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Intervista sulla Destra, quinta parte: ‘La Voce’ inventa Benito Mussolini. Prezzolini tra fascismo e antifascismo

marciasuromadi Giorgio Frabetti- “Una cosa è ferma: si può dire molto male del fascismo e di Mussolini; ma chi ne dice male deve sempre ricordarsi che non avrebbero avuto il buon successo che ebbero per ventidue anni, se non avessero trovato l’appoggio, l’entusiasmo, le dedizioni, le imitazioni, la complicità e il benestare, almeno a segni e a parole, del popolo italiano. Il fascismo fu una situazione storica che il popolo italiano, salvo eccezioni, tutto quanto, plebe e magnati, clero e laici, esercito e università, capitale e provincia, industriali e commercianti e agricoltori fecero propria, nutrirono con il proprio consenso e applauso, e che, se fosse continuata, oggi essi continuerebbero ad applaudire e sostenere. (…) Il fascismo fu l’apice del Risorgimento italiano ed anche l’ultimo atto del Risorgimento Nazionale, ed il più disperato tentativo, non riuscito di dare unità ai popoli della penisola italiana, costituendovi uno Stato forte. Il fallimento di questo tentativo, dovuto a forze estranee al Paese”. Scorrendo L’Intervista, si nota facilmente che a Mussolini e al fascismo sono dedicate almeno tre giornate (quattro se si aggiunge la parte dell’interventismo) su dodici; uno spazio rilevantissimo che a nessun altro argomento è dedicato. In ogni caso, giudizi come quelli appena riportati esprimono un’impressionante lucidità d’analisi sul fascismo che (seppure minata da contraddizioni come vedremo) raramente si riscontrano in altri contemporanei e che in Prezzolini trovano una giustificazione per lo speciale sforzo di attenzione che egli esercitò sul fascismo, sforzandosi fin da subito alla massima obiettività e imparzialità (con grande lucidità il Ns. venne a profetare una durata ventennale del fascismo, azzeccando la profezia con millimetrica precisione!). Sforzo di attenzione di cui è illuminante riprova anche la parte di Intervista relativa al fascismo, la parte più organica, più completa di tutto il libro (e che, quindi, potrà essere ripercorsa con particolare aderenza al testo di Prezzolini-Quarantotto). Dal punto di vista storico-intellettuale, il giudizio di Prezzolini è contrastato: se, da un lato, Prezzolini non sopporta l’evoluzione del fascismo in dittatura nella quale vede la riprova dell’eterno servilismo e dell’eterna inferiorità etico-politica degli italiani, dall’altro tenderà a dare atto della “buona fede” e della “buona volontà” di molti Gerarchi e molti italiani che hanno creduto nel fascismo (vedi Necrologio Onesto del fascismo ne Il Manifesto dei Conservatori) come occasione per attuare i propositi di rinnovamento coltivati ne La Voce ai tempi della battaglia interventista. Dall’altro, lo sforzo di attenzione sul fascismo in Prezzolini si spiega anche per il forte coinvolgimento personale e generazionale: Prezzolini, cioè, pure avverso al fascismo, se ne sentiva comunque un padre, ovvero una specie di “cattivo maestro” per averne coltivato molte delle aspirazioni. In ogni caso, con l’avvento del fascismo cessò la breve parentesi di vita politica attiva iniziata da Prezzolini ai tempi dell’interventismo e iniziò una fase più ripiegata nel giornalismo prima e nell’impegno culturale e didattico poi (alla Società Internazionale di Cultura prima a Parigi e alla Casa Italiana a New York dopo). Ciò nondimeno, Prezzolini non rinunciò mai ad un ruolo di opinionista sulle vicende italiane e fu per senso di responsabilità che “non bevve” al calice dell’antifascismo, ritenendo più giusto un atteggiamento di assunzione di responsabilità che, in nome della Voce, facesse sintesi delle due posizioni opposte, ritenute da lui non del tutto a torto solo artificiosamente separate. Questa che potremmo definire “piattaforma della buona volontà” è alla base della provocatoria presa di posizione sul fascismo in cui Prezzolini si dichiarò “apota” (“colui