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La nascita dello Stato sociale ad opera del fascismo

  fascismo di Redazione- Ci pare doveroso pubblicare su questo newsmegazine un articolo tratto da “Il Giornale” del 01 Gennaio, che evidenzia bene i meriti che ebbe il regime fascista nel promuovore una serie di servizi sociali, indispensabili per la popolazione e per quell’epoca innovativi. Servizi sociali di cui oggi usufruiamo, ma di cui spesso dimentichiamo le origini. Crediamo però, per spirito critico e per ripensare la nostra storia in maniera costruttiva di dover fare un appunto all’articolo che proponiamo. Non condividiamo infatti il tono quasi “nostalgico”  dell’articolo. E’ quindi doveroso, per evitare che l’articolo sia recepito in chiave “qualunquistica” (della serie: si stava meglio quando si stava peggio) , richiamare i precedenti di Bismark e della rancia di Clemanceau, sottolineando come sia normale che lo sviluppo del Welfare si accompagni alla formazione di uno Stato Nazionale con “proiezione” esterna: se lo Stato chiede molto in termini di mobilitazione militare e politica delle masse, questi deve poter dare una contropartita in termini di tutela; e questo è avvenuto in Francia, in Germania e nell’Italia fascista. Se in Italia ciò è avvenuto in modo più contraddittorio è stato innanzitutto per il fallimento del fascismo come esperienza nazionale e in secondo luogo (e nel  più lungo periodo) considerando  la storia del movimento operaio e cooperativistico (socialista e cattolico) che si è sviluppato in un ambito pre-statale, in una linea di “comunitarismo internazionalista” di sapore vagamente “giobertiano.

 Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata. Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista. Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa. Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico. Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy. E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione. Il welfare del Ventennio Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, questa sociale, economica ed industrial, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”. Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca. Da Lo Stato sociale nel Ventennio emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro. Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci. Un Ventennio di cambiamenti. Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico. Si inizia con un rapido esame della società e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”. Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana dando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta. Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti. Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini. Non solo. Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche. Lo Stato sociale nel Ventennio riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola. E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità, vecchiaia e disoccupazione. Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”. Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare i lavoratori. Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale

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  1. Frabetti scrive:

