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Storia del fascismo-12a parte: Mussolini nel malinconico autunno di Salò (1943-1945)

gran sasso mussolinidi Giorgio Frabetti e Federico Mugnai- Caduto il 25 luglio 1943 il Fascismo-Regime (essenzialmente frutto del compromesso con i conservatori), il fascismo conobbe un’appendice postuma con la Repubblica Sociale, nella quale si espresse la parabola conclusiva del Fascismo-Movimento. Questa periodizzazione accolta dai principali storici è certamente esatta, anche se deve chiarirsi che, con Salò, si apre un’esperienza politica interna sì all’esperienza fascista, ma tutta particolare e autonoma rispetto alla precedente.  Soprattutto nella RSI sarà fondamentale il peculiare contesto della “morte della Patria”, ovvero dello sbandamento militare e civile seguito all’08 settembre 1943 e alla conseguente occupazione nazista. Nonostante ciò, la Repubblica Sociale troverà una residua riserva di consenso origine piccolo borghese, la matrice sociale fin lì più affine al fascismo: di origine piccolo borghese era infatti la rivendicazione dell’”onore nazionale” e del rispetto dell’alleanza tradita, nonché un completo ritorno politico-sociale alle posizioni del primissimo fascismo sansepolcrista.  L’esperienza della Repubblica Sociale  vivrà comunque in un clima “decadente”, in uno “spirito di vendetta” verso fiancheggiatori o fascisti tiepidi; un’atmosfera che avrà purtroppo un ruolo determinante nell’esacerbare (contro la volontà di Mussolini) il clima di “guerra civile”, già latente in Italia alla vigilia del 25 luglio 1943 e poi via via deflagrato con la prima organizzazione della Resistenza armata ai tedeschi.  Avvenuto oramai da tempo il distacco del popolo nei confronti del fascismo e spezzati oramai in maniera inesorabili i rapporti con la Monarchia, i fiancheggiatori, la Chiesa, la media-alta borghesia,  fu impossibile per Mussolini tra il 1943 e il 1945 accreditare la sua presenza politica in chiave “patriottica” . Tentativi, che, comunque, costituiscono il nerbo delle vicende della Repubblica Sociale e che vanno menzionati, per comprenderne la normale realtà politica, aldilà di faziosità e di parzialità storiografiche. Prima di iniziare, però, è essenziale soffermarci nel descrivere la “nuova Italia” che Mussolini e i suoi accoliti avrebbero incontrato ritornando sulla scena politica dopo l’08 settembre 1943. La firma dell’Armistizio di Cassibile (condotto da Badoglio in un patetico e maldestro tentativo di far rompere agli Alleati il principio della “resa senza condizione”) dal punto di vista dello “spirito pubblico” del popolo italiano segna contemporaneamente un punto di arrivo ed un punto di partenza. Innanzitutto, l’08 settembre è il punto di arrivo del distacco della popolazione alla causa etica dello Stato in nome del … privato: sia che si alluda alle impellenti necessità della sopravvivenza alimentare e familiare sia che si alluda alla ricerca di arricchimenti illeciti a danno dei poveri o della collettività. Un processo lento, invisibile, che, come un fiume carsico, contribuì nei primi anni del regime a minare l’impegno morale degli italiani verso il Regime con effetti deleteri a seguito della disfatta in Tunisia e dello sbarco in Sicilia. Eventi dai quali sortì quel processo di tragica “delegittimazione” della Patria (morte della Patria), che troverà il suo clou nello sbandamento militare e morale dell’08 settembre 1943. Come punto di partenza, l’08 settembre fu lo “spartiacque” della storia italiana, dopo il quale l’ “Idea Nazionale” cessa definitivamente di essere  un’istanza eminente di legittimazione politica (come lo fu dopo il 1919 e fin dopo il 1922), pagando l’identificazione totalitaria con il regime. In questi termini, si ritrovano le puntuali parole di Renzo De Felice: “ Non avevamo più gli anticorpi: la mitologia della nazione creata da Mussolini, crollata definitivamente col 25 luglio, era minata fin dalle