12 mar, 2011
Intervista sulla Destra, sesta parte: Prezzolini apre la strada alla Destra di oggi
di Giorgio Frabetti- “Ho cercato in questi vent’anni e più di spingere chi mi legge e mi ascoltò a veder più chiaro nei fatti politici e a difendere coloro che temono che le astrazioni e le illusioni dei partiti detti di Sinistra abbiano avuto e continuano ad avere un’influenza deleteria per il benessere attuale e futuro dell’Italia e del mondo. Ho difeso il buon senso, l’esperienza dei secoli, le cognizioni tradizionali contro le improvvisazioni e le promesse assurde e pericolose dei rinnovatori della Società. Alla disgregazione dello Stato, alla distruzione di un sistema scolastico che aveva dei difetti, ma nel fondo era serio e selettivo, al disordine delle menti e alla rovina dei corpi cagionata dalle droghe chimiche e mentali, all’eccitamento delle cupidigie, alla corruzione parlamentare e della burocrazia, alla decadenza delle virtù antiche, seguendo i miei amici ho opposto il richiamo alle norme severe che hanno fatto le nazioni grandi e i popoli, anche piccoli e poveri, rispettati”. Così Giuseppe Prezzolini ne Il Manifesto dei Conservatori del 1972 riepiloga un ventennio di lavoro al periodico Il Borghese, ambizioso rotocalco creato da Leo Longanesi e Indro Montanelli per segnare una politica culturale adeguata alla borghesia conservatrice, laica e tradizionale che facesse da contrappeso, all’indomani della II guerra mondiale e del fascismo, al preponderante spazio politico, culturale e sociale del mondo cattolico (DC) e del mondo comunista (PCI) nella continuità delle tradizioni politiche borghesi e risorgimentali. Gli anni ’50 (dopo l’eremitaggio di Prezzolini prima a Parigi a seguito della Società delle Nazioni poi a New York alla Casa Italiana) segnano l’inizio del secondo periodo di grande fecondità letteraria di Prezzolini, che darà alle stampe in questo periodo il meglio della sua produzione politico-culturale: da L’Italia Finisce, ecco quel che resta (1954) che contiene l’originalissimo contributo delle lezioni tenute da Prezzolini alla Casa Italiana sulla letteratura italiana (e di cui arriveremo a trattare nelle prossime puntate), all’Italiano Inutile del 1955 (autobiografia chiaramente tesa a cercare di riordinare i filoni della cultura vociana dispersa con la lotta fascisti-antifascisti), all’Ideario del 1967 (gustoso compendio di brevi massime e aforismi prezzoliniani sulla storia e la politica italiana), al Manifesto dei Conservatori del 1972 fino all’Intervista sulla Destra che qui si commenta. In questo, l’opera prezzoliniana si svolge tutto sommato in netta continuità con il lavoro precedente. Prezzolini, pur mantenendo alto il tono della riflessione intellettuale, non si atteggiò mai a maitre à penser: se affidò il suo talento a rotocalchi e tribune nazionalpopolari (come il Borghese) ciò lo si deve al sano realismo “contadino” del Ns. che lo portava a sintonizzarsi facilmente con le logiche “pratiche” ed imprenditoriali in senso ampio dell’Editoria. Va addebitata all’onestà morale e culturale di Prezzolini se il Ns. rifiutò sempre per sé lo “stereotipo” di “intellettuale puro” (tipico degli umanisti e degli intellettuali gramsciani), preferendo ad esso sempre l’immagine dell’intellettuale operativo: anche per questo, le sue parole si sintonizzavano più facilmente con il Pubblico, portato a vedere in lui una persona seria e affidabile. Di qui, il tono semplice e colloquiale, anche se sempre incisivo e arguto. A proposito dell’attività “produttiva” di Prezzolini, va detto che, svolgendo egli negli anni ’20 un’attività presso una nota agenzia stampa americana, svolse anche un ruolo di consulente editoriale di primissimo piano, ispirando ad esempio la scrittura nel 1924 di Dux di Margherita Sarfatti, imponendo anche alcune linee di scrittura