3 feb, 2011
Giuseppe Prezzolini e il sogno di una Destra italiana normale
di Giorgio Frabetti- Nell’Intervista sulla Destra, che pubblicheremo a brani a partire da sabato 05 febbraio prossimo, ritroveremo la più piena e spassionata testimonianza culturale del grande Prezzolini, la cui autobiografia di uomo e scrittore si intreccia in modo singolarissimo con la politica e la cultura contemporanea. Prima di procedere nell’esposizione passo passo dell’Intervista, riteniamo opportuno e necessario tracciare un breve profilo biografico, politico e culturale di Giuseppe Prezzolini (1882-1982), uno dei più grandi maestri della cultura e del conservatorismo italiani. Innanzitutto, riteniamo impossibile illustrarne la avvincente e complessa personalità, ignorando il maggiore contributo autobiografico offerto dall’Autore su sé stesso, ovvero l’Italiano Inutile (1950), ovvero la più grande prova autenticamente letteraria di Prezzolini scrittore. Non tragga in inganno l’aggettivo ‘inutile’: solo all’orecchio del ‘non iniziato’ (alla letteratura) questo aggettivo può evocare un che di minimalista; solo ad un ‘non iniziato’, cioè, questo aggettivo potrà evocare l’idea di un libro di ricordi o testimonianze raccolte ‘alla buona’, in modo un pò improvvisato, un pò come oggi certi libri a buon mercato (vedi Lilli Gruber e simili). Certo, questa lettura è accreditata dallo stesso Prezzolini nella prefazione, quando dice: “l’editore mi ha chiesto qualcosa, io gli ho girato alcuni pezzi di ricordi già scritti”. Ma non dategli ascolto. Nell’aggettivo ‘inutile’ è la chiave dove è riposta l’Intelligenza letteraria dell’opera, l’Intelligenza profonda che veicola il tema più segreto e vero dell’opera: l’ ‘italiano’ di Prezzolini è ‘inutile’ come le memorie del Gozzi. Come Gozzi, Prezzolini è un letterato deluso dalle mode del tempo, è programmaticamente un Non Contemporaneo, un Antimoderno, un Inattuale; è soprattutto, un deluso dalla Cultura come Militanza. ‘Inutile’ diventa da un lato la chiave per una decifrazione ironica e distaccata di un mondo di Militanza Culturale da cui l’Autore prende consapevolmente le distanze. In questo senso, il libro narra il cammino di Prezzolini dalla prima infanzia alle illusioni di militanza della giovinezza fino allo scoppio della II Guerra Mondiale, vissuta come un trauma, ovvero come la consumazione finale delle delusione di una generazione (quella ‘vociana’) approdata alle velleità del fascismo ovvero ad un inconcludente, ma settario e rancoroso anti-fascismo. ‘Inutile’ come in Gozzi: alle falsità di un secolo che ha tradito le aspettative Prezzolini, infatti, contrappone un universo della Fantasia Letteraria a sfondo Autobiografico, attraverso cui, però, come Gozzi, il Nostro ritrova le sue radici profonde, ovvero il primato dell’Essere sul Divenire, ovvero la chiave per una sorta di Conversione Conservatrice. Dietro questa conversione al conservatorismo di Prezzolini, c’è tutta la consapevolezza degli errori insolubili di un liberalismo vissuto in gioventù nel segno del “radicalismo intransigente” (Croce), dietro ai sogni “eroici” del Risorgimento e al culto di un’èlites che, come la Destra Storica, sapesse farsi paladina della Civiltà e del Progresso Etico-Politico dell’Italia: dove Progresso significa una cosa sola, significa Stato Nazionale. Un vecchio vizio già della Destra Storica che Benedetto Croce nella sua Storia d’Italia del 1927 denuncerà come tabe “retorica” del liberalismo italiano e di cui il filosofo di Pescasseroli vedeva il principio prima nell’intransigenza dei superstiti della Destra Storica (come Sonnino e Franchetti), poi nell’interventismo fino al fascismo, visto come deragliamento “dannunziano” e “attivista” del liberalismo italiano (nelle cui risacche poi effettivamente il liberalismo classico post-risorgimentale in Italia naufragherà davvero). In effetti, deve dirsi che Prezzolini recepì non poco (e precocemente) questa lezione crociana della storia contemporanea. Lui, che aveva tanto calcato con la Voce i tasti del radicalismo interventista, ai tempi del fascismo vedeva nel movimento mussoliniano una diretta filiazione vociana (Mussolini era stato suo sostenitore ai tempi de La Voce), ma