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Intervista sulla Destra, quarta parte/Il “senso dello Stato” della borghesia porta l’Italia alla Guerra 15-18

premio _fasi_ benny(Redazione) Nella conferma che ai Ns. lettori, orami presi da un sabato di partite di calcio, non gliene freghi una “beatissima minchia” dei percorsi politico-culturali della Destra Italiana e di Prezzolini in particolari, proseguiamo ostinatamente e masochisticamente la Ns. esposizione, consapevoli che per gli italiani ragionare e fare cultura siano lussi da signorini inutili ed oziosi.-

di Giorgio Frabetti- Uno dei temi fondamentali deL’Intervista sulla Destra di Prezzolini-Quarantotto: l’avversione di Prezzolini contro il democratismo, il socialismo, il giolittismo (e i loro sotto-prodotti democratici: positivismo, marxismo, sociologismo etc.) che anima la presenza politico-culturale di Prezzolini non solo ne La Voce, ma anche nel Leonardo; inoltre, un certo clima di “relativizzazione” della Democrazia e una sopravvalutazione degli “uomini” e della loro personalità che sarà alla base della “creazione” del mito di Benito Mussolini (“l’uomo in mezzo a tante mezze figure” La Voce del 25 dicembre 1913) e che sarà alla base del prestigio di Mussolini e del fascismo poi presso le classi medie (come, per converso, della profonda avversione antifascista: come succede specularmente quando “si crea” un carisma). Nelle “radiose giornate di maggio”, in effetti, giocò il riflesso di una predisposizione essenzialmente borghese di questi giovani ad attaccarsi ad un’idea di Stato anche molto “sentita” in chiave etica, come proiezione delle proprie aspirazioni morali e sociali di lungo periodo, che facesse strame, in nome di un generico “senso dell’onore” di transazioni politico-parlamentari avvertite come avvilenti e frustranti e riscattasse la “vocazione dirigente” della borghesia media, già alla base del processo di unificazione (vedi Mangoni citata), cui La Voce cercherà di dare voce culturale e politica, in un ottica sprezzantemente antidemocratica, fortemente eliista. Antiparlamentarismo che comunque non può più di tanto stupire nella generazione dei Morasso, dei Corradini, dei Ferrero, dei Prezzolini e di tutta la “generazione del ‘70”, che esprimeva un disagio tutto borghese, una crisi di identità dei figli di coloro che avevano combattuto per l’indipendenza dell’Italia e che sentivano il proprio prestigio sociale diminuito da un lato dalle incipienti “moltitudini cattoliche e socialiste” rimaste estranee al processo di unificazione nazionale; dall’altro dal trasformismo che erodeva l’autonomia etico-politica della borghesia (specie in èra crispina), per lo più di estrazione burocratico-pubblica (Ferrero) e che diveniva tanto più penoso, quanto più aumentava nella media borghesia il senso della subalternità da una classe politica che, specie con Giolitti, stava allargando la base del consenso proprio a socialisti e cattolici, i “nemici di classe”. Queste coordinate politiche di fondo le ritroviamo perfettamente nella posizione assunta da Giuseppe Prezzolini, con la sua Voce (trasformatasi tra il 1913-15 in una rivista dell’ “idealismo militante”), in relazione all’eventualità dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Pur favorevole alla causa dell’intervento a fianco delle “potenze democratiche”, Prezzolini sposò sì la tesi dell’Intervento, ma senza accedere alle posizioni politiche democratico-radicali pro-Francia e pro-Inghilterra che allora avrebbero potuto apparire più naturali (i riflessi di questo scarso radicamento della Democrazia sarà alla base del suo “scacco” ai tempi del fascismo, ma sul punto torneremo). NelManifesto dei Conservatori. Quest’ultimo testo, in particolare, esprime un passaggio illuminante che aiuta a capire (almeno “in negativo”) come per Prezzolini, la questione dell’intervento non si potesse cogliere come “scelta di campo” tra il Partito della Monarchia (Triplice Alleanza) e Partito della Democrazia (Triplice Intesa): “La disputa fra i sostenitori del potere monarchico e i democratici non aveva più senso. Secondo i due studiosi realistici della Politica c’è sempre soltanto una classe che governa, non un monarca o un popolo”. Di qui, Prezzolini (secondo un filone già percorso fin dal Regno di Corradini) ritrova la via di un “pensiero tutto italiano di intendere la politica” (interessante, comunque, che anche Granata di FLI additi la “necessità” di una Destra “italiana” …) che solitamente si denomina come “elitismo” (Mosca e Pareto) e che ritrova, tra le mutevoli forme di Stato e di Governo, la costante comune di un “nucleo dirigente” che, pur nelle costituzioni cangianti, costituisce il “nucleo duro” della vita di un ordinamento politico e sul quale continuava ad agitarsi lo spettro del mito della Destra Storica. Il tema della centralità delle “classi dirigenti” è, quindi, posto da Prezzolini in modo radicale, sintonizzandosi naturalmente con quella parte di borghesia giovane che, aldilà delle astratte forme politiche (democrazia, liberalismo etc.) scalpitava e rivendicava per sé il diritto ad un “ruolo dirigente” nel sistema politico italiano (come vedremo la sua elaborazione politologica, molto scarsa, sarà alla base della scarsa fecondità pratica dell’opera vociana in ambito politico). Stiamo comunque attenti a non sottovalutare i momenti dottrinali e teorici di questa posizione originale (specie sulla Democrazia) della