e di stile che riusciranno assai gradite al pubblico inglese e americano e che saranno alla base dell’universale successo di questa prima grande biografia di Benito Mussolini nonché della fortuna del mito di Mussolini in Europa e in USA. E’ comunque molto curioso che L’Intervista sulla Destra su questo che è un passaggio davvero fondamentale dell’opera di Giuseppe Prezzolini (il suo vero e proprio “Lato B” dopo l’exploit de La Voce), non dica praticamente nulla. Che questo passaggio non sia considerato da Prezzolini-Quarantotto ne L’Intervista non può comunque più di tanto stupire, data l’epoca in cui L’Intervista è uscita (1977, anno di abbraccio DC-PCI, a scapito di Destra e laici minori) e dato l’incombere allora del terrorismo (vedi la Giornata Ottava) e data l’opinione allora diffusa (in Prezzolini come altri, v. Del Noce) che una propaganda per la Destra in nome dei valori della borghesia tradizionale fosse una battaglia persa in partenza. Se ciò parve vero nel breve periodo degli anni ’70 in cui fu pubblicata l’Intervista, ciò non fu però vero nel lungo periodo. Ecco perché è indispensabile che il racconto della Destra italiana contenuto ne L’Intervista sia integrato. In effetti, dal punto di vista del lungo periodo, come vedremo poi, l’esperienza de Il Borghese (e l’opera di Giuseppe Prezzolini lì svolta) è stata storicamente molto importante nell’inaugurare una “linea di resistenza” conservatrice di carattere politico-culturale che ben potrebbe definirsi la “linea della Marna” della Destra e che, con ramificazioni e diramazioni diversificate, segnerà la sconfitta dell’egemonia culturale gramsciana e azionista prima nella cultura, poi in politica, propiziando la nascita di un vero e proprio partito di Destra con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e lo “sdoganamento costituzionale” della Destra del MSI (Diciamolo subito a scanso di equivoci: se si vuole trovare le radici della Destra di oggi berlusconiana e post-fascista dobbiamo rintracciarle qui!). Naturalmente, dobbiamo intenderci: quando parliamo di “linea di resistenza” della Destra non intendiamo dire che la Destra riuscì ad esprimere una contro-egemonia culturale e politica che fronteggiò quella gramsciana, perché non sarebbe certo vero; non ci fu un disegno organizzato di offensiva politico-editoriale (quale ad esempio sarebbe piaciuta a Licio Gelli negli anni ’70), quanto l’intuizione di una linea politico-editoriale cui Prezzolini certo contribuì, ma che storicamente è prevalentemente debitrice delle intuizioni di Indro Montanelli e di Leo Longanesi, per lo più. In secondo luogo, gli anni de Il Borghese coincidono con quella che molto eloquentemente Pierluigi Battista ha chiamato l’ “esplosione dell’universo crociano”, ovvero con la crisi della grande centrale culturale politico-culturale che dagli anni ’10 aveva costituito la spina dorsale della cultura e dell’editoria liberal-borghese italiana, Benedetto Croce (già mèntore della Voce e della conversione politica di Prezzolini), in bancarotta per la crisi “azionista” nata dal rifiuto di Croce di aderire alle “ibridazioni laburiste” proposte da Giustizia e Libertà (il cd “Lib-Lab”), che determinerà lo scivolamento di molti quadri già crociani nell’orbita editoriale-politico-culturale azionista (vedi vicende della Casa Einaudi a Torino e della Casa Laterza a Bari). In terzo luogo, la “linea di resistenza” dei periodici di destra come Il Borghese (e altri vedi Il giornale nuovo di Montanelli del 1974) si esprimerà più come “forza inerziale” della cultura conservatrice tradizionale verso l’iniziativa politico-culturale comunista che in termini di “forza propositiva”: ciò sarà alla base dell’anemia programmatica e politico-culturale della Destra e dei conseguenti, gravi limiti dell’esperienza del “fusionismo” italiano in cui