che non la beve”) ed che è alla base del tentativo di “storia revisionista” del fascismo attuata da Prezzolini negli anni ’50 dalle colonne del Borghese per riannodare i fili della dispersa borghesia conservatrice e laica, dispersa dall’eredità fascista e stretta tra l’egemonia cattolica (DC) e quella comunista (PCI). Essenziale nella proposta di Prezzolini di una “Società degli A-poti” nel 1922 (coloro che “non la bevono”) è l’idea che la contrapposizione fascisti-antifascisti sia sostanzialmente fittizia, per la forte e presente derivazione vociana comune. Dirà ne L’Intervista Prezzolini: “La Voce … preparò il fascismo e l’antifascismo. Certo, il programma ideato da Gentile per la riforma della scuola, che Mussolini definì la più fascista delle riforme, apparve la prima volta su La Voce. E Mussolini, essendo stato il solo dei collaboratori de La Voce ad avere, ad un certo punto, il potere di rinnovar l’Italia, ci sembrò scelto per realizzare gli ideali de La Voce”. Anche per questo essenziale motivo, rifiutò di porre il fascismo nei termini della “questione morale” come la posero Gobetti, Salvemini e molti azionisti. La posizione prezzoliniana conteneva in sè un principio di indubbia lungimiranza politica, perché prefigurava quel “revisionismo” che prima Massimo Rocca poi Giuseppe Bottai porteranno avanti sotto il fascismo e anche dopo (vedi rivista ABC), ritenendo il regime erede della Destra Storica (ovvero espressione di “Uno Stato di Destra con Società orientata a Sinistra”). E in effetti, se si considerano le teorie di Rocca e di Bottai sulla “classe dirigente fascista”, non è impossibile scorgervi la continuità con le discussioni su Mosca e Pareto degli anni del Regno e de La Voce. Cosa, chi impedì a Prezzolini di cogliere una grande occasione di ribalta politica? Non è del tutto chiaro. Un po’ giocò il temperamento prezzoliniano, portato alla “poesia” delle questioni morali, ma non alla “prosa” delle questioni politiche: ragion per cui le potenzialità di questa linea di analisi furono da lui lasciate cadere (o raccolte con non disprezzabile utilità da Bottai e Rocca come visto sopra). In altra misura, giocò nel Ns. una sfiducia per il carattere degli italiani, la loro impreparazione al dibattito critico. In parte, giocò in Prezzolini la convinzione che una simile posizione non sarebbe stata capita e sarebbe stata facilmente strumentalizzata, a causa delle sue troppe e ingombranti conoscenze nell’opposizione antifascista più intransigente (Gobetti, Salvemini, Amendola) che avrebbero facilmente in Prezzolini quel ruolo di autorevole riferimento culturale che in nome de La Voce il Ns. intendeva comunque giocare. Ciononostante, aldilà delle buone intenzioni, la posizione di Prezzolini (cui lo stesso non diede seguito politico concreto) era politicamente debolissima, in quanto affetta da un forte deficit di analisi politica e storica, specie per la sopravvalutazione eccessiva della continuità fascismo-Interventismo (per altro già smentita da De Felice nel 1965 con Mussolini il Rivoluzionario che pure nell’Intervista Prezzolini dimostra di conoscere). Di qui, la sopravvalutazione del Ns. del ruolo de La Voce come rivista di riferimento per il fascismo-movimento. Attento alla “caratura morale” dei fatti, Prezzolini (non a torto) ritrova nell’idea vociana del primato degli “uomini” nell’azione politica (rispetto alle istituzioni) le basi morali e culturali che legittimarono la Dittatura; così come Prezzolini addita alla “voglia di rinnovamento” indotta da La Voce e dall’interventismo la legittimazione morale della Marcia su Roma. Tutte cose vere, ma ancora insufficienti per costituire le cause storiche essenziali del fascismo. Prezzolini, in particolare, non potè avvedersi che, se La Voce creò il “mussolinismo” (come “mito dell’uomo-Mussolini”), non per questo creò necessariamente il “fascismo” (l’Autore, complice i tempi non maturi per l’analisi, pare confondere i piani). Mussolini come noto divenne presto “l’uomo