    Caro Amilcare, dici molte cose giuste che mi consentono di riepilogare alcune linee già sviluppate nei miei post a puntate di storia del fascismo e in altri interventi rispetto a questi post.
    Che il fascismo faccia parte del Ns. “album di famiglia” ossia sia parte integrante del processo di unificazione e nazionalizzazione è circostanza che non può essere messa in dubbio, anche se qualche comunista, in nome della teoria gramsciana della “falsa coscienza”, tende a far apparire matto o plagiato chi sostiene simili tesi. Senza una profonda e diffusa domanda di “progresso nazionale”, senza presupporre la speranza della borghesia che dopo Caporetto potesse aprirsi una “nuova fase” per la vita nazionale, meno piccina e provinciale delle precedente vita politica, il fascismo non avrebbe avuto la forza che ha avuto:questo assunto ormai non può essere utilmente messo in dubbio da nessuno. Ad esempio, senza questo anelito di vera FEDE non si può giustificare la permanenza di fiducia in Mussolini della borghesia, che non venne meno nè nella fase oscura del delitto Matteotti, nè nelle prime fasi della II Guerra mondiale, nè addirittura dopo l’08 settembre (vedi RSI). Il fatto è che addirittura, come attestano De Caprariis e De Felice, nel ventennio si allargò la legittimazione dello Stato Nazionale a ceti fino allora ai margini dell’avventura risorgimentale, come alcuni ceti popolari e operai e financo i cattolici.
    Viceversa, mi sembra di cogliere nel tuo messaggio il classico argomento “si stava meglio quando si stava peggio”, con toni nettamente nostalgici per quella fase, come se alla fine la “soluzione autoritaria” fosse la soluzione ottimale per l’arretratezza etico-politica dell’Italia. Scusa, ma fatico a leggere diversamente il passo dove dici: “Per gli Italiani che sanno ancora ragionare e meditare (e sono tanti …), il pensiero non può non andare a quel grande Capo di Governo italiano che non solo volle ardentemente quell’unità nazionale, ma che con grande coraggio la seppe anche saggiamente realizzare!”. Il mito dell’ “uomo forte” come soluzione al “deficit nazionale” dell’Italia è un mito che percorre Fogazzaro, Puccini, molte intelligenze borghesi deluse e frustrare dalla mediocrità del processo politico post-risorgimentale; ed è comprensibile come reazione abbastanza disperata del cittadino che oggi vede il senso nazionale dilaniato e fatto a pezzi.
    Il punto, però, è che la dittatura personale non può essere soluzione fisiologica.
    Ti faccio presente che lo stesso Mussolini ESITO’ e non poco davanti a questo esito: se hai letto la storia del Duce saprai che egli non accondiscese alla “linea dura” farinacciana tesa a mettere fuori legge gli avversari politici all’indomani del 03 gennaio 1925, preferendo in primo tempo una “via legalitaria” alla repressione (con interventi sulla stampa, meno contro le persone) alla “Crispi”, ma senza arrivare a mettere fuori legge i partiti (se si fa eccezione per la Massoneria e il PSU, messi fuori legge, ma in modo ancora “blando” nel novembre 1925). Solo con le leggi dell’08 novembre 1926 e del 25 novembre dello stesso anno si compie il “diciotto brumaio” di Mussolini con la decadenza dei deputati aventiniani e lo scioglimento forzoso dei partiti politici. Morale della favola? Finchè Mussolini potè evitò la dittatura, perchè sapeva che con la dittatura avrebbe dovuto assumersi responsabilità politiche onerosissime, che fin lì aveva evitato (ad esempio “delegando” il “lavoro sporco” prima a Farinacci e poi al “legalitario” Federzoni). Sapeva Mussolini che la dittatura era una soluzione pericolosa, sapeva, cioè, dei rischi che avrebbe corso come Primo de Rivera, prima esaltato dalla borghesia spagnola e poi tradito.
    Non ci vuole molto per capire che nemmeno oggi la dittatura può essere una soluzione.
    Se negli anni 1926-27 la dittatura ebbe successo e si consolidò fu essenzialmente per la fase eccezionale che l’Italia viveva (non ripetibile oggi): l’esposizione alle continue reazioni estremiste e comuniste e il “vuoto di potere” della classe dirigente tradizionale (Giolitti, Salandra), troppo debole elettoralmente e in crisi per l’affermazione dei partiti di massa socialisti e popolari. Nel “vuoto di potere” e nella fortissima e diffusa speranza della borghesia a che non fossero traditi i “voti di Vittorio Veneto”, Mussolini seppe districarsi cone movimenti e accorgimenti complessi per i quali ti rinvio alle Ns. puntate di storia del fascismo.
    Cordialità
    Frabetti

  2. Amilcare - firenze scrive:

    tratto dal sito: http://www.bontempomichelegiovanni.it

    1861/2011: 150 anni dall’Unità d’Italia !

    Il 7 gennaio 2011, si è aperto il calendario delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, celebrazioni alle quali tutti i veri Italiani sentono il dovere morale di partecipare.

    Il 1861 è una data storica e memorabile per tutti noi, perché da tale anno l’Italia è stata geograficamente unita; per poter, invece, parlare di sostanziale “Unità d’Italia” e di “Popolo italiano” occorrerà attendere il “Ventennio”, quando nel 1923 il ‘Governo Mussolini’ – formato su incarico del Re, per ampia fiducia delle due Camere ed in ossequio al plebiscitario volere del Corpo elettorale – inizia quella monumentale costruzione della stessa struttura dello ‘Stato unitario’, quei faraonici interventi nel campo infrastrutturale, nonché quella sottile e saggia codificazione nel settore sociale e lavorativo, che porterà a far sì che dell’Italia tutto il mondo possa iniziare a parlare in termini di ‘Stato-Nazione’, di ‘coscienza popolare’, di ‘unità tra Nord e Mezzogiorno’, in breve di “Popolo d’Italia” !

    E’ la stessa Comunità italiana a capire di poter essere finalmente un ‘unico Popolo’ !

    Già, perché dal 1861 e fino all’Italia del Giolitti e del Facta, la nostra Italia di ‘unitario’ non aveva proprio nulla, se non due elementi: i confini geografici e la schiavitù sul lavoro.