consisterà l’iniziativa politica berlusconiana. Ma iniziamo con ordine. Innanzitutto, come nacque Il Borghese e con quali finalità, ce lo ha descritto lucidamente Indro Montanelli in un celebre Dialogo con Michele Serra nel numero 04/1994 di Micromega: “… Un bel giorno, Longanesi convocò Ansaldo, Henry Furst, Elena Canino e me (non mi pare ci fossero altri) per comunicarci il suo progetto e tracciare, per così dire, l’identikit del nostro futuro lettore. Ognuno lo descrisse a modo suo, che del resto si discostava poco da quello degli altri. E così feci anch’io, portando a modello del ‘vero’ borghese un mio nonno (…). Elaborammo per ore questo borghese esemplare rifinendolo in tutti i suoi particolari di regole, di gusti, di disgusti, di obblighi, di fobie, insomma di costume, finchè Ansaldo, col suo ghigno di squalo e la sua cadenza genovese, c’interruppe: ‘Ma dov’è in Italia un borghese che corrisponde a questi connotati?’ ‘Non c’è’ rispose Longanesi ‘Siamo noi che dobbiamo inventarlo, come ha fatto or ora Montanelli, con quel suo nonno che non è mai esistito. E forse un diecimila lettori che vogliono diventare come lui, riusciamo a trovarli’. Li trovammo. Ma non ne trovammo di più”. Con quel taglio ambiguamente nostalgico di una “normalità borghese” non contaminata dal fascismo (e speranzosa che il fascismo fosse davvero quella “parentesi” nell’esperienza del liberalismo italiano) Il Borghese costituiva il degno successore del periodico Omnibus, uscito nel 1938-39, poi soppresso dalla censura fascista. Montanelli ce ne ha lasciato un sapido ritratto: “Per sottrarsi al culto della personalità coi suoi riti trionfalistici che il regime imponeva a tutta la stampa, Omnibus ignorò il presente [fascista, NdA] e si rifugiò nel passato rievocandolo, anche graficamente, con un perfetto dosaggio di ironia e di nostalgia, in cui la nostalgia faceva premio sulla ironia. Contrapposti agli impettiti e stivalati gerarchi di Starace, i Ns. nonni e bisnonni facevano un figurone non soltanto in gilè e panciotto, ma anche in mutandoni e camicia da notte, come li rappresentava Maccari e lo stesso Longanesi, nelle loro vignette in cui c’era tanto, ma tanto Grosz. Ne venivano fuori una Destra, quasi tutte di repertorio”. Oggi si parla molto del carattere “virtuale” e televisivo della Destra berlusconiana, ovvero si denomina Forza Italia e il PDL “Destra da Mulino Bianco”, puntando il dito sulla facile retorica e buonismo che alimenta il consenso anche elettorale a Berlusconi. Nella creazione di questa “destra sentimentale” si addebita la causa e la responsabilità alle Tv berlusconiane di cui con fervore si chiede la chiusura o la limitazione in nome del “conflitto di interessi”. Non paia una forzatura, però, se diciamo che la creazione di questa Destra-Camelot, con tratti decisamente pop la si deve in una certa misura al genio mediatico di Longanesi e de Il Borghese (la Destra delle “vecchie zie” la definiva Longanesi): per favorire un’attenzione attorno alla Destra, Longanesi & co. fecero appello (un po’ gozzaniananamente) alla Nostalgia dello Stato liberale e giolittiano, ovvero ad un generico “mondo piccolo” (vedi Guareschi) per lo più paesano e contadino, depositario di valori sani e tradizionali, non corrotti dalla politica, dalla massificazione del sapere dei Licei e delle Università di massa. Sulla stessa linea, deve essere ricordato il successo, del tutto imprevisto e inaspettato, dei corsivi per ragazzi dedicati al Risorgimento e alla storia patria pubblicati su Topolino tra gli anni ’60 e ‘70 da un veterano della letteratura patriottica come Salvator Gotta, già fascista e saloino, paroliere dell’inno fascista Giovinezza! e del celebre romanzo Il Piccolo Alpino del 1926 che fece piangere generazioni di adolescenti insieme al libro Cuore di De Amicis. Ora, davanti a questa