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Sacconi, la disoccupazione giovanile e i “cattivi maestri”

Maurizio-Sacconidi Federico Mugnai e Giorgio Frabetti- Parlando su radio Rai 1 Sacconi ha detto: “I giovani sono certo particolarmente esposti alla disoccupazione soprattutto perché pagano il conto di cattivi maestri e qualche volta di cattivi genitori, perché distratti da cattivi maestri che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”. Per il ministro la risposta “fondamentale” non può che essere “quella dell’investimento nelle conoscenze, nelle competenze, dalla scuola all’università, alla formazione che si deve realizzare in particolare dalla scuola al lavoro. L’orientamento delle scelte educative è un momento importantissimo. Noi cerchiamo di aiutarlo rafforzando le informazioni sul mercato del lavoro, un programma che realizziamo con le camere di commercio e che a regime ogni tre mesi su base provinciale darà informazioni sulle competenze attualmente e prospetticamente chieste dal mercato del lavoro”. Effettivamente in quanto dice Sacconi c’è del vero: semplificando, però, e non cogliendo la complessità del problema, si rischia effettivamente la demagogia e il qualunquismo. Che l’Italia abbia uno storico deficit di una cultura umanistica troppo teorica che sfocia in percorsi deboli sul versante del mercato del lavoro è tragicamente ovvio; ad attestare questo, basterà ricordare il numero incredibilmente elevato di Facoltà di Scienze della Comunicazione, Scienze Politiche, etc.. e la marea di laureati che escono da tali Università con prospettive occupazionali rasenti lo zero! E poi Sacconi quando addita i “cattivi maestri” della “licealizzazione” a buon mercato con annessa svalutazione della cultura umanistica (con annesso bagaglio di “precarietà esistenziale” e “occupazionale”) non fa che additare a ragione gli epigoni del ‘68 del “18 garantito” e della demagogia della Scuola come “ammortizzatore sociale”: se la DC tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 ha fatto della Scuola una specie di “stabilizzatore naturale” della disoccupazione femminile e intellettuale (al punto che nel partito la presenza di maestre ed insegnanti era quasi sovrastimata), se la DC con la riforma della Scuola Media Unica ha esasperato il mito del “valore legale del titolo di Studio”, garantendo il “posto” nella scuola anche ad insegnanti laureati e diplomati ma condannati altrimenti alla disoccupazione (e, quindi, demotivati e senza “vocazione”), la Sinistra con il Ministro Berlinguer ha proseguito questa linea, esasperandone i lati nichilisti frutto del ‘68, eliminando quel poco di “unità didattica” che la DC era bene o male riuscita a garantire, così come quel poco di meritocrazia che c’era: vedi riforma universitaria del 3+2 che ha reso l’Università ancora più di massa, facendone, come diceva Giolitti,  “una fucina di spostati!”. E di fatto ognuno può rendersi conto che a pompare nella gente, specie nei ragazzi, meriti intellettuali artificiali che non possiedono … non c’è che da farne degli spostati! Ecco, perchè i laureati che insorgono contro lo Stato e le istituzioni, non si capacitano della loro condizione precaria. E’ questo risultato casuale? O chi ha partorito le riforme in qualche modo voleva programmare le giovani generazioni così per farne “riserva di caccia” elettorale? A questo triste ed inquietante quesito, crediamo sia meglio non rispondere! Aldilà comunque di queste speculazioni, in questo deteriore esito hanno molto pesato gli errori della classe che una volta si definiva operaia che, arricchitasi, non ha saputo difendere la propria identità professionale e la propria dignità sociale, come un tempo i Professionisti nelle Corporazioni sapevano difendere la dignità sociale della propria professione, tramandandola di padre in figlio! La Ns. classe operaia, invece, una volta arricchitasi ha chiesto che i propri figli scimmiottassero (senza eccessiva fatica) i loro “capoccia” di Partito e di Sindacato, cercando per essi uno sbocco professionali da Quadri, Funzionari… Una spinta potente alla “licealizzazione” negli ultimi anni è certo anche venuta da qui: un pò dal complesso della classe operaia che ha coltivato il culto del liceo come forma di ‘nobless’; e un pò come fallimento della missione sindacale di fare del lavoro un distintivo di dignità e di rispetto sociale come pure proclamato dall’art. 01 della Ns. Costituzione. Quindi, ben venga il discorso di Sacconi, quando polemizza su questi “falsi maestri”! Come il Ministro Sacconi, crediamo che apprendere un mestiere sia più utile di creare dei laureati