1 feb, 2011
L’unica salvezza per Berlusconi è dare il via alla Rivoluzione liberale
di Redazione- Pubblichiamo un Editoriale di Giuliano Ferrara, apparso su “Il Foglio” il 31 Gennaio. Crediamo, che dopo aver dato ai nostri lettori di centrodestra che nutrono ancora speranze nel Pdl, massicce dosi di bastone, sia giunto il tempo della carota. Siamo comunque sempre scettici sulla situazione politica italiana. La proposta di Berlusconi alle opposizioni è lodevole, ma stride con l’attuale clima politico. E’ forse solo un modo per distogliere gli occhi e le orecchie degli italiani dalla vicenda Ruby oppure si tratta realmente di una proposta seria per liberalizzare l’Italia dagli innumerevoli lacci e lacciuoli burocratici (e costituzionali) che soffocano le risorse del Paese? Oppure è il segnale dell’approssimarsi delle elezioni? Comunque sia si fa fatica a capire Berlusconi. Con la maggioranza del 2008 avrebbe potuto fare tutto ciò che propone in questi giorni. Perchè attendere solo adesso che la maggioranza in Parlamento è risicata? Forse che Silvio sia capce a far grandi cose solo in tempo di “guerra”, di grande difficoltà, mentre in tempo di “pace” sia troppo distratto dalle cene di Arcore e dalla Ruby di turno?- Gli sciocchi che indicano il dito, invece della luna indicata dal dito, sono pronti e vigili come sempre nel palazzo italiano. Berlusconi vuole governare il Paese, guarda un pò, e realizzare il suo programma, la sua agenda liberale ostacolata e sabotata dai “poteri forti e neutri”, e invece dovrebbe rispondere delle cene a casa sua e impiccarsi alla paralisi istituzionale perseguita all’unisono dai magistrati d’assalto, dalle Vecchie stelle della Prima Repubblica impazienti di prelevare una bella quota di ricchezza dalle tasche dei ceti medi, e da quella parte della sinistra eterodiretta da ogni interesse lobbistico e da ogni venticello fazioso. Può essere che questa piattaforma avvilente alla fine prevalga, ma Berlusconi si è convinto, dopo un duro periodo in cui è stato costretto con modalità borboniche sulla difensiva, che la battaglia di cui è l’incarnazione politica si può dare, che alla rassegnazione si possono opporre intelligenza e volontà, e soprattutto un mandato politico ed elettorale che nelle trame e nei disegni della sinistra e dei gruppi di pressione che la orientano è il grande assente, il fantasma di una sovranità calpestabile. Il problema è quello di tenere fede in modo esemplare a questo rilancio politico, al di là del quale c’è solo una ambigua fine della legislatura e il ritorno alle urne in un clima di manipolazione e di scontro istituzionale devastante per la salute della Repubblica (la sintonia tra lo spirito della mossa di Berlusconi e le preoccupazioni di Napolitano è evidente). Il Premier ha rimesso sulla difensiva i suoi nemici, ha stanato il partito della patrimoniale, da sempre inviso alla grande maggioranza degli italiani, e ha costruito un argine politico contro l’ambizione di fare di lui un ferrovecchio, un leader mediterraneo periclitante alla Mubarak o alla Ben Ali. Al tempo stesso ha creato le condizioni per un serio raccordo per il blocco sociale di sostegno a un antico progetto riformatore e liberale per la crescita, dalle banche all’industria ai sindacati che hanno reso possibili gli accordi di Mirafiori e di Pomigliano. Ora è decisivo che l’esecutivo di Berlusconi, un governo con ministri autorevoli ma spesso paralizzati dall’orrore della campagna armata del gruppo Repubblica e di parte dell’opposizione, si muova con duttilità, senso della misura e anche con la necessaria determinazione. Lo staff del Presidente del Consiglio, lo studio dei suoi collaboratori e consiglieri in Parlamento e nel Palazzo, il partito da lui fondato, tutti sono chiamati ad uno sforzo straordinario di disciplina e di lungimiranza politica. Il messaggio al paese è inequivocabile: basta con le risse, la priorità è il governo dell’economia, la luce accecante della propaganda avversaria da una vivace e persuasiva iniziativa politica nelle istituzioni e nel territorio. La priorità è una sola, come aveva peraltro detto a chiare lettere Berlusconi nel discorso di investitura al Parlamento: far crescere l’economia italiana, curare così il debito pubblico, riscattare il mezzogiorno con una terapia in dosi massicce di libertà e di proposte orientate alla promozione della cultura e della prassi di mercato in favore delle imprese e del lavoro.