operazione non è mancato chi (come lo storico Nicola Tranfaglia da tempo arruolato nelle file della più faziosa e degenere editoria anti-berlusconiana) ha denunciato il “complotto repressivo” della Destra pronto a propiziare nel silenzio le premesse della “discesa in campo” Berlusconiana (vedi Esiste il quarto potere in Italia? Specie capitolo Fascismo e mass media). Niente di più errato, dal momento che questa evocazione di un mondo borghese alternativo alla Sinistra venne a propiziarsi da sé: Longanesi non fece altro che indicare una bandiera alla quale spontaneamente si accodò il pubblico che non si riconosceva né con i democristiani, né con i socialisti ed era insoddisfatto della rappresentanza di centro-destra ufficiale (MSI, monarchici, liberali). Piaccia o non piaccia alla Sinistra egemone, la diffusione e il consolidamento di questa “cultura” o “sub-cultura”, comunque la si denomini, alternativa alla Sinistra fu espressione della relativa autonomia politica raggiunta dalla borghesia italiana (almeno quella più sviluppata del centro-nord complice il “miracolo economico”) nel secondo dopoguerra (a dispetto del PCI) e che si espresse, a dispetto delle pretese gramsciane di egemonia, anche in termini di voti: vedi in Lombardia l’espressione del voto prima ai partiti laici, poi alla Lega, poi a Berlusconi. In effetti, in questa Destra, così limitata quanto a back round sociale da casalinghe, maestre, insegnanti, professionisti medi (ma priva di seri addentellati nel mondo accademico e politico) non è impossibile scorgere il naif che purtroppo si rivelerà tutto quando con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi nel 1994 questa parte di società italiana si darà al “fai da te” della Politica, scontando tutti i limiti che oggi possiamo agevolmente riscontrare: dilettantismo, qualunquismo, populismo … Ciononostante, a dispetto del facile “moralismo” che oggi incombe sulla Destra Italiana e a dispetto del facile “modellismo politico” di cui sono diventati preda vasti settori di FLI (la Destra europea etc.), a dispetto di tante teorie (cui indugiò negli ultimi anni Indro Montanelli), questo complessivo movimento centrò alla lunga l’obiettivo di rendere la borghesia culturalmente e politicamente autonoma, permettendole di esprimere una rilevante soggettività politica fino all’espressione (nel 1994) di una difettosa, ma compiuta coalizione di centro-destra. E’ chiaro che la coalizione denominata prima Polo delle Libertà, poi Casa delle Libertà, poi Popolo delle Libertà è piena di difetti; ma se vogliamo armarci della lucidità storiografica e pragmatica di un Croce o di un Prezzolini e se intendiamo scendere dall’empireo degli “ideali puri” e venire alle “idee accomodate con la storia” dobbiamo dire che questa è la Ns. Destra, adeguata allo sviluppo e alla storia dell’Italia. A dispetto delle varie idee, la Destra recente ha queste radici: una Destra, che, complice il “radicamento popolare” e prepolitico de Il Borghese e simili, si è venuta a conformare in termini per alcuni aspetti analoghi al fusionismo americano prima di Reagan e poi di Bush Jr. In questo il merito dell’intuito politico di Silvio Berlusconi è stato enorme e nessuno potrà mai negargli il dovuto riconoscimento. Che poi fosse Berlusconi, il mèntore di questa operazione non può stupire più di tanto, dopo quello che si è detto. Troppi scordano che Berlusconi non intendeva scendere in politica, quanto offrirsi come “Committente politico” (svolgendo un lavoro di consulenza simile a quello dei grandi Committenti “americani” che hanno “inventato” la Destra Fusionista reaganiana); e che era molto familiare con le tecniche di divulgazione popolari come Il Borghese e dintorni. Come ha insegnato Massimo Introvigne in un bellissimo articolo citato nel Ns. sito del 01/02 u.s., questa combinazione