origini dal monopolio fascista del patriottismo, che identificava il primato della nazione col primato del regime.” Deve comunque precisarsi (e qui De Felice è lucidissimo) che il distacco dal Regime al settembre 1943 non si era nemmeno “politicizzato”, ovvero “attivizzato” a favore di questa o quella formazione antifascista; chè dominante, in quel tempo, fu l’atteggiamento degli italiani di “stare alla finestra” in attesa della fine della guerra. Se nei primi tempi dopo l’Armistizio si formarono (specie in Piemonte e in Friuli) i primi reparti partigiani, ciò lo si dovette all’iniziativa di reparti (spesso Esercito, Alpini) rimasti senza ordini e istruzioni dopo l’Armistizio che, volontariamente, si dettero a combattere il nuovo nemico dell’Italia, i tedeschi. Parlare di questi reparti come Resistenza (per come si consoliderà poi) è ancora difficile: se questi reparti saranno “politicizzati” sarà per l’iniziativa (meritoria) di Mattei e Pizzoni che ingloberanno queste formazioni vuoi nella Democrazia Cristiana vuoi nel Partito Liberale, in modo da darvi un riferimento, affinché non si isolassero a vantaggio dei Reparti partigiani comunisti, più organizzati e centralizzati. Come vedremo, successivamente, sarà la miopia politica dei dirigenti saloini e la pressione tedesca a fomentare la lotta fascisti-partigiani, facendola sfociare nei termini di guerra civile tristemente noti. In ogni caso, del “salto qualitativo” che, in termini politici, l’Italia aveva frattanto “maturato” dopo l’08 settembre, Mussolini non si rese subito conto: liberato dalla prigionia nel Gran Sasso dai tedeschi (ultima sede di una detenzione voluta da Badoglio e Senise prima dell’Armistizio e all’indomani del 25 luglio 1943 per sottrarre Mussolini da possibili “colpi di mano” tedeschi), trasportato in Germania e ritrovato Hilter e un nucleo di fascisti lì evasi dopo la caduta del Regime (Buffarini Guidi, Pavolini, Ricci che l’ex-Duce denominerà sprezzantemente il “Granducato di Toscana”), Mussolini pensò di ricostituire un governo nelle zone occupate dai tedeschi dopo l’08 settembre in chiave eminentemente patriottica: non solo, cioè, per i riguardi di Hitler che lo pregò di assumere il governo nelle zone occupate per non fare dell’Italia una “seconda Polonia”; ma anche per l’intima convinzione che la fedeltà alla Germania fosse, dopo il “tradimento di Badoglio”, un’obbligazione di lealtà e di onore da presentare in un secondo tempo ai tedeschi come “cambiale di credito”  per fare della Repubblica Mussoliniana un qualcosa di più di un “Governo fantoccio”.  E’ necessario capire lo stato d’animo mussoliniano per comprendere le caotiche vicende che si svilupparono all’interno della Rsi. Mussolini, piaccia o non piaccia, accettò il progetto di Hitler spinto da una motivazione patriottica: un vero e proprio sacrificio sull’altare della difesa dell’Italia. Non il desiderio di vendetta, né all’ambizione politica, né di rivincita morale (sapeva infatti quanto limitato fosse il suo potere sotto la tutela di Hitler) e nemmeno tutto sommato, il desiderio di tornare al fascismo delle origini (fu infatti una scelta soprattutto strumentale, che se proprio vogliamo legittimarla politicamente si riallacciava alla polemica antiborghese  acuitesi in Mussolini e nel fascismo intransigente a partire dal 1942). Sintomi delle preoccupazioni “patriottiche” di Mussolini furono, anzitutto, l’esitazione che egli mise nell’utilizzare la parola “Repubblica”. Per quanto una simile formula di governo si rendesse “necessaria” per il vuoto di potere determinato da Vittorio Emanuele III e da Badoglio, Mussolini rifiutò sempre di darvi una connotazione istituzionale definitiva, essenzialmente per due motivi: la necessità di mantenere una sia pur residuale continuità amministrativa e burocratica allo Stato e all’Esercito e di non turbare quanti (specie tra i militari) allora si ritrovavano nel riferimento pur sempre “tradizionale” dell’istituto