17 gen, 2011
La Famiglia al centro delle priorità politiche
(Redazione) Pubblichiamo un pregevole articolo scritto da Vincenzo Bassi per il sito de L’Unione Italiana Veritas. In replica all’articolo apparso su Il Riformista del 12 gennaio scorso di Benedetto Ippolito, l’Autore propone una Rivoluzione Copernicana delle politiche familiari che consideri l’unità familiare una risorsa. Non politiche “vittimistiche”, non politiche “ideologiche” o pretesto per un’altrimenti fragile “identità politica” (come succede sul fronte dei politici cattolici), ma politiche a tutto tondo per il rilancio della famiglia come cellula-base della comunità civile. Sull’esempio dei Paesi europei più avanzati, l’Autore invita ad andare oltre dall’attuale dibattito sul quoziente familiare e sulla fiscalità familiare, proponendo il lancio del microcredito familiare. Già base sostanziale di molto spirito bancario “popolare” degli anni passati, tale istituto, nell’acuta ottica dell’Autore, deve essere allargato, oltre ai classici investimenti immobiliari, anche negli investimenti correlati alla salute, istruzione etc. nell’ottica della filiazione intesa come “capitale umano” da incentivare, anche per le positive e prevedibili ricadute sul sistema economico. Se la politica vuole ritrovare dignità, dopo i deplorevoli casi di questi ultimi giorni, crediamo che qui sia fissata una frontiera di discussione politica di alto spessore.- Leggendo l’articolo di Benedetto Ippolito su Il Riformista di mercoledì 12 gennaio, si avverte il grido di dolore, misto a rabbia e stanchezza di chi non ha più la pazienza di assistere a un dibattito politico, sterile e inutile, in cui la famiglia emerge sempre come una realtà sociale perdente. Infatti, al di là della legittimità o meno di una proposta legislativa a contenuto fiscale (come il quoziente famigliare), ciò che Ippolito denuncia in maniera condivisibile è l’assoluta incapacità della politica di capire, di comprendere cosa sia la famiglia e cosa rappresenta la famiglia per la società non solo italiana. E questa assoluta inadeguatezza riduce il dibattito sulla famiglia all’interno di una polemica politica, facendo passare la famiglia come un malato terminale che sta cercando aiuto attraverso regalie costituite da agevolazioni fiscali. Per questo, come conseguenza di una simile linea politica, sarebbero necessari “cavalieri bianchi” che, in modo lobbistico, dovrebbero rappresentare gli ultimi baluardi di una realtà sociale “perdente”, portatrice di interessi contrapposti agli interessi, diversi, di altre categorie sociali. Così facendo, la tutela della famiglia non è intesa come tutela del bene comune, ma come tutela di una parte (quella cattolica) della società.
Tutto questo è assurdo! La famiglia non può dividere, ma deve unire!
E le obiezioni di Ippolito riguardano innanzitutto il metodo politico sin qui utilizzato. Le politiche famigliari non possono, infatti, esaurirsi nella “questione fiscale”. In altre parole, il quoziente famigliare, pur rappresentando un buon passo in avanti, costituisce non il fine ultimo delle politiche famigliari ma semplicemente uno strumento idoneo a rendere realizzabili il fine ultimo. Invero, il fine ultimo delle politiche famigliari è quello di permettere alle famiglie di realizzarsi, e in questo senso il fisco non deve costituire un ostacolo per la realizzazione delle famiglie, che devono essere assoggettate a un’imposizione equa. Un’imposizione equa – come più volte detto – non rappresenta un vantaggio per le famiglie ma costituisce un’opportunità per la finanza pubblica. E ciò in quanto, la famiglia, se non è ostacolata, è più libera di svolgere il suo ruolo sociale ed economico nella comunità, recando benefici anche al bilancio pubblico. La prova di quest’affermazione è data altresì dall’ultima proposta britannica. Nel Regno Unito, si è infatti pensato di introdurre una sorta di tributo per coprire i costi determinati dai divorzi e dalle separazioni. Evidentemente le famiglie, soprattutto se unite, sono una risorsa di cui ora anche un popolo “civile” come il Regno Unito ha compreso di non potersi privare, se non altro per ragioni economiche. Tuttavia, lo strumento “fiscale”, pur essendo importante, non è l’unico a disposizione della politica per attuare le giuste riforme per la famiglia. E allora, se il quoziente famigliare è troppo costoso per la finanza pubblica, è il momento di non fermarsi al fisco, ma di andare oltre, proponendo una vera rivoluzione culturale che guardi alla società ponendo al centro la famiglia, come soggetto economico, oltre che sociale, da cui ripartire per dare un futuro alla nostra società. E qui sta l’obiezione questa volta sul merito. Prendendo infatti atto che le finanze pubbliche non possono, nell’immediato, eliminare gli ostacoli posti dal fisco sulla strada delle famiglie, occorre intraprendere altri percorsi in cui la politica, a costo zero, può e deve giocare un ruolo centrale. In particolare, se è vero che le famiglie soffrono dal punto di vista finanziario, è altrettanto vero che questa sofferenza dipende non solo da una fiscalità iniqua, ma anche da un sistema economico che non dà fiducia alle famiglie, e non riconosce il loro ruolo economico e produttivo, alla stessa stregua delle altre imprese sociali. E quindi la politica – a tutti i livelli, nazionale, regionale e locale – dovrà svolgere una funzione di sensibilizzazione e di garanzia a vantaggio delle famiglie, nei confronti di tutti gli operatori economici (banche, imprese industriali, commerciali e sociali) che offrono le loro prestazioni a favore delle famiglie. Sicuramente, non sono immaginabili interventi politici che, facendo violenza sulle scelte di ciascun individuo, impongano la famiglia come unica forma di aggregazione sociale. Tuttavia sono auspicabili iniziative che mettano in risalto, senza confusioni, l’unicità della famiglia (secondo la definizione costituzionale), e la sua idoneità a creare sviluppo anche economico, e ciò perché le famiglie sono soggetti che non solo consumano ma anche investono creando valore. Coerente con questo modo di vedere la famiglia non si può non essere d’accordo con Ippolito quando propone iniziative di (micro)credito per specifici investimenti familiari (istruzione, salute, assistenza etc.). Una più efficiente gestione finanziaria delle famiglie (possibile soprattutto con l’aiuto delle banche) aiuta infatti una più efficiente gestione delle risorse economiche e dei servizi che, allo stesso modo di una qualsiasi impresa sociale, le famiglie forniscono a favore dei propri componenti. La migliore capacità di spesa dovrebbe infine stimolare il sistema economico a fornire alle famiglie, servizi sempre più efficienti e convenienti. In conclusione, pur non trascurando l’importanza di un fisco equo a favore delle famiglie, è possibile attuare iniziative politiche senza pregiudicare l’equilibrio della finanza pubblica. Basta impegnarsi, con senso di responsabilità, evitando inutile propaganda e l’ipocrisia di chi, senza convinzione, fa proposte difficili da attuare, al solo scopo di poter dire: “Io ci ho provato”. Per realizzare tutto questo è giusto che Unione Italiana sappia sin d’ora proporsi con iniziative concrete, idonee a dimostrare che il tempo delle chiacchiere è finito, e che “nonostante Tremonti” la famiglia deve essere riportata al centro dell’agenda politica per aggregare e non dividere, per aiutare la crescita della società e non rallentarne il declino, per dare una speranza a tutti e non per cercare aiuto
Vai al link: http://www.unioneitaliana.org/lopinione-di-oggi/1147/