remota dei guasti che provocarono Sarajevo e la Grande Guerra; nel 1922, ai tempi della Marcia su Roma, c’era una “guerra civile” indotta dallo scontro comunisti-anticomunisti che discendeva direttamente dalle contraddizioni di una “pace democratica wilsoniana” che non faceva che favorire i focolai di bolscevismo in Europa; nel 1948, l’Italia si diede una Costituzione dopo essere uscita da una sconfitta militare e dalla tragica guerra civile del 1943-45 (i cui residui tuttora si vedono). A 150 anni dall’Unificazione della Penisola in un’Unica Entità Statuale è inevitabile e più che naturale trarre bilanci. E’ evidente che a 150 anni ci si aspetta una maggiore serenità storica e una maggiore consapevolezza che il futuro dell’Italia sta in fondo nelle mani degli Italiani che, se esercitano i propri diritti sovrani che la Costituzione del 1948 gli riconosce, possono essere ancora e davvero gli artefici del loro destino. L’auspicio è che, con la commemorazione dei 150 anni, possa iniziare per l’Italia una sana “Politica della memoria” capace di integrare i valori costituzionali dell’Italia con gli esempi di virtù civica e nazionale; per colmare finalmente il secolare deficit di tradizione statuale e nazionale che da 150 anni affligge l’Italia.

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