anche nell’antifascismo militante. Di qui, si deve la parte più controversa della sua vita, anche recentemente oggetto di reprimende severe (vedi ASOR ROSA, Il Silenzio degli Intellettuali, 2009). Molto criticato (e distorto) è stata l’interpretazione che gli storici e politici antifascisti hanno dato al celebre invito di Prezzolini agli intellettuali (in un articolo del 1922) a diventare, davanti al fascismo, ‘apoti’. Subito stigmatizzato da Piero Gobetti nel suo “Elogio della Ghigliottina”, nel tempo l’articolo ha fatto germogliare (specie nel cotè intellettuale comunista e azionista) un’interpretazione che ha cristallizzato in Prezzolini l’immagine dell’intellettuale machi avello e politicamente Agnostico, corruttore degli Intellettuali, portati così sulla “cattiva strada” di quel Rifiuto della Militanza, che avrebbe favorito il fascismo, favorendo così le note sciagure militari e sociali dell’Italia e impedendo l’evoluzione moderna e liberale dell’Italia. Un’interpretazione, per altro, ripresa e attualizzata da Eugenio Scalfari in un articolo di fondo pubblicato su Repubblica il 27/09/2009, a proposito del rapporto Berlusconi-Mondo della Cultura. Ora, una cosa deve essere assolutamente chiarita: con queste dichiarazioni, Prezzolini non intendeva fare pubblica apologia di fascismo: nessun dubbio, infatti, che Prezzolini ne presentisse chiaramente l’avventurismo (anche se di Mussolini restò buon amico, pur non approfittando di nulla). Prezzolini, però, si rendeva conto di avere avuto una parte di responsabilità non secondaria nel creare questo brodo di coltura del fascismo attraverso la ‘voce’; e onestamente e per senso di responsabilità verso la storia non intese disconoscere questo dato di fatto inoppugnabile: per questo, riteneva di non ‘poter bere’ alla fonte dell’antifascismo (a-potos, dal greco, colui che non beve). Più tardi, specificando questa sua posizione, e con molta lucidità, Prezzolini ebbe a far propria una frase di Curzio Malaparte, che disse della ‘voce’: ‘la voce ha creato il fascismo e l’antifascismo’. Prezzolini comunque si rirproponeva che la pregressa appartenenza “Vociana” e il richiamo ad essa anche da giovani militanti della cultura e della politica (come Gobetti) funzionasse come “fondo comune” di responsabilità e critica nazionale ed un freno contro la carica populista, demagogica e avventuriera che il fascismo stava conferendo alla vita politica italiana. Una posizione che oggi chiameremo “pre-revisionista”, per gli impressionanti punti di contatto che la visione prezzoliniana presentava con la visione politica di Rocca prima e poi di Bottai, espressa su Critica Fascista e poi da quest’ultimo proseguita sulla rivista Primato (ricordiamo che i compagni d’arme e di trincea di Bottai nella Grande Guerra ricordano che il Gerarca teneva nel suo zaino una pila di liberi di Papini, di Soffici, e di Prezzolini, a riprova del grande legame intellettuale tra questi personaggi). Dove, comunque, Prezzolini fu più lucido rispetto ai contemporanei, fu nel comprendere come la crisi dello Stato liberale non era solo una crisi sociale, ma anche una crisi di ricambio generazionale e che con la lotta fascismo/antifascismo si stava aprendo la lotta per la successione. Di qui, mentre tutti i commentatori (Croce, Gobetti) erano convinti che Mussolini sarebbe stato una semplice “parentesi autoritaria” alla Pelloux, ma destinata ad essere riassorbita dal gioco delle istituzioni liberali, Prezzolini comprese che il fascismo sarebbe durato vent’anni: il tempo di coprire una o due generazioni di classe dirigente. E non sbagliò previsione. E’ a questo punto che la testimonianza di Giuseppe Prezzolini si fa quanto mai attuale per noi, perché in fondo, il vuoto di classe dirigente che si è aperto in Italia nel primo dopoguerra, a causa di complesse vicende, non si è di fatto ancora colmato. Impressionante che questo problema fosse denunciato da Prezzolini nel 1922, come lo stesso problema fosse denunciato da Bottai prima durante il fascismo e poi nel post-fascismo nella rivista ABC. Una fragilità di classe dirigente, di cui la storia d’Italia ha espresso vari segni, specie nel II dopoguerra: dalla persistente prassi del “governo dei