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Democrazia e comunità internazionale: la difficile ’sharada’ del Nord Africa

obamadi Giorgio Frabetti-  Siamo così sicuri che sia conveniente per gli interessi USA ed Europei ricorrere al solo soft power, alla promozione di regimi democratici per stabilizzare la Regione Nord-Africana (ponte strategico e geopolitico del Medio Oriente)? Abbiamo fondati motivi per dubitarne. Dal caos non nasce l’ordine; dal disordine e dai moti non sono mai usciti ordini democratici consolidati: come dal caos del 1848 non nacque un novus ordo democratico, ma trassero forza regimi autoritari come il bonapartismo in Francia e il regime Bismarkiano in Prussia, come dall’ “internazionalismo democratico” di Versailles si generò l’infezione del bolscevismo prima e del nazismo poi. In Europa ci vollero due guerre mondiali per stabilizzare gli Stati sulla rotta della Democrazia (e con risultati parziali: l’Europa dell’Est andò all’influenza comunista!). Così, allo stesso modo, senza scossoni traumatici ed eventi militari eccezionali, ben difficilmente nascerà un ordine democratico consolidato in Tunisia, Egitto, Libia, una volta cacciati i rispettivi despoti. Un’iniezione di prudenza e scetticismo in questo senso viene anche dalla lucida e pacata analisi di Fiamma Nirstein nell’intervista rilasciata all’Occidentale del 22 febbraio scorso: “Il problema c’è. Possiamo certamente elogiare la folla in marcia, i giovani, i blogger e come Google e Facebook abbiano aiutato le persone a comunicare. Tutto bene. Poi, quando l’ondata delle folle in marcia si placa, accade quello che è già accaduto in Egitto, ovvero il ritorno dello sceicco della Fratellanza Musulmana, Yusuf al Qaradawi. Da piazza Tahrir, ha arringato la folla al grido del ritorno ai valori dell’islam tradizionale nella società egiziana. E ancora: due navi iraniane passano dal canale di Suez, cosa che il dittatore Mubarak non avrebbe mai permesso. Queste genere di destabilizzazioni, figlie anche delle sommosse di questi giorni nei paesi arabi, dicono che non siamo dentro al quadro del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, dove il movimento delle masse è buono in sé e per sé. Non è vero. E’ un assunto che non vale sempre, tutt’altro”. Centrale nella critica della Nirstein la critica al Camelot Democratico della politica estera “Internazionalista” (della serie: “democratizziamo l’Africa, l’ordine viene da sé”), ritenuto “figlio di una cultura profondamente sbagliata che fa dire a un politico come Massimo D’Alema che la presenza di Hezbollah nel sistema dei partiti libanese è un positivo esperimento politico. Siamo veramente alla fette di prosciutto sugli occhi”. Non intendiamo certo prendercela con d’Alema e con il provincialismo geopolitico di molti politici italiani (per lo più intinti di ideologia e frasi fatte): al mondo non interessa che sia un d’Alema dica questo; al mondo preoccupa di più (secondo me) che un Obama assuma posizioni simili a quelle di D’Alema! Per la verità, non può né deve stupire che il Presidente USA si trovi allineato (almeno per il momento) a rigorose posizioni di “internazionalismo democratico” perché esso (nonostante la fama “isolazionista” degli USA) è sempre stato la linea di sviluppo più coerente al “destino manifesto” americano. Nata come Patria degli “uomini liberi” dai dispotismi europei, l’internazionalismo democratico fu sbocco del tutto naturale per gli USA. Davanti all’involuzione dello ius publicum europeum tardo ottocentesco ridotto, nell’epoca dei feroci imperialismi tardo-ottocenteschi a strumento per comprimere sotto l’usbergo della sovranità territoriale, ogni aspetto della vita civile ed economica al controllo dello Stato (imperialista, colonialista e con forti residui feudali), fu del tutto naturale per un Paese come gli USA, una volta terminata attorno al 1890 la stabilizzazione delle sue frontiere verso Ovest (la grande epopea del West), e in piena espansione industriale (anche grazie ai massicci flussi migratori dall’Europa), cercare le vie della massima penetrazione economica e politica in Europa. In questo, l’internazionalismo democratico parve presto agli USA l’alleato più importante. Di qui, la grande attenzione della Segreteria di Stato USA verso le Scuole internazionaliste (già affini ad Altusius e a Frobel), e il fortissimo investimento in fondazioni, centro studi; fino al gran debutto a Versailles dove questo filone geopolitico ha modo di esprimersi attraverso uno dei suoi più grandi rappresentanti e mente dell’intervento USA nella Grande Guerra, il Presidente Wilson. Come tutte le ideologie quella “internazionalista democratica” ha conosciuto sempre uno sviluppo con “due pesi e due misure”: uno sviluppo, per così dire “caldo”, quando tali idee hanno portato prima alla “crociata” interventista nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale, poi nella battaglia per la “nuova frontiera” ai tempi di Kennedy (inclusa la mobilitazione anticomunista per il Vietnam); uno sviluppo “freddo”, che ha visto gli USA promuovere la Democrazia