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Senza futuro per i giovani, la Democrazia non risorgerà!

napolitano_34583di Giorgio Frabetti- Non un discorso politique politicienne, come troppa se ne sente nei discorsi e nei talk-show politici televisivi; ma un pensiero accorato alle giovani generazioni, affinchè sappiano trovare un futuro, affinchè sappiano “compiere ogni sforzo per massimizzare il valore della propria esperienza di studio, e [...] a rendersi protagonisti, con spirito critico e seria capacità propositiva, dell’indispensabile rinnovamento dell’istituzione Università e del suo concreto modo di funzionare”. Ma non è il solito “fervorino giovanilista”; non è il discorso “delirante” (Ferrara) di tipi come Barbara Spinelli. Il Giorgio Nazionale, infatti, compie una riflessione di alto spessore e valore politico-culturale, come poche ormai se ne sentivano nel panorama della politica italiana. La condizione giovanile, frustrata e praticamente senza speranza di futuro dignitoso, diventa per il Presidente Napolitano la cartina di tornasole di una politica che ha perso fiducia nella propria intima vocazione, che è quella di additare una prospettiva di vita futura per i propri cittadini. Se la politica ha fallito questa dimensione (e aggiungiamo noi perchè troppo ha confidato nella “mano invisibile” del mercato, trascurando l’handicapp reale di un ceto politico scadente), evidentemente i primi a farne le spese sono i giovani. Nelle parole di Napolitano rieccheggiano le parole illuminanti e mai sufficientemente lodate già citate in questo newsmagazine di Carlo Galli: :“lo Stato è un bene strategico, serve a svolgere attività indispensabili anche nell’età globale. (…). Il politico deve essere in grado di prospettare a ciascuno un’ipotesi di ‘fioritura’, facendosi carico di garantire a tutti le condizioni primarie perché ciascuno possa, appunto, fiorire. Queste sono le ambizioni che dovrebbero muovere l’uomo politico”.  Non potrebbe essere più azzeccata e profonda l’associazione biunivoca istituita da Napolitano tra “futuro dei giovani” e futuro della politica”. Ora, questo discorso potrebbe sembrare teoria e in effetti qualcuno potrebbe dire che, sei i politici hanno davvero a cuore i giovani, dovrebbero tutelarli nell’acquisto della prima casa, sostienere con aiuti i giovani che intendono “mettere su famiglia” … Aldilà di fumosi discorsi teorici, (qualcuno potrebbe dire) è qui che la Politica deve intervenire se intende “fare qualcosa” per i giovani. Tutto questo è certamente vero e se si leggono alcuni passaggi del discorso, Napolitano insiste chiaramente anche su questi punti. Nel contempo, però, Napolitano non lascia scampo alle speculazioni politiche dei vari Vendola e degli altri apprendisti stregoni del PD che additano nel “posto fisso pubblico” e nel solo Assistenzialismo Pubblico il “toccasana” per risolvere i problemi giovanili: “Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale”. Un discorso chiaro. Napolitano, comunque, ci invita a guardare la questione giovanile, andando oltre la dimensione prettamente sociale, per giungere alle vere sorgenti delle attuali iniquità e sperequazioni ai danni dei giovani, invitandoci a intervenire non solo sui sintomi, ma anche sulle cause dei problemi. Sorgenti che si colgono solo tenendo presente la relazione biunivoca Giovani-Politica. Un esempio basterà a farci comprendere agevolmente: quando è stata fatta la riforma delle pensioni, si è deciso un drastico razionamento della previdenza sulla pelle di chi oggi ha 30-35 anni senza che questi potessero interloquire: in effetti, chi oggi ha 30-35 anni ai tempi della riforma Dini aveva 18 anni o anche meno! Ecco, allora, che Napolitano ci invita a comprendere come dietro le dinamiche di questo Welfare che “non risponde ai giovani” c’è una grave stortura nei meccanismi di rappresentanza politica e sociale. Come è capitato questo? Crediamo che il discorso di Napolitano abbondi di tracce di riflessione, che, pure solo abbozzate, comunque ci aprono a valutazioni ed ad analisi molto stimolanti, almeno relativamente all’individuazione delle cause prossime e delle cause remote (anche se, per dire il vero, Napolitano, sulle cause remote, si sofferma con molta abbondanza facendone la parte essenziale del suo discorso). Quanto a causa prossima, varrà citare un Autore (che pure personalmente in genere non mi esalta) come Tito Boeri, il quale, in un recente pamphlet sui giovani scritto per Chiare Lettere, ha sottolineato, nel nuovo clima politico segnato dalla “sovrapposizione delle generazioni”, l’importanza delle cd “generazioni di mezzo”, ovvero dei politici (ma anche degli elettori) quarantenni. Sono queste generazioni, che possono più facilmente “creare attrito” con gli interessi di chi è più giovane, potendo risolversi in una pericolosa intercapedine tra la politica e i giovani. Questa prospettiva mi pare aiuti ad inquadrare il problema giovanile con maggiore realismo, senza scadere nei beceri “complottismi repressivi” alla Faucoult, recentemente