monarchico. Nello stesso tempo, l’Ex-Duce si rese conto che, dopo che nei 45 giorni gli antifascisti avevano ripreso ad esprimersi, non sarebbe stato il caso “calcare” sul carattere “fascista” della Repubblica Sociale e preferì promettere una sia pur cauta “apertura” del nuovo Stato, se non in chiave partitica classica, almeno in termini di una più ampia tolleranza verso il pluralismo delle opinioni non “badogliane” (anche sul versante della Stampa). Una mossa indubbiamente furba, che faceva premio in Mussolini nell’allora conclamata avversione del CLN per Badoglio (accusato di aver strumentalizzato le opposizioni antifasciste prima del 25 luglio 1943, senza aver dato loro alcun … compenso!) e che ben avrebbe potuto indurre più di un elemento, vuoi liberale-monarchico, vuoi soprattutto comunista e socialista a defezionare verso una diversa proposta politica. Non a caso, in questo periodo, tra inizio ottobre e fine novembre 1943, ma anche tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, i contatti diretti o gli ammiccamenti tra Mussolini e i fascisti dissidenti e gli antifascisti furono moltissimi (Leandro Arpinati, Guido Bergamo, Nullo Baldini, Guido Miglioli). Una mossa per altro che trovava anche l’appoggio dei fascisti più consapevoli e realistici: anzitutto da Umberto Bianchi (Commissario fascista di Treviso), il quale dopo l’Armistizio denunciò la poca credibilità del Partito Fascista presso le popolazioni (vedi le scorribande della cd “banda Carità” a Firenze) e l’opportunità di approfittare della nuova fase repubblicana del fascismo per una rappresentanza politica più ampia; e da Giovanni Gentile (che morirà per mano dei GAP il 15 Aprile 1944 a Firenze), direttore della Nuova Antologia e che insieme a Barna Occhini daranno vita a riviste come Rinascita (poi soppressa per volere di Pavolini nel gennaio 1944) e Italia e civiltà (che durò fino alla liberazione di Firenze), il meglio che la RSI seppe esprimere in termini di politica culturale.  Come al solito succede in Mussolini, comunque, dietro ai suoi contorti e apparentemente contraddittori “giri di valzer” sta, se non la direzione, almeno l’intuizione di una direzione. Ufficialmente, Mussolini tenne a valorizzare un simile pluralismo, nella consapevolezza che la Repubblica Sociale, per non essere uno “Stato fantoccio”, abbisognava di una propria legittimazione contemporaneamente politica e militare. Inoltre il pluralismo interno era l’unico modo per rivitalizzare la Rsi. Infatti in essa convivevano varie “anime” del fascismo: intransigenti e violenti alla Farinacci o Pavolini,  gentiluomini come Luigi Bolla, fanatici come Giovanni Preziosi, uomini di spessore come Giovanni Gentile, faziosi estremisti come Buffarini Guidi fino a conservatori moderati come Giorgio Pini o Concetto Fortunato. Una eterogeneità che creò spesso caos all’interno del partito repubblicano, ma che vide spesso vincitrice, soprattutto per l’appoggio tedesco, l’ala estremista ed intransigente. Anche sulla questione  della creazione di un Esercito proprio, Mussolini, non potendo legittimarsi né dal richiamo al Re, né dal Duce, non avrebbe che potuto legittimarsi se non in nome di una grande Assemblea Nazionale, la Costituente: una riedizione di quel Binomio Convenzione-Esercito della vecchia Rivoluzione Francese! Altresì va detto, come si evince dalle carte dello Stato maggiore della Rsi, che Mussolini avrebbe voluto un esercito volontario. Si rendeva infatti conto dello stato d’animo dominante  e dell’impopolarità che la coscrizione avrebbe provocato. Ma poté fare ben poco: i tedeschi preferivano arruolare nella Wehrmacht e nelle varie formazioni ausiliarie i combattenti più validi, oppure avere mano libera per l’assunzione forzata di manodopera da spedire in Germania o utilizzare alle loro dirette dipendenze. Che Mussolini si aspettasse una specie di rinascita politico-militare dell’Italia è circostanza che lascia tuttora basiti e perplessi gli