vigilia della Grande Guerra; effettivamente, questo pensiero, condiviso vuoi teoricamente, vuoi a livello di pratica politica, costituì la base di incontro tra una Destra e una Sinistra che alle origini erano del tutto divise in punto di intervento. In questo si potrà apprezzare e forse anche amplificare il rilevantissimo ruolo giocato in ambito politico (non solo letterario, quindi) da La Voce nelle “radiose giornate di maggio” e che alla fine definì la base di incontro e di compromesso tra una Destra, inizialmente filo-tedesca o neutralista ed una Sinistra che, aldilà dell’ “eccezione socialista”, era molto più spinta e determinata ad intervenire a favore della Francia (anche per la diffusione del mito pro-Francia nelle generazioni di Morasso etc.: vedi seconda puntata). Oggi non è un mistero per nessuno che all’inizio non solo Giolitti fosse neutralista, ma anche gli stessi Salandra (allora Presidente del Consiglio) e anche Sonnino (leader storico della Destra Storica e poi Ministro degli Esteri durante la Guerra 15-18); questi ultimi peraltro erano particolarmente restii all’intervento a favore delle “potenze democratiche” per la paura (poi risultata nel dopoguerra giustificata) che la vittoria dei principi democratici avrebbe creato per l’Italia i presupposti di un nuovo “1848”, agevolando i focolai della Rivoluzioni e rendendo oltremodo debole la base di legittimazione dello Stato italiano. Un rischio tenuto sempre presente, ma che ad un certo punto fu ritenuto (illusoriamente) superato quando, con il famoso “Patto di Londra” del 26 aprile 1915, l’Italia deliberò sì la “discesa in campo” a favore di Francia e Inghilterra, ma con la convinzione che, come ai tempi di Solferino, di Sadowa e di Sedan, la sua “buona stella” (Vittorio Emanuele II) stesse lavorando non solo a suo favore, ma anche a favore di una soluzione “conciliativa” (come negli anni 1860-70) tra Democrazia e Monarchie Tradizionali in nome di un “liberalismo risorgimentale” temperato sia dagli eccessi giacobini e socialisti (già rintuzzati nel 1848 e nel 1870 con la Comune di Parigi) sia dagli eccessi reazionari. Ma dalla Grande Guerra non solo non si consolidò la classe dirigente liberale e il “liberalismo temperato” di Cavour; ma si realizzò quella imprevista unione di fazioni interventisti che fu il fascismo, che in fondo cercherà anche esso una linea di compromesso tra Destra e Sinistra, ma rinnegando sia il “liberalismo moderato e temperato” alla Covour e alla Croce sia il principio Democratico, aprendo una direzione storica decisamente atipica rispetto al Risorgimento e agli stessi asupici sonniniani di revisione (pure invero autoritaria) delle Istituzioni in nome dello slogan Torniamo allo Statuto(anche se va detto che il fascismo conseguì la piena “nazionalizzazione” delle masse che lo Stato liberale non aveva saputo realizzare). In questo si ritrova la ragione dell’effettiva sconfitta della Voce e di Prezzolini in sede storica e politica; il quale Prezzolini, non a caso, dopo la Grande Guerra, si defilerà per sempre dalla politica attiva, rifugiandosi prima nel giornalismo, poi nell’attività culturale a Ginevra, poi nell’insegnamento. Ancora nell’Intervista, Prezzolini mostra qualche reticenza, nel “minimizzare” la ferita dell’Interventismo, grande occasione politica, purtroppo perduta. Perduta, perché al Ns. manco la consistenza di un conseguente pensatore politico, come si enuncia facilmente dalla Voce e della opere di Prezzolini stesso. Ad esempio, l’enunciazione dell’ “elitismo” di Pareto e Mosca vi rimase come enunciazione di principio, come criterio di ermeneutica storica (Oriani) o di interpretazione dell’agitazione politica (Sorel), rimanendovi estraneo il denso programma sonniniano del Torniamo allo Statuto di Sonnino. Il quale, pur declinando idee che oggi ci risuonano odiose come lo Stato Autoritario, poneva lucidamente il problema del governo di un’èlite ristretta, ma illuminata, capace di procedere con decisione non solo al rafforzamento militare dell’Italia, ma anche al rafforzamento dell’industria prevedendo per gli Operai un’avanzatissima legislazione di previdenza sociale e di tutela salariale. Queste idee davano respiro pratico, operativo e politico immediato all’ “elitismo” enunciato dalla Voce e non a caso conobbero ben altra fecondità storica e politica. In primo luogo, ebbero un grande risalto nel Regno di Corradini e nell’esperienza del Primo partito nazionalista; in secondo luogo, da questo crogiuolo si formeranno personalità come il grande giurista Alfredo Rocco, dal rilevantissimo ruolo nella costruzione dello Stato fascista nel 1925-28 e nell’edificazione di una classe dirigente nuova. E’ comunque un fatto che dalla Voce (a parte Mussolini) non nacquero statisti; dall’esperienza sonniniana e nazionalista sì. Dalla Voce e dai loro imitatori (l’Unità di Amendola e Salvemini; laRivoluzione Liberale di Gobetti) nascerà, specie nel Primo dopoguerra, uno stile politico aggressivo, di forte intonazione moralistica, ma che si farà sempre più radicale, ideologico e agitatorio; dall’esperienza nazionalista crebbe invece una pur minoritaria èlites operativa. Ma con ciò, si segnava anche la definitiva divisione della borghesia colta che giungerà a punte drammatiche e suicide con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la fine della prospettiva di “nazionalizzazione” dell’Italia.

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