riscoperti da Barbara Spinelli & co in occasione delle manifestazioni a Piazza del Popolo il 14 dicembre, come se il disagio giovanile fosse una “prova generale” per una riscossa autoritaria, come propalato nei rosari dei poveri Aldrovandi e soci, vittime forse casuali della polizia, divenuti entro questa narrativa “martiri”   di un non altrimenti precisato ”nuovo disegno repressivo”. Sul punto, non si potrà mai non citare abbastanza la chiarezza di Napolitano nel condannare la violenza come “fuorviante” e implicitamente i “cattivi maestri” che la … “comprendono”! Che questa “generazione di mezzo” ai tempi della “riforma Dini” abbia svolto un ruolo deleterio, nessuno ormai può metterlo in dubbio. Ai tempi della riforma Dini, infatti, c’erano dei 40enni come D’Alema, Buttiglione, Veltroni, molti dirigenti leghisti etc. che, davanti ad un ceto politico di “anziani” decapitato e delegittimato da Tangentopoli, invece di “fare politica” sul serio e pensare al futuro, ha preferito coltivare il proprio “orticello elettorale”, pensando alle rendite elettorali che avrebbero conseguito tutelando i “diritti acquisiti” di chi era “arrivato prima” (e allora votava), senza pensare a chi “sarebbe venuto dopo”. Ecco, che questa “miopia” , indotta dal complesso di inferiorità di un ceto politico trovatosi alla ribalta in un periodo burrascoso di delegittimazione della politica (e forse anche dalla paura di essere scalzata da più giovani in un turn over tra politici reso più imprevedibile da Tangentopoli), ha creato l’attuale situazione di spaventosa ghettizzazione in termini di “diritti” tra insider (adulti) e outsider (giovani). Certo, ieri c’era un’economia del Made in Italy tale per cui l’Italia era una sorta di “Cina dell’Europa” e questo avrebbe potuto ammortizzare molti problemi: oggi, non è più così e l’assunzione di responsabilità collettiva è divenuta indifferibile. Di qui, l’auspicio di Tito Boeri (da noi condiviso) che le attuali generazioni di quarantenni (politici ed elettori) siano meno miopi di chi li ha preceduti e lavorino per riparare al danno creato alle giovani generazioni (io credo senza intenzioni luciferine, ma comunque con colpa grave). Se quanto detto aiuta ad inquadrare le cause prossime del problema e a mettere in chiaro le “responsabilità morali” dei politici, non si può trascurare che le cause remote delle difficoltà di rappresentanza politico-sociale dei giovani sono molto più vaste ed attengono alla struttura tipicamente “consensualistica” e “contrattuale” che il Ns. Welfare ha assunto sostanzialmente a partire dagli anni ‘70 in avanti con la crescita a dismisura del debito pubblico, quando cioè i ceti che più avrebbero potuto essere penalizzati dall’emergere di un forte movimento operaio di Sinistra hanno chiesto (e la politica malauguratamente concesso) di partecipare alla torta del Welfare con sconcertanti effetti moltiplicatori del debito pubblico e di privilegi economici e sociali (vedi lo scandalo delle pensioni dei cd “superburocrati” ai tempi del Governo Andreotti-Malagodi del 1927-73). Alla fine, polverizzatasi la rappresentanza operaia e divenuta questa politicamente quasi invisibile, è cresciuto sul Welfare il potere contrattuale delle lobbys, favorito (nella latitanza di partiti e sindacati forti) da un ceto politico sempre più aduso a pratiche clientelari, per non dire peggio. Di qui, non può meravigliare più di tanto se i giovani siano così sotto-rappresentati e sotto-tutelati, alla pari di chiunque (immigrati ad es.) non possieda “santi” nel Paradiso della Politica. Per questi motivi, Napolitano invoca “l’esigenza di uno spirito di condivisione, da parte delle forze politiche e sociali”. “Spirito di condivisione” che significa recuperare alla politica quella giusta dose di rappresentanza, contro la politica di esclusivo favore per i “privilegiati”. E impostare finalmente corrette politiche di Welfare! In questo senso, quindi, si possono comprendere quei passaggi del discorso di Napolitano quando richiama i cittadini alla massima lealtà fiscale, premessa di una più equa ripartizione delle risorse tra chi ne ha troppe e chi non ne ha o comunque non ne ha a sufficienza per impostare un futuro sereno, come i giovani: “Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni – prosegue il Capo dello Stato – e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l’oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico”. In assoluta consonanza con le parole di Carlo Galli, da noi citate nel Ns. newsmagazine, Napolitano ci invita a ritrovare fiducia nella Politica e nello Stato: “Lo Stato nel suo nucleo originario è questo, il posporre l’utilità immediata del soggetto particolare all’utilità di lungo periodo, mediata attraverso le istituzioni razionali ed universali”. Ci auguriamo che in questo 2011, che segnerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, possa finalmente avviarsi, auspice Napolitano, una più matura riflessione nella politica nazionale.

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