simbolo” del rinnovamento politico vociano fin dall’espulsione di Mussolini da L’Avanti (famoso telegramma di Prezzolini a Mussolini “Partito Socialista ti espelle, Italia ti accoglie”), l’uomo “di carattere” (contro le “mezze figure” del socialismo e del giolittismo: vedi Voce 25 dicembre 1913), un exemplum per Prezzolini di come la “forza di volontà” potesse diventare sprone ed esempio per un’azione sociale, giornalistica e politica rinnovata. Ciononostante, nel 1920-21, quando il fascismo inizia i suoi trionfi, l’interventismo classico batte ormai in ritirata (vedi anche Natale di Sangue del 1920 che segna la fine dell’impresa fiumana): stretto l’interventismo tra l’affermazione del Bolscevismo e le contraddizioni di Versailles, quando l’idea di Stato Nazionale ne uscì delegittimata, quando parvero esplodere in ogni dove (specie in Italia, nelle potenze giovani) focolai di insurrezione comunista, quando ormai il clima era quello descritto da Ernst Nolte di “guerra civile europea”, battuto sonoramente alle elezioni politiche del 1919 (quando Mussolini con i suoi Fasci manca clamorosamente l’ elezione a deputato), fu presto evidente a tutti che il nuovo clima politico e sociale del dopoguerra non si sarebbe più potuto fronteggiare con il “radicalismo politico” ante-guerra, né con le armi dialettiche della Voce, ma con tecniche da guerriglia. Tecniche in cui eccelsero gli Squadristi che decretarono (anche con la sorpresa di Mussolini) il successo dell’azione fascista e le basi della Dittatura, ma su presupposti completamente diversi da quelle previste sia nel 1919 sia nel 1917 ai tempi di Caporetto. Nell’impossibilità, quindi, di sovrapporre Fascismo-Movimento e Interventismo come fattori determinanti dell’ “ideologia fascista” (nonostante le teorie dello storico Emilio Gentile, amico del Ns.), la posizione prezzoliniana tesa a prefigurare un supposto “primato vociano” sul fascismo risulta molto debole: in particolare, il ruolo della Voce diviene sempre più pallido e diluito nella più vasta e complessa dialettica del Fascismo-Movimento che (dopo l’esperienza di S. Sepolcro e della Carta del Carnaro ai tempi dell’impresa fiumana) si espresse per lo più al massimo grado dopo la “Marcia su Roma” per le contraddizioni emergenti tra il “fascismo governativo” e il “fascismo della base” (si veda il “revisionismo” di Rocca-Bottai tra il 1923-24, l’estremismo “politico” di Farinacci, il “Pansindacalismo” di Rossoni, il “corporativismo” di Bottai e Spirito etc.). Segno che il ceto per lo più piccolo borghese e intellettuale che espresse il fascismo maturo ad un certo punto si rese autonomo e non poco dalle aspirazioni di Prezzolini e da La Voce. Se proprio ci teniamo a percorrere fino in fondo questo itinerario delle affinità Fascismo-Voce, quello che possiamo dire è che La Voce, aldilà del “mussolinismo”, espresse una posizione politicamente debole e recessiva rispetto al contesto politico, che la emarginò dalla vita politica dominata dalla logica degli opposti estremismi del “biennio rosso” (il punto è già stato trattato nella puntata precedente). Inoltre, è più che fondata l’impressione che la lezione vociana, a dispetto delle buone intenzioni unitarie e “ireniste” di Prezzolini, sia stata recepita più sul versante dell’azionismo antifascista che sul versante fascista: come dire che, avvicinandosi allo stile giornalistico e politico de La Voce, ci si avvicina più all’azionismo antifascista che ad una posizione “fascista” … illuminata! Questo assunto è molto meno paradossale di quanto si creda. Innanzitutto, ci sono affinità di “stile”: in primo luogo, la tecnica di condurre in nome della cultura e dell’Intellighenzia battaglia di “retroguardia” politica (così sarà della Rivoluzione Liberale e del Baretti di Gobetti e del Quarto Stato di Nenni-Rosselli), in secondo luogo la tecnica di guadagnare udienza presso il pubblico stabilendo intelligenze con settori di Sinistra, estranei alla base liberal-borghese di riferimento (come