in termini eminentemente formali, senza passione militante, come ad esempio nei rapporti con la Germania dopo la Grande Guerra, nonostante i gravi disordini a sfondo ideologico (es. il Comunismo di Weimar) che, in altri tempi, avrebbero reso gli USA molto più attenti. Perché questi due pesi e due misure? Anzitutto, non è un mistero per nessuno che agli USA non interessi investire in “classi dirigenti democratiche” (un po’ perché il ceto politico USA è storicamente carente!), ma addirittura nella sua visione liberista, gli USA sono portati a tollerare democrazie deboli, ove questa circostanza possa incentiva lo sviluppo della bilancia dei pagamenti USA: così fu per gli Stati Europei del II dopoguerra; così è stato (ma in chiave più apertamente neocoloniale) per Afghanistan, Iraq e molto probabilmente lo è ora per Libia, Tunisia, Egitto. Questa tattica è molto ben descritta da Carl Schmitt nel suo Nomos della terra (1950) quando per questi periodi “freddi” parla di “assenza politica” e “presenza economica” degli USA, ritenendolo un “classico” del loro modus agendi. Ciò comunque non significa che gli USA alternino in modo “schizofrenico” ora atteggiamenti oltranzisti ora atteggiamenti lassisti in nome della Democrazia. Semplicemente, vogliamo dire che gli USA alternano momenti di “interventismo aperto” (come nella Guerre Mondiali, come con Bush jr.) e momenti di “interventismo indiretto” (ciò dovrebbe far pensare chi oggi ritiene la conversione di Obama tout court al multiculturalismo, sottovalutando l’opportunismo americano: vedi quanto dice l’ex-Segretario di Stato di Clinton Albright!). Ad esempio, con le battaglie per i “diritti umani” in Iran, Libia etc. gli USA preferiscono agire con lo schermo dell’ONU e di altre ONG private (come fu, ad esempio, ai tempi del Protocollo di Ginevra del 1924, frutto di una petizione alla Società delle Nazioni di privati studiosi americani “cavallo di Troia” della Segreteria di Stato USA che non si sentiva di scoprirsi come ostile alla Germania dopo che ufficialmente si era con essa mostrata comprensiva). Senza pretendere di precostituire una previsione sul contegno USA davanti all’incendio del Nord Africa, non è improbabile ritenere che questa linea dell’ “assenza politica” e “presenza economica” sarà adottata dalla Presidenza Obama anche verso Libia, Tunisia ed Egitto, in quanto linea politica la più ovvia e più coerente possibile con l’ideologia geopolitica USA (prettamente “mercantile”), già descritta da Carl Schmitt. Senonchè oggi i costi di questa “linea morbida” degli USA davanti alla Libia e altri sarebbero tutti a carico dell’Italia (e marginalmente dell’Europa meridionale): non solo per la scontata ondata di immigrati, ma per l’evidente pericolo geopolitico di un rafforzamento dell’Islam nel Nord-Africa. Come lucidamente avverte Fiamma Nirstein sarebbe un grande rischio la nascita di un emirato in Libia o in parte di essa”, coglie la natura del problema: “Quello che l’Italia in Europa può fare- continua la Nirstein-, è attenersi ai valori. Stare su di essi e porci le domande giuste sulla nostra idea di libertà. E soprattutto mettere alla prova le nostre libertà. Prendiamo l’Egitto: se dopo il dittatore emerge un partito islamista come quello dei Fratelli Musulmani, gli egiziani dovrebbero chiedere loro, come ha proposto Tarek Heggy, la condivisione di alcuni principi: libertà religiosa, libertà delle donne, il rispetto della pace con Israele”. Non ci vuole molto a capire che i precedenti ci sono tutti (vedi Khomeini). Non vorremmo essere profeti di sventura, ma confidiamo nel pragmatismo americano e nella “sana ipocrisia” di chiudere un occhio davanti alla nascita di altre dittature in Libia etc., purchè non siano sanguinarie e purchè garantiscano la stabilità: e ciò nonostante i proclami democratici. Non ci resta che confidare nelle risorse della “dissimulazione” (in cui tanto eccelleva l’imperatore Tiberio) e della “ragion di Stato”; nessuno può negare che, a prendere sul serio la lezione della Democrazia, c’è da darsele “di santa ragione” e lo sbocco più scontato è una nuova deflagrazione mondiale Islam-Occidente. Perché è evidente che, lasciato a sé stesso e alla sua … “autodeterminazione democratica”, il Nord Africa non può che diventare un focolaio di terrorismo, attentati, destabilizzazione del tutto a vantaggio della Famiglia Islamica. Allora, sarebbe difficile per gli USA sottrarsi al dovere di intervenire anche a costo di una Guerra. “Se si volesse davvero la Giustizia … bisognerebbe esser pronti a fare la guerra in ogni momento; e se invece si vuole la pace, bisogna rinunciare al trionfo della Giustizia”. Questa frase di Giuseppe Prezzolini pronunciata nella “Giornata Quarta” de L’Intervista sulla Destra coglie in modo illuminante il dilemma in cui gli USA e Alleati si trovano oggi davanti ai fatti di Egitto, Libia, Tunisia, dopo aver sostenuto   una guerra in nome della … Democrazia (come ieri in Afghanistan e Iraq) e dei principi dell’internazionalismo democratico frobeliano.

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