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Storia del fascismo-11a parte: Guerra e Crisi di Regime, l’Italia verso la Guerra Civile

Bundesarchiv_Bild_Italien,_Mussolini_rassegna_truppeAVVERTENZA: Questa è la penultima puntata della “storia del fascismo”. In deroga alla consueta cadenza di pubblicazione in giorno di sabato, e considerato che sabato prossimo cadrà la festività del Natale, la dodicesima ed ultima puntata di questa serie dedicata al fascismo sarà pubblicata nel sito venerdì 24 dicembre prossimo.

di Giorgio Frabetti- Il Ns. lungo racconto relativo alla storia del fascismo, dopo 10 puntate, volge quasi alle battute conclusive. Come noto, il fascismo finirà in “due tempi”: in un primo tempo (che ha il suo dies a quo nel 25 luglio 1943) finirà il “regime” vero e proprio; in un secondo tempo (che ha il suo dies a quo nel 25 aprile 1945), il “fascismo movimento”, dopo che l’invasione Alleata spazzerà via, insieme ai tedeschi (che hanno occupato l’