Direttori generali”, ovvero della prassi (di marca trasformistica e ministerialista) che vede le burocrazie ministeriali contare di più nel processo legislativo dello stesso parlamento (di qui, l’uso frequente del Decreto Legge o Delegato e la subalternità dei Parlamenti ai Governi, mai risolta dal fascismo ad oggi). L’altro segno è stato, nel secondo dopoguerra, il tentativo di supplire l’assenza di un ceto politico conservatore prima (tra il 1948 e il 1974), chiamando i cattolici anche nella loro espressione gerarchica a surrogare, in chiave di stabilizzazione contro l’estremismo politico, l’assenza di un ceto politico conservatore. Con una Chiesa che ancora oggi diventa in modo non sempre acconcio pietra di paragone della legittimità delle proposte conservatrici (una prassi come dichiara Massimo Introvigne, comunque, non estranea al fusionismo conservatore che ha espresso Reagan e Bush Jr.). In secondo luogo, l’assenza di una classe dirigente conservatrice è stata resa evidente dal tentativo di supplire a questa mancanza con la costruzione del “carisma” di Silvio Berlusconi che ha dominato l’Italia per un ventennio, ma senza favorire il consolidamento di una classe dirigente liberale e conservatrice. Una cosa deve essere chiarita: l’assenza di una classe dirigente conservatrice non significa solo mancanza di questo o quel partito politico, significa tout court assenza di una classe dirigente che, pur nella varietà dei partiti e degli schieramenti, sappia guidare il Paese entro una visione coerente con la propria storia e i propri talenti! Una fragilità di ceto politico conservatore che, per altro, non è che il riflesso del fallimento di quella che (come diceva Bottai) avrebbe potuto essere la funzione storica più ovvia e naturale del fascismo: compiere il processo di unificazione nazionale, conferendo all’Italia un “nucleo duro” di classe dirigente all’altezza dei nuovi compiti “nazionali” e che, perdurando e conservandosi nel tempo, sola avrebbe potuto equiparare l’esperienza statuale italiana a quella europea. Fallendo il fascismo e così tragicamente, non meraviglia che il cammino politico e statuale dell’Italia si sia incagliato in modo così pesante. A conclusione di questo breve excursus e rimandando i lettori alle puntate dell’Intervista sulla Destra che da questo sabato e per 12 sabati usciranno nel Ns. newsmagazine, crediamo sia giusto porsi un’essenziale domanda: Tipi come Giuseppe Prezzolini non rinasceranno più? I tipi come Prezzolini, ma anche come gli amici Papini, Soffici … sono nati in un mondo che coltivava la serietà dell’Impegno Intellettuale, ovvero della Riflessione impegnata. Ma questo esigeva capacità di ascolto, di lettura in profondità, spirito critico. Forse che le attuali istituzioni scolastiche educano a saper leggere, allo spirito critico? Ai tempi di Prezzolini, c’erano molti analfabeti, che, però, sapevano il loro limite e contribuivano a che nella Società gli intellettuali (i ‘letterati’) fossero ‘portati’ con rispetto. Oggi, c’è l’ ‘analfabetismo di ritorno’ di chi non sa effettivamente interpretare fatti ed avvenimenti, ma di chi magari è sempre stato promosso a scuola, e si crede di sapere. Forse la situazione attuale è paragonabile a quella dell’Atene classica, dominati dai Sofisti che commercializzavano le idee. Anche oggi (come in Atene), ci vorrebbe un Socrate che sa di non sapere e che ristabilisce le ragioni del ‘pensiero vero’ e della ‘onesta ricerca’ tra gli ignoranti e i finti sapienti. Come Prezzolini nei primi del secolo. Questo credo il contributo positivo che Prezzolini ha dato alla cultura italiana. Ha fatto onore a Prezzolini riconoscere gli errori di certo settarismo cui aveva dato luogo il movimento ‘vociano’ e di aver sempre tenuto fede ad un rigore di critica intellettuale, specie con sé stesso.
Questo sito è aperto al contributo di tutti, sia in termini di contenuti sia in termini di forma … se qualcuno sente di fare meglio di chi ha finora scritto, si faccia sotto. Non ci sono problemi sotto questo riguardo. Cordialità Frabetti
Per il contenuto nulla da eccepire ,ma per quanto riguarda la forma (come diceva Montanelli) dovrebbe essere comprensibile anche al “lattaio dell’Ohio”