storici (De Felice in primis): con un’Italia ridotta sostanzialmente a “colonia” e a soggetto territoriale passivo, solo un pazzo o un sognatore avrebbe potuto pensare in quelle condizioni a costruire un Esercito italiano, possibile concorrente tedesco! Che la lucidità politica di Mussolini in questo periodo fosse diminuita questo è certo. Sulla posizione mussoliniana, però, facevano premio alcune circostanze reali che l’Ex-Duce intese certamente sfruttare. Ad esempio, una qualche “autonomia”, pur se non paragonabile a quella di uno Stato, la Repubblica Sociale avrebbe potuto trovarla per la specialissima connotazione “federale” con la quale la Germania tendeva a gestire i rapporti con i territori occupati ad imitazione del territorio tedesco: un “federalismo” al limite feudale, dove molto contava il carisma dei Capi e l’effettivo atteggiarsi dei rapporti di forza con i sottoposti e che mitigava la gestione “spartana” e “draconiana” che le Forze Armate tendevano ad imporre ai territori occupati (visti come colonie). In questo ambito, in Italia giocò la rivalità tra i nazisti (Himmler, in particolare) l’ambasciatore Rahn e il Comandante Wolf (Responsabile della Campagna tedesca d’Italia) e nella peculiare dialettica che si espresse tra le logiche militari dell’OKW sull’Italia, la logica politica del Ministero degli Esteri Tedesco e il Partito Nazista. In questo senso, non era del tutto impossibile per Mussolini trovare un modus vivendi fondato sul divide et impera di questi vari … partiti. Non era comunque abbastanza per permettere a Mussolini di “giocare” tra politica interna e politica estera come aveva fin lì fatto fino al 25 luglio; chè su entrambi i fronti, l’Ex-Duce dovrà subire un pesante scacco.  Sul fronte della parziale “liberalizzazione” della politica interna, Mussolini dovette retrocedere nettamente all’indomani del congresso di Verona del novembre 1943 che riconfermò la leadership di Pavolini, ma che si tenne in un clima di assoluta confusione, rivelando l’assoluta immaturità del fascismo, anche repubblicano, per un dibattito politico di più largo respiro; e con l’uccisione a Ferrara il 16 novembre 1943 del Federale Ghisellini che innescò una sanguinosa rappresaglia tra antifascisti e ex-fiancheggiatori ad opera dei Repubblichini. Un evento (poi immortalato dal regista Vancini nella sua Lunga Notte del ’43), che segnò una prima reale involuzione del fascismo repubblicano verso il coinvolgimento pieno nella guerra civile. L’altro momento chiave fu l’operazione di ricostituzione dell’Esercito che, ostacolata da un lato dalla ovvia ostilità tedesca e dalle divisioni Graziani-Ricci, di fatto generò soluzioni precarie che funzionarono da detonatore di contrasti e di instabilità all’interno della RSI. Entro la RSI si scontrarono da subito due tesi contrapposte: da un lato Graziani voleva un esercito apolitico, non dipendente dal Partito e composto in chiave “nazionali” da fascisti e non, accomunati dalla causa anti-badogliana; dall’altro, Ricci perseguiva una sostanziale assimilazione dell’Esercito alla Milizia, con totale dipendenza del primo dal Partito. Mussolini, pur propendendo verso la prima soluzione, avrebbe voluto, come visto, una soluzione “politica” non solo “tecnica” del problema, attraverso l’investitura del nuovo Esercito dalla Costituente. Ma, abbandonata quest’ultima per la pratica evidente irrealizzabilità, dette “mano libera” a Graziani (allora Ministro della Difesa) a trattare con i tedeschi la costituzione di un primo reparto di uomini, da rimpinguare con gli ufficiali italiani che erano stati internati in Germania: un tema, quest’ultimo, su cui i tedeschi non volevano sentire ragioni (pretendendo di utilizzare i militari italiani come forza lavoro). Di qui, l’atteggiamento ambiguo dei tedeschi: se da un lato sarebbe stato impopolare impedire a dei “volontari” fascisti collaborare alle operazioni belliche con i tedeschi (gli italiani per altro daranno