asini, abituati spesso a farsi mantenere dalla famiglia, portando dritti al fenomeno dei bamboccioni, denunciato daprrima da Tommaso Padoa Schioppa e poi dal Ministro Brunetta. Crediamo sia più utile investire sulla manifattura e sulla formazione scolastica necessaria ad inserirsi nel mondo del lavoro (alcune buone cose, a tal proposito  sono state introdotte dalla riforma Gelmini della scuola)  che continuare a finanziare a pioggia “le facoltà del nulla” (e bene in questa direzione agisce la riforma Gelmini dell’Università). Attenzione, però, a non cadere nell’altro mito consolatorio: quello del “buon lavoro manuale” che sanerebbe tutti i problemi occupazionali, perchè così non è, specie dopo la crisi. Su questo punto, il discorso di Sacconi merita una precisazione, che ne stemperi il latente qualunquismo e demagogismo. Purtroppo, in Italia come è da ritenersi deteriore la narrativa (per lo più borghese) che ha esaltato i miti della cultura e del “pezzo di carta” facendone un segno di distinzione, così (specie dagli anni ‘80) è invalsa la narrativa del bauscia, dell’Ex-Operaio arricchito e imborghesito con la propria attività artigianale, con annessa svalutazione dello studio (roba da “fighetti” snob) e della cultura. Talvolta, a tale narrativa si associano ambiguamente suggestioni poulistiche o pauperistiche tese ad accreditare in questa “Italia artigianale” l’Italia vera, sana, non corrotta dai politicanti e dai “pescecane” dell’Industria (è l’eterna Italia “popolare” vagheggiata da Gioberti, da certo mondo cattolico, ma anche da Gramsci).Quanto ad esempio ritroviamo nella Lega i tratti di questa sub-cultura! Un simile discorso ora deve ritenersi quantomai inopportuno e fuori luogo. Innanzitutto, la retorica dei bauscia appartiene all’epoca d’oro (anni 80 e 90) della manifattura made in Italy, quando l’Italia era un pò “la Cina d’Europa” per la sua manodopera a basso costo e per la flessibilità del suo artigianato a base familiare (lodato anche da Clinton negli anni ‘90); quando cioè le Ns. manifatture erano il ”fiore all’occhiello” della politica economica italiana perchè generavano esportazione e fludificava il commercio estero; e non è da dire che il “popolino” sia stato insensibile a questa istanza, perchè queste prospettive hanno attirato molti giovani verso il lavoro manuale, anche interrompendo gli Studi. Oggi, purtroppo, la crisi ha messo in ginocchio questo caposaldo dello sviluppo italiano. Se oggi si intende dire che il lavoro manuale va valorizzato come “vocazione” dei giovani e si dice questo per valorizzare le Ns. manifatture  si dice una cosa più che buona: si tenga conto, però, che con la Cina che incombe e con l’impossibilità delle svalutazioni competitive, la manifattura italiana non può essere per il Ns. Paese (come negli anni 80 e 90) la fonte esclusiva di rendita per il sistema Paese, la cui economia per forza di cose deve diversificarsi ed evolvere, verso forme più aggiornate di economia anche immateriale; se si vuole restare a galla. E non era stato l’attuale Ministro Giulio Tremonti nel 1997 nel suo bellissimo libello “Lo Stato Criminogeno” ad indicare come nuova frontiera per lo sviluppo economico dell’Italia l’economia della conoscenza (come l’Agenda di Lisbona nel 2000 avrebbe fatto di lì a poco per l’Europa?). Ora,se il salto di qualità dell’Italia nel segno dell’ “economia della conoscenza” non è avvenuto è stato sì per colpa di un cattivo sistema di scolarizzazione e di una cattiva “licealizzazione”, ma anche perchè a monte il Ns. “sistema Paese” non aveva sviluppato “capitale umano”. E questo perchè in Italia purtroppo non si è mai formata una “borghesia” degna di questo nome. Purtroppo, il boom economico è coinciso con la più potente crisi (culturale, ideale e politica) della borghesia tradizionale italiana (che aveva pagato il prezzo dell’identificazione col fascismo), che non ha potuto così (come sarebbe stato naturale) di egemonizzare il “miracolo economico”, lasciandosi invece risucchiare nell’ondata di delegittimazione del ‘68. Questa mancata “formazione borghese” dell’Italia è veramente la base dei ritardi e dei deficit italiani, la vera ragione del perchè economicamente l’Italia, come “sistema Paese” ha effettivamente … una “marcia in meno!”; nonostante i progressi compiuti! Davanti ad un sistema economico che accumula, “tira (fisiologicamente) i remi in barca” e accumula e difende le proprie rendite, non si è mai contrapposta in Italia una vera “massa critica”, ovvero una classe media, veramente aggiornata, colta e scaltrita, che faccia da pungolo, capace di spronare il sistema ad ampliarsi, a creare