    Se il Nord era una valida ma comunque timida realtà economico-finanziaria, il Centro e soprattutto il Sud erano dominati dal fenomeno del latifondo e del brigantaggio; l’istruzione scolastica era un sogno realizzabile solo per gli ‘eletti’, poco diffusa al Centro-Nord, praticamente inesistente al Sud, con la grave conseguenza che gli idiomi, molteplici e, ovviamente, tra loro molto diversi, erano rimasti radicati nei territori locali, tanto da poter serenamente ammettere che la ‘lingua italiana’ era sconosciuta ai più (è noto a tutti come lo stesso Cavour parlasse a stento l’italiano, non certo per ignoranza, bensì per cultura e per un vissuto d’Oltralpe…); le varie leggi unitarie emanate dopo il 1861 erano applicate a macchia di leopardo in quanto ancora assente quell’Auctoritas, tipica della piena sovranità sull’intero territorio dello Stato; lo stesso innovativo e moderno Codice penale Zanardelli, in vigore dal 1890, faceva non poca fatica ad essere uniformemente rispettato a causa della permanenza di opposte ataviche ideologie filosofico-politiche, portatrici di ben precisi interessi economici, espressioni dell’ex Regno sabaudo, dell’ex Regno di Toscana e dell’ex ‘Regno delle due Sicilie’; il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia avevano continuato ad emettere banconote, anche dopo il 1893; i rapporti di lavoro variavano, inoltre, da zona a zona…

    Come si può notare, una situazione a dir poco paradossale…

    In tale contesto storico, il ‘Governo Mussolini’ ha il grande pregio da un lato di voler subito intraprendere, con ottimismo ma concretezza, quel rivoluzionario “percorso culturale” che, per la prima volta, vede finalmente oggetto di profondo interesse il Mezzogiorno d’Italia, dall’altro intuisce che lo sviluppo del Nord e dell’Italia tutta non può in nessun modo prescindere da quello del Sud d’Italia.

    Si assiste, di conseguenza, nel volgere di soli quindici anni a quella radicale trasformazione del territorio (bonifiche integrali, dighe, bacini, acquedotti, strade, ferrovie), a quella saggia redistribuzione della terra (lotta al latifondo), a quel saper far capire ma anche, all’occorrenza, a saper imporre a colossi bancari (v. Banco di Napoli) la necessità del micro-credito, soprattutto a favore delle classi agricole) e, non ultimo, alle due grandi riforme della scuola (obbligo e gratuità) avendo, infatti, il Mussolini, ben compreso che senza cultura e conoscenza non vi sarebbe stato vero sviluppo.

    Dal suo canto, la meravigliosa gente del nostro Mezzogiorno inizia finalmente a capire di non poter essere mera spettatrice di tali sostanziali cambiamenti, ma di dover necessariamente essere autentica protagonista della propria trasformazione: una nuova visione del lavoro, la nascita di una miriade di micro-aziende familiari, i primi investimenti nell’acquisto di macchinari ed attrezzi grazie, appunto, al credito agevolato, il boom nell’istruzione scolastica, fanno sì che quel secolare divario tra Nord e Sud diminuisca sensibilmente.

    Se, inoltre, si tiene presente che anche il Nord assiste ad un sviluppo economico e commerciale senza precedenti, si può ancor più intuire il trend positivo che, dal 1923, ha investito il nostro Mezzogiorno; un altro tassello era stato aggiunto allo scopo di concretezza all’Unità d’Italia !

    Intanto, anche il sistema bancario vedeva, nel 1926, la sua unificazione: la Banca d’Italia, infatti, non solo diventa l’unico Istituto autorizzato all’emissione di moneta, ma il Mussolini – anticipando tutti gli altri Stati europei ad economia avanzata – dispone che l’Istituto Centrale abbia precisi poteri di vigilanza sulle varie banche !

    Un ulteriore significativo passo verso quell’Unità d’Italia solo formalmente creata nel lontano 1861…

    E che dire del riconoscimento giuridico (Legge n° 563/26) dei “Contratti collettivi nazionali di lavoro” (CCNL: obbligo giuridico di deposito presso le Prefetture ed obbligo della loro ‘pubblicità’ !), grazie ai quali la nostra Italia viene finalmente ad avere non più una miriade di singoli ‘contratti individuali’ (con evidente grave pregiudizio dei lavoratori), ma contratti a valenza nazionale !

    Anche questa è: “Unità d’italia” !

    Gli esempi potrebbero di certo continuare, ma è sufficiente ciò per poter capire serenamente e senza nessuna dietrologia che tutti noi stiamo giustamente e felicemente festeggiando il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma, per gli Italiani che sanno ancora ragionare e meditare (e sono tanti …), il pensiero non può non andare a quel grande Capo di Governo italiano che non solo volle ardentemente quell’unità nazionale, ma che con grande coraggio la seppe anche saggiamente realizzare !

    W l’Italia !

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