Salvemini prima e Mussolini poi, con ciò sbilanciando spesso il periodico su basi di aperta demagogia pararivoluzionaria come ai tempi della Settimana Rossa), ovvero la tecnica favorire, in nome di una “posizione radicale”, una posizione politica “negativa”, che facilmente si prestava alla propensione ad aggregazioni trasversali: così l’antigiolittismo fino al 1912, l’interventismo dal 1914-15 (e poi l’antifascismo per Gobetti e gli altri). Purtroppo, Prezzolini tace su questi, ma è significativo che, pur mostrando di non amare il fascismo, non sposerà mai l’antifascismo (che per altro nel dopoguerra parve un facile “cavallo di Troia” del comunismo per il suo democratismo astratto). Ma anche ignorando questi aspetti formali, c’è un aspetto più di fondo, solitamente trascurato nella pubblicistica, ma estremamente attuale per disegnare una classica tendenza della dialettica politica italiana contemporanea: la classica oscillazione tra quello che Benedetto Croce nella sua Storia d’Italia tra “l’ideale puro” della Nazione e “l’ideale accomodato”. Come noto, questa distinzione è utilizzata validamente dal Filosofo di Pescasseroli per la dialettica Destra/Sinistra ai tempi del “trasformismo”, dove la Destra tese ad accreditarsi come “aristocrazia” culturale e intellettuale, conducendo in minoranza una battaglia politica contro i compromessi trasformistici prima e giolittiani poi, in nome di una sua supposta “superiorità morale”. Ma questa distinzione ne richiama anche un’altra, parallela, ovvero la distinzione che nel suo Machiavelli (1927) Prezzolini farà tra lo “spirito del Machiavelli”, spregiudicato e coraggioso e lo “spirito del Guicciardini” accomodante, diplomatico ed opportunista. (si consideri, per altro, che il congedo di Prezzolini dalla politica attiva sia la biografia di Machiavelli del 1927 scritta a Parigi e che al Segretario fiorentino Prezzolini consegni la prefigurazione non tanto di sé stesso e della sua posizione verso il fascismo e l’Italia). Una dualità che, per altro, si rispecchia ancora nella contrapposizione fascismo-antifascismo degli anni ’20 e anche nel post-fascismo. Ora, è certo che La Voce, con il suo “moralismo”, anche con certe punte “radicali” e “integraliste” fosse più affine al “partito” dell’ “ideale puro” crociano. In effetti, è lo stesso Prezzolini a riconoscere questa costante del suo carattere nel Manifesto dei Conservatori, quando dichiara che in lui “il fattore morale prevale sempre in questi propositi, prevale sempre sul fattore politico (…)”. Un “moralismo” tipico dell’azionismo di Gobetti prima e poi di Giustizia e Libertà. Questa divaricazione tra “complesso della purezza” e “complesso della realtà” sarà alla base di continue “scosse telluriche” (in senso politico) e di singolare passaggi di personaggi liberali, noti come moderati, su posizioni intransigenti e talora radicali. Pensiamo ad esempio allo stesso Croce, intransigente conservatore, ad esempio non si adatterà al fascismo e, dopo una vita trascorsa a difendere la realpolitik trasformistica prima e giolittiana poi, si rifiuterà di assecondare la realpolitik mussoliniana e passerà all’intransigente opposizione nel 1925 con la firma del famoso Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, composto da intellettuali alcuni dei quali diverranno Comunisti (coerentemente, quindi, ne L’Intervista Prezzolini nota che se Croce fosse stato coerente ai suoi dettami di “filosofia politica realistica” avrebbe dovuto aderire senza esitazioni al fascismo …). Un po’ (mutatis mutandis) come Indro Montanelli nel 1993-94, opponendosi alla “discesa in campo” di Berlusconi e non condividendone l’azione (giudicata a torto o a ragione troppo machiavellica), passò al più radicale antiberlusconismo, segnando l’avanguardia a posizioni di antipolitica accesa ed estrema (oggi raccolte da Travaglio che di Indro si considera erede e discepolo e da Di Pietro etc.). Volendo poi allargare l’orizzonte ai giorni nostri, correndo il rischio di