di pop e di Politica, alla base dell’esperienza berlusconiana, è tipica del modus operandi di tutta la Destra “fusionista” Europea e Americana. Tra la Destra “fusionista” di Berlusconi e l’esperienza de Il Borghese c’è una sintomatica continuità, per la comune tendenza al marketing politico popolare (delle idee il Borghese, del voto politico, Forza Italia). Certo, si può sostenere all’infinito e con piena ragione che questa Destra è una Destra naif, una Destra immatura e tirare fuori la ben troppo nota e vera teoria che se una Destra non potè formarsi in Italia ciò fu colpa della Ns. esperienza statuale, troppo giovane e recente per permettere la formazione di un “nucleo duro” dirigente, aldilà delle stagioni e della fortuna dei partiti. Tutti argomenti di cui tener conto per il presente e il futuro politico e che motivano la necessità di una revisione della storia della Destra a 360° gradi (dalla Destra Storica in poi) come stiamo facendo in queste puntate. L’esperienza de Il Borghese prima e di Forza Italia poi dovrebbe comunque ammaestrarci sufficientemente a non farsi travolgere dal moralismo astratto e dal modellismo politico e a scendere alla concretezza dei fatti. Possiamo evidentemente alambiccarci quanto vogliamo nel mondo dei desideri e della “Destra secondo me”: ma se davvero intendiamo raccogliere la lezione prezzoliniana al massimo livello come grande lezione di antiretorica, di pragmatismo e di senso storico, non possiamo non tenere conto dell’esperienza di “fusionismo all’italiana” realizzata da Silvio Berlusconi e non porci il sano dubbio che la Destra del Futuro e Post-Berlusconiana passi ancora per questo “contenitore politico fusionista”, forse il più adeguato al suo sviluppo storico, politico e sociale, caratterizzato da grande frammentazione sociale, politica e culturale. Meditiamo gente, meditiamo!
concordo col pensiero del sig.Alberto Quartaroli quando conclude dicendo che “la DESTRA di Berlusconi non ha nulla a che vedere con quella di Prezzolini”
Cordiali saluti.
Italo Baldo
Gentile Giorgio Frabetti,
ho letto con interesse il suo commento qui sotto e posso capire (e lodare) il suo tentativo di ricercare in Berlusconi e FI gli attuatori del pensiero politico di Prezzolini. Mi permetto pero’ di dire, da Prezzoliniano al 100%, che questa destra berlusconiana non ha nulla a che vedere con la “nobile” destra liberal-conservatrice prezzoliniana.
E’ vero che il partito Repubblicano e quello Liberale sono stati gli unici rappresentanti del conservatorismo italiano, ma le esigenze di coalizione gli hanno sempre precluso qualsiasi avanzamento a Destra. Sappiamo anche che il MSI e poi AN non sono MAI stati partiti di VERA Destra (quella democratica liberal-conservatrice). Inoltre, dal dopoguerra due forze “anti-italiane” hanno governato il paese, a livello nazionale e regionale: la DC (universalista) e il PCI (internazionalista). Quindi e’ vero che in Italia la vera Destra liberal-conservatrice non e’ mai esistita.
Quando e’ andato al governo la prima volta nel 1994, Berlusconi non ha mai inteso rappresentare la Destra liberal-conservatrice. Non sto ad elencare gli interessi personali che hanno indotto Berlusconi ad entrare in politica, coalizzandosi con forze che con la VERA Destra nulla hanno mai avuto a che fare (AN e Lega). Non voglio nemmeno elencare le leggi che ha introdotto (o tentato di introdurre, iniziando dal Decreto Biondi del 1994) per salvare se stesso e beneficiare le sue aziende. La sua propaganda televisiva, studiata appositamente, ha poi fatto il resto.
Dico solo che FI non e’ certamente nata sulla base del pensiero politico di Giuseppe Prezzolini (che sicuramente nessuno, nemmeno Berlusconi, ha mai sentito nominare), e il pensiero politico di Prezzolini e’ anni luce lontano dalla politica reale di FI di questi ultimi 17 anni.