nuove opportunità e nuove prospettive, specie per i giovani. Un deficit visibile in tre situazioni paradigmatiche che esemplificheremo: in Italia abbiamo miriade di associazioni per le più svariate categorie? Perchè non abbiamo figure come Michelle Obama che hanno dedicato una vita (anche abbandonando più lucrose carriere) per scoprire “giovani talenti” e per coltivare nei giovani la cultura dell’iniziativa e l’etica della responsabilità? E’ inquietante questo e purtroppo chi scrive troppo spesso ha scontato sulla propria pelle di ragazzo il tragico scadimento delle agenzie educative in Italia: e questo coinvolge sia la famiglia, la Chiesa, la politica, l’associazionismo etc. Un decadimento dell’asociazionismo che purtroppo costituisce il deleterio effetto del 68′ e della secolarizzazione (non a caso la protesta della borgesia progressista oltre che contro lo Stato, si  scagliò principalmente contro la famiglia e la Chiesa). A queste condizioni, quindi, non può stupire più di tanto se in Italia non è mai nata una ragionevole cultura del “capitale umano” come “valore aggiunto” (come diceva Tremonti ne ‘Lo Stato criminogeno”). L’altra riprova emblematica la offre Internet: gli italiani tendono ad usare Internet, Facebook, per giocare, per evasione, ma quandomai Internet conoscerà in Italia il livello di dignità che ha negli USA, dove ormai è occasione anche di confronti politici seri, elevati e anche di cittadinanza attiva, se non di “militanza” (vedi campagna elettorale di Obama), come luogo cioè dove si coltiva “materiale umano”. Si noti, per altro, come la distrazione degli italiani sulle nuove frontiere del “capitale umano” è alla base della sottovalutazione della Rete come mezzo espressivo che può creare la più evoluta delle “economie immateriali” che si possano immaginare, l’economia dei nuovi media: dal nuovo broadcasting di Itunes e Apple, alle nuove frontiere della Disclousure commerciale via Rete, etc. Una cecità che sta portando l’Italia a favorire ad esempio i più miopi corporativismi delle industrie cinematografiche e giornalistiche, che non hanno difficoltà nel blindare le proprie rendite di posizione nel disinteresse generalizzato: e questo, nonostante tali rendite oggi grazie ad Internet si possano ridimensionare più facilmente di ieri creando nuove opportunità di guadagno e di espressione, specie per i giovani. E poi, la terza situazione emblematica che coglie la “pochezza culturale” dell’Italia è l’assoluto provincialismo che porta gli italiani, pure in un tempo di connessioni globali e di omogeneizzazione del mondo sul modello occidentale, a non confrontarsi mai con l’esperienza degli altri Paesi, dai quali, ad esempio, potrebbe trarre utili elementi di valutazione per la situazione interna. La Ns. esperienza sembra sempre unica e irripetibile, come se gli altri Paesi non avessero problemi con il Welfare, con le Pensioni, con la Sanità: di qui, le patetiche storture dell’antiamericanismo viscerale (ignorando che la società USA, così sfaccettata e “poliarchica” ha non pochi punti di analogia con l’Italia) o dell’esaltazione acritica delle socialdemocrazie europee come la Svezia, la Germania viste, erroneamente, come “patrie del posto fisso”! Concludendo, è a questo livello che occorre lavorare, se vogliamo che l’Italia, nella crisi che galoppa, recuperi il notevole differenziale che la distanzia dagli altri Paesi e per evitare che, inseguendo la “manodopera a basso costo” l’Italia “raschi il barile”, condannandosi ad una concorrenza al “ribasso con la Cina”. In questo senso, quindi, stiamo attenti a non far cadere solo sui giovani, le famiglie e le loro cattive scelte di orientamento, le principali difficoltà occupazionali: è anche un pò vigliacco ”scaricare” sulle giovani generazioni e le loro famiglie problemi di più lungo periodo del “sistema Paese”! Personalmente, riteniamo che l’unica prospettiva seria di riforma  che investiva sul capitale umano, fu, a nostro avviso, quella di Bottai degli anni del regime fascsta!  Una riforma che valorizzava molto il lavoro, da essa introdotto tra le materie di insegnamento, nel tentativo di riequilibrare il rapporto scuola-mercato lavoro, incoraggiare l’afflusso verso le scuole tecnico-professionali, operando una seria selettività e scongiurando così la creazione di una scuola capace di fomentare solo vuote ambizioni, masse disoccupate e scontente. Francamente crediamo che valorizzare la nostra manifattura e creare delle sinergie tra il mondo del lavoro e gli istituti tecnici sia assolutamente necessario per il futuro dell’Italia.

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