sfilacciarlo, una riconferma di questa tendenza nella politica italiana la si può anche ritrovare nella singolare posizione di Gianfranco Fini, leader di Futuro e Libertà, assimilatosi, dopo anni di fedeltà a Berlusconi e di orgogliosa appartenenza alla Destra, ad un “patriottismo costituzionale” che altro non è che la forma più deteriore e demagogica dell’antifascismo radicale. Evidentemente, c’è qualcosa che non va nella cultura politica liberale in Italia se, con tanta facilità, intellettuali e politici liberali possono passare a posizioni anche estreme e intransigenti. Ebbene, questi difetti risiedono nella tendenza di molta cultura liberale in Italia a guardare i fatti della politica in chiave “moralistica”, astratta, ovvero senza “sporcarsi le mani” e senza considerare la pratica della politica: forse per un deficit di etica della responsabilità politica. In questa chiave è quasi inevitabile finire nella Retorica Politica, quindi, nell’Intransigentismo e a talora anche nell’Estremismo. In fondo, la retorica, prefigurando “posizioni pure” (a parole) diventa un comodo alibi o per non decidere nelle questioni collettive o per scaricarne la responsabilità su altri: ne sappiamo qualcosa noi oggi in tempi di “antiberlusconismo” dominante dove “l’anomalia Berlusconiana” diventa l’alibi per un sistema che è interamente corrotto e incapaci di riformarsi (e che trova facile scaricare trovare un facile … capro espiatorio e creare, così, … il mostro!). Va ad onore di Prezzolini, aldilà del suo limite “moralistico”, aver ritrovato in questo “complesso di non sporcarsi le mani” la ragione più profonda dei guasti dell’Italia ai tempi del fascismo, ritrovando (specie ai tempi del Machiavelli del 1927) una conferma dell’eterno carattere degli Italiani. Nel Manifesto dei Conservatori potrà dire con orgoglio: “Sono stato uno dei primi a considerare il fascismo come un fenomeno naturale che ha avuto ragioni profonde e uno svolgimento che rientra nei limiti della storia di tutti i tempi. Non va giudicato da un punto di vista morale (…). In Italia ci fu un tentativo di rinnovare un Paese scosso dalla guerra e farlo più orgoglioso, più virile, più avventuriero, e introdurlo nel gioco delle Grandi Potenze”. In una parola, la dignità del fascismo non risiede nell’essere “di Destra” o “di Sinistra” (come è stato da taluni tentato, vedi Spirito, Zangrandi, a mò di giustificazione nel II dopoguerra), nè nell’essere conforme o meno allo “spirito interventista” (o vociano). Tutto questo è fuorviante nella comprensione del fascismo. La dignità del fascismo sta nell’aver tentato di consolidare in Italia uno Stato, una “nucleo duro” della classe dirigente, capace di porsi come “avanguardia politica” (nell’Industria, nell’Economia, nella Cultura etc.) per il progresso sociale ed economico della Nazione, inserendo quindi l’Italia in una cornice di storia europea. E’ una costante, infatti, della storia europea moderna riscontrare come allo sviluppo dello Stato come “avanguardia politica” corrisponda sempre e contemporaneamente lo sviluppo economico e sociale. Se si vuole ritrovare l’attualità del fascismo, se si vuole ritrovarne un “sentiero interrotto” di progresso etico-politico, ebbene qui si può e si deve trovare la lezione del fascismo anche ai giorni nostri. Certo, non sempre il fascismo usò mezzi ortodossi: ma anche la Democrazia per affermarsi ha usato mezzi “poco ortodossi” come la Rivoluzione francese, le guerre etc. Purtroppo, dietro a certo astrattismo retorico e intransigente sta una posizione politica debole che ha paura di fare i conti con la storia: con i sacrifici, le lotte, le responsabilità (anche lancinanti) cui la storia e la politica espongono gli uomini. Eppure questa è la direzione di sempre per chi intende ritrovare la via del Progresso Storico e Politico: non a torto, Mussolini allora diceva che la storia è in mano ai “popoli giovani” (e noi italiani certo questo non siamo …).

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