Di “destre” in Italia ce ne sono di varie specie. Berlusconi puo’ anche appartenere alla “famiglia” della destra, cosi’ come Fini e altri. Conosco gente che si dichiarano di destra in funzione anti-sinistra e che addirittura, con questo sistema elettorale, votano per la coalizione di Berlusconi tappandosi il naso. E io li capisco. Ma onestamente non credo che nessuno di coloro che in Italia votano “a destra” hanno una minima idea di cosa sia il liberal-conservatorismo.
I “borghesi” di Longanesi, Montanelli, Barzini, ecc. erano persone di buon senso che non sostenevano nessuna assurda e anacronostica ideologia. Purtroppo erano ben pochi e quei pochi probabilmente votavano DC turandosi il naso. La mancanza di una cultura popolare di Destra (quella vera) ha creato questa situazione. Berlusconi non ha introdotto alcuna cultura di destra. Al contrario: ha usurpato il nome della Destra per meri fini elettorali. Tant’e’ che Montanelli una volta disse che dopo il berlusconismo ci vorranno altri 40 anni per far capire agli italiani cos’e’ la vera Destra.
Come lei giustamente dice, Prezzolini non era un politico, ma bensi’ uno scrittore ed intellettuale. Piu’ “politicamente esplicito” nel Leonardo e meno dal dopoguerra. Fatto sta che solo un politico, uno solo, un grandissimo uomo di Stato, Benito Mussolini, comprese i suoi insegnamenti (e non credo che il fascismo sia stato storicamente un “tappa fallita e sbagliata di evoluzione in senso nazionale dello Stato”. Al contrario: e’ stato un evento storico importantissimo. Un’accellerazione della storia d’Italia).
In conclusione, FI e l’entrata in politica di Berlusconi, avevano ben altri scopi. Non credo che Berlusconi abbia mai minimamente pensato di introdurre in Italia una VERA destra liberal-conservatrice. Non credo nemmeno che Berlusconi abbia mai letto nulla su Giolitti e sicuramente non ha mai nemmeno sentito menzionare il nome di Giuseppe Prezzolini. L’unico obiettivo di Berlusconi era quello di vincere le elezioni utilizzando le sue TV, i Vianello, Costanzo, Villaggio, Mentana, Liguori, ecc. Utilizzando a pieno regime le sue societa’ di marketing. Coalizzandosi con forze politiche anni luce lontane dalla vera Destra (AN e Lega). E cogliendo l’occasione per spiazzare ingenui e insignificanti piccoli uomini politici come Mario Segni.
Cosi’ come Prezzolini non ha mai sostenuto la politica di Mussolini, sono sicuro che tantomeno avrebbe sostenuto un personaggio come Berlusconi. Avendo letto ogni singola parola scritta da Prezzolini (in libri e carteggi), le posso assicurare senza alcun minimo dubbio che quest’uomo non avrebbe mai e poi mai approvato la politica di FI, ne mai avrebbe stimato (come invece stimava Mussolini) un personaggio come Berlusconi.
Cordiali Saluti,
Alberto Quartaroli
Carissimo Alberto Quartaroli, forse non mi sarò espresso nel migliore dei modi, ma il mio discorso è questo. Berlusconi fa parte a pieno titolo e diritto della storia della Destra, appartiene al suo “album di famiglia”. Come vi appartiene Prezzolini. Forza Italia è ‘naif’ come il mondo ‘naif’ della Destra delle vecchie zie auspicata da Longanesi e dal ‘Borghese’; ma la continuità sta nel fatto che “il Borghese” prima e “Forza Italia” poi solleciterà una domanda politica moderata di centro destra cercando un legame con la borghesia tradizionale quella dei Piccoli imprenditori e lavoratori autonomi, estranea a DC e al PCI, che negli anni 80 magari votava liberale prima e Lega poi, quella che si riconosceva nel ‘perbenismo’ delle Tv private per lo più lombarde e piemontesi … E’ lo stesso retroterra di Longanesi e Prezzolini! Prezzolini e Berlusconi non sono accostabili: l’uno è uno scrittore (carente, come ritengo, nell’analisi politica), l’altro un Editore e un Politico. Prezzolini non è “maestro di politica” e, aldilà dell’interventismo (di cui fu responsabile) non gli può essere ascritta alcuna altra iniziativa politica vera e propria di rilievo nazionale (nemmeno come ispiratore).