buona prova di sé ad Azio prima della liberazione di Roma del 1944), dall’altro gli stessi fecero di tutto per logorare l’iniziativa italiana ed impedire che si consolidasse. In un primo tempo, imponendo condizioni (come la coscrizione obbligatoria) tali da rendere assolutamente controproducente la costituzione dell’Esercito Saloino; in un secondo tempo, sfruttando l’ambizione e l’instabilità politica di personalità come Junio Valerio Borghese (Sotto capo di Stato maggiore della Marina del RSI), di cui favorirono gli sviluppi destabilizzanti verso la RSI (vedi suo arresto e rilascio nel gennaio 1944) per ammorbidire Mussolini e Graziani nella loro politica sostanzialmente ostile alla Wermacht (la X Mas sarà comunque, sia pur tardivamente, inviata da Mussolini, su autorizzazione dei tedeschi in Venezia Giulia a difesa dai titini, segnando un’epopea di “bagno di sangue” e “razzia” tipica delle cd “foibe italiane”). Illudendosi in un primo tempo che la colpa di questa mediocre gestione di Salò fosse da addebitarsi alla miopia del “granducato di Toscana” (in primis Buffarini Guidi e Pavolini), Mussolini tra dicembre 1943 e gennaio 1944 tentò un estremo tentativo di “dinamizzare” la situazione e di riportare l’asse della Repubblica Sociale su posizioni più moderate. Nei suoi pensieri, ad esempio, la Segreteria del Partito avrebbe dovuto essere affidata da un “puro” al di sopra delle parti come Balisti (di lontane ascendenze fiumane) e il ministero dell’Interno ad un uomo integerrimo e rispettabile come Piero Pisenti, fascista della prima ora, ma abbastanza indipendente. Per arrivare a questa soluzione, Mussolini procedette con il suo stile di sempre: si adoperò per assecondare al massimo livello quelli che erano i desideri di Pavolini e dei fascisti intransigenti al Congresso di Verona: mise da parte momentaneamente la Costituente (invisa al Partito), assecondò i Congressisti che volevano il processo e la condanna a morte dei “traditori del 25 luglio” (De Bono, Gottardi, Pareschi finanche Ciano, suo genero), si rimangiò i propositi di “liberalizzazione” della Repubblica, inasprendo le disposizioni di polizia contro i partigiani e agitò la “socializzazione” dei mezzi di produzione (che tanto piaceva ad Ex-antifascisti di Sinistra come Bombacci e Silvestri, sinceri amici di Mussolini). Questi desideri corrispondevano poi anche a quelli tedeschi, che in fondo chiedevano al fascismo repubblicano coesione in modo soprattutto da condividere la non semplice gestione dell’ordine pubblico sempre più turbato dai “banditi” partigiani (condizione su cui sia Rahn sia Wolf investirono molto per rassicurare Berlino della loro capacità di garantire l’ordine e lo status quo in Italia). In questo senso, il passaggio clou fu il processo di Verona. Processo assurdo, non solo per l’assenza di vere colpe nei Gerarchi  che avevano votato l’Odg Grandi (Mussolini già lo sapeva)ignari delle manovre regie (maturate in effetti praticamente all’ultimo momento), ma anche per l’innaturale e lancinante divisione che seminò all’interno della famiglia Mussolini, per la sicura condanna del genero Ciano. Si è molto discusso sulla tragedia familiare che divise Mussolini dalla figlia Edda, pronta ad uno scambio con i tedeschi (a sfondo ricattatorio) sui Diari del marito e su Mussolini che si trovò a sacrificare il marito della figlia prediletta e il papà dei suoi nipoti. Certo, si può dire che Mussolini fu guidato dalla Ragion di Stato: dalla consapevolezza che, con un Partito Fascista Repubblicano scomposto nelle posizioni più diverse, dilaniato da lotte feroci (vedi le vicende Borghese) capaci di gettare la RSI in una “guerra civile nella guerra civile”, per Mussolini era necessaria una prova di forza, di unità e di fermezza, per salvare la credibilità del nuovo Stato e per non gettarlo nel ludibrio di tedeschi e partigiani. Solo in questa chiave, solo comprendendo il “male peggiore” che in termini di ulteriore caos e anarchia si sarebbe potuto presentare in questa tragica situazione (e con alle spalle una Germania che aveva promesso di “colonizzare” l’Italia se Mussolini non l’avesse sufficientemente disciplinata), si può comprendere la tragica “passività” di Mussolini davanti alla morte del genero. Purtroppo, la condanna a morte di Ciano e degli altri avvenne a pochi giorni di distanza da un altro evento, che, pur dall’ esterno dell’esthablishment fascista, segnò la fine definitiva delle velleità autonomistiche di Mussolini: stiamo parlando dello sbarco di Azio, il 22 gennaio 1944. La relativa “dinamicità” assunta dal fronte italiano, unita alla ripresa di aggressività delle lotte partigiane (clamoroso l’Attentato di Via Rasella del 14 marzo 1944 che portò al tragico eccidio delle Fosse Ardeatine) fu l’argomento che consigliò sia Mussolini sia i tedeschi (in un primo tempo, sensibili a mutamenti nella RSI, sia pure per le manovre ambigue di Giovanni Preziosi) di mantenere fermo lo status quo: la paura di un “salto nel buio” fece premio dei propositi di rinnovamento dell’Ex- Duce. Ma così facendo, Mussolini lasciava che il Partito si incancrenisse nelle sue contraddizioni e nelle sua faide. Non è il caso di descrivere in modo minuto come nessuno dei nodi sorti all’inizio della RSI si risolse positivamente: non il nodo Esercito apolitico-Milizia che portò a insanabili contrasti tra Graziani e Ricci, senza contare le ambigue inframmettenze di Borghese (strumentalizzate dai tedeschi, propensi al divide et impera entro il fascismo italiano), non il nodo Partito Unico-Pluripartitismo (ancora nel gennaio 1945, prima di morire, Mussolini insisterà in un raggruppamento di Lavoratori dall’intonazione socialistoide da affiancare al Partito Fascista Ufficiale). Una simile Repubblica fu così presto ridotta ad un ectoplasma, e non potè fare altro che subire il tracollo tedesco sotto i colpi dell’avanzata anglo-americana, fino alla fine ingloriosa di Mussolini, ucciso a Dongo il 28 aprile 1945. In chiusa a quest’ultima puntata di storia del fascismo, è opportuno abbozzare un discorso sull’eredità del fascismo nell’esperienza politica (e culturale) del secondo dopoguerra. Sul fronte antifascista, opposto all’esperienza mussoliniana, si deve dire che la morte dell’Ex-Duce, accompagnata dallo scempio di Piazzale Loreto, segnò la fine della RSI in un clima di dominante intransigenza. Un’intransigenza, si badi bene, che non aveva nulla a che vedere con l’inevitabile “spirito di rivalsa” che un tipo della vecchia generazione prefascista Giovanni Amendola aveva profetizzato nel 1924 per la deposizione di Mussolini. Tale intransigenza non fu solo il frutto degli errori e delle incertezze della Repubblica Sociale verso gli antifascisti, verso i quali molti della RSI si illusero circa un loro recupero e che fatalmente (ma prevedibilmente) spinse le bande partigiane più settarie (comuniste, socialiste e azioniste) al terrorismo politico (vedi Via Rasella), per elementari esigenze di difesa e auto-conservazione. Tale intransigenza antifascista va anche vists come frutto del travaglio politico-morale-culturale dei fascisti giovani più sensibili e “di Sinistra”, presso i quali si consolidò quel “salto qualitativo” che dal Fascismo ne favorì il passaggio al Comunismo. Un processo non nuovo, descritto nelle vicende di Ruggero Zangrandi (già amico di Vittorio Mussolini) e di Davide Lajolo, entrambi espressione tipica di quella gioventù che era stata il “fiore all’occhiello” dei Littoriali della Cultura, quella sulla quale il fascismo investì di più per il proprio rinnovamento e per la propria continuità: la generazione che nutrì e condivise la sensazione di essere “il futuro della Rivoluzione”, ma che visse forse più tragicamente di tutte la defezione della Società Civile dal fascismo tra il 1942 e 1943, dopo che in fondo si era tanto illusa. Di qui, in questa generazione, le crisi di coscienza e le più decise e attive conversioni all’antifascismo radicale (in netta controtendenza con la popolazione sostanzialmente estranea sia al fascismo sia all’antifascismo). Salò partecipò di questo processo di delusione. Nel suo libro Coscienza Viaggiante (1947), Ruggero Zangrandi testimonia molto bene il disagio di un’èlites borghese e intellettuale di giovani fascisti che non solo aveva “fatto naufragio” insieme al fascismo ma che, finita la guerra, si trovò a scontare l’incomprensione dei nuovi dirigenti politici (specie democristiani) che, sul traino di un “Paese Reale” (che aveva subìto per la maggior parte sia il fascismo, sia la guerra, sia il periodo della guerra civile) volevano cambiare pagina ed erano propensi a scaricare sui “giovani” la responsabilità morale del fascismo per … averci creduto. Se non si comprende questo reale dramma di un’intera  generazione (divenuta poi per lo più comunista), non si può comprendere quasi nulla del post-fascismo. Non siamo al “complesso di non accettazione” che alcuni intellettuali nutrirono per le illusioni nutrite verso il nazismo (vedi il regista Ingmar Bergman). Certo, però, a questo complesso di iniziale subalternità al fascismo, al complesso di esserne accusata dalla popolazione, questa generazione cercò di riscattare per sé un ruolo “dirigente”, appoggiandosi per lo più ai quadri dell’egemonia culturale gramsciana, costruendo una “narrativa” della storia d’Italia contemporanea e del fascismo tutta tesa ad legittimare sè stessa come una “superiore punta di consapevolezza della storia italiana”, inascoltata dai più e ad accreditare alla (pur reale) indifferenza e apoliticità del popolo italiano verso le lotte ideologiche la vera causa del fascismo. Una supposta apoliticità che questi intellettuali ravvisavano anche nell’Italia democristiana di De Gasperi, traendo l’argomento (fallace) che il fascismo, prima o poi, in Italia si sarebbe riformato (vedi attuale polemica antiberlusconiana). In particolare, l’errore capitale di questa “famiglia politico-culturale” (puntualmente denunciato da Renzo De Felice) sarà quello di assolutizzare il fascismo come exemplum di come sia necessario e inevitabile per un orizzonte etico-politico orientato in senso “nazionale” classico sacrificare la democrazia (mentre nessun passaggio della storia universale attesta questo nesso vedi, ad esempio, gli USA): con ciò, rinnegando il cammino di storia “nazionale” fin lì compiuto dalla Pensiola dall’Unità d’Italia, alla Grande Guerra, al fascismo, senza riuscire ad elaborare un’equilibrata “politica della memoria” (Habermas) e senza saper indicare alternative identitarie nuove e consolidate per un nuovo “patriottismo costituzionale” (salvo il pallido riferimento alla Costituzione). Questa generazione, paradossalmente, vendicò le frustrate ambizioni di “riforma morale e intellettuale” degli italiani coltivate dal fascismo, proseguendo una diversa “riforma ideologica” in chiave demolitoria della storia e delle radici etico-politica dell’Italia, che impedirà alla Penisola di risalire la china da quella “morte della Patria” in cui l’08 settembre e la “guerra civile” l’avevano fatta precipitare. Sul versante, invece, dei giovani che non rinnegheranno né il regime, né Salò ma fino in fondo crederono a Mussolini e alla causa del fascismo dettero vita nel 1946 all’Msi: nasceva una destra italiana isolata dal contesto costituzionale e repubblicano nato con la fine della seconda guerra mondiale. Una destra coraggiosa, ma incapace di distaccarsi da quel passato e da quei miti che l’Italia e gli italiani oramai si erano lasciati alle spalle. Troppo vive erano nella mente degli italiani le immagini della tragedia della seconda guerra mondiale e troppo forte la propaganda della vulgata antifascista (forse ancor più subdola della propaganda fascista degli anni del Regime mussoliniano), affinché questa destra nostalgica ottenesse un ampio consenso.  (Fine)

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