La lezione di Prezzolini sta semmai nel “prgmatismo storico” di marca crociana: come ieri insegnò a guardare con realismo al fascismo (”Necrologio onesto del fascismo” vedi “Manifesto dei conservatori”) come una tappa (pur fallita e sbagliata) di evoluzione in senso nazionale dell’Italia, così Forza Italia registra lo sforzo (evidentemente non andato del tutto a buon fine) di una borghesia che ha cercato (sbagliando magari) di darsi una referenza politica più aggiornata. E’ probabile che questa esperienza si stia chiudendo e quindi mi guardo bene dal fare apologia acritica. Comunque, per verità storica credo non si possa negare che Silvio fa parte dell’album di famiglia della Destra. E io sono convinto che aldilà degli aspetti discutibili (il conflitto di interessi etc.) la sua intuizione del 1994 abbia un valore politico che va aldilà della sua persona. Quale sia la lezione politica da trarre l’ho scritto nell’articolo: interrogarsi sull’eventualità che l’esperienza della Destra in Italia passi per qualcosa di molto simile al “fusionismo liberale” di marca americana.
Vivissime cordialità e grazie dell’attenzione.
Frabetti
Gentile dott. Frabbetti, mi consenta di dissentire. La “destra” di Berlusconi non ha nulla a che fare con quella di Prezzolini. Ma proprio nulla.
Può darsi che qualcuno trovi la mia prosa involuta e contorta.
Ma credo si colga bene come, pur critico verso l’attuale fase che sta attraversando il berlusconismo, il Sottoscritto disapprovi radicalmente ogni opzione politica tesa a rinnovare la Destra e a scalzare Berlusconi in nome dell’ “emergenza costituzionale”, ovvero dell’astratto “modellismo politico” di Fini (Una Destra normale farebbe …. La Destra Italiana è anormale etc.).
L’opzione del “patriottismo costituzionale” tesa ad additare in Silvio un pericolo per la Democrazia come ai tempi del fascismo si critica da sè: l’ondata di opposizione a Berlusconi, il vero e proprio potere di interdizione esercitato dalle Istituzioni (Magistratura in primis) contro leggi indesiderate … stanno a dimostrare che il sistema costituzionale dei “pesi e contrappesi” è in piena efficienza. E quindi non c’è alcun pericolo per la Democrazia, anche in caso di riforme costituzionali (che referendum e Consulta potrebbero sempre cassare!).
In secondo luogo, Silvio è a pieno titolo un Fondatore della Destra, uno che ha individuato una via, una specie di “neofusionismo all’italiana”, la tendenza al “partito contenitore”, ma aperto alla più ampia rappresentanza politica e sociale, nell’ambito di un “minimo comune denominatore” di Destra. Un partito pragmatico aperto a chi da programmi e propone soluzioni: come voleva essere Forza Italia. Non è forse questo partito adeguato allo sviluppo storico e alla frammentazione italiana? Non abbiamo forse precedenti di questa tendenza anche in certa rappresentanza democristiana (dorotea, popolare etc.)?
Se proprio vogliamo indugiare alla “Modellistica” italiana, poniamoci il serio problema che una “via italiana alla Destra” esista e sia proprio quella inventata da Silvio. Quindi, prima di industriarci a disquisire di “Destra Europea” e simili, prima di indugiare al modellismo che tanto piace ai Ns. Parrucconi accademici (alla Pasquino, Sartori e simili) chiediamoci seriamente se il rinnovamento della Destra anche dopo Berlusconi non debba passare nella continuità del contenitore “fusionista” di ‘Forza Italia’ e simili.
Segnaliamo preparazione uscita libro “Prezzolini, parole chiare – lettere al Borghese 1969 – 1979″, con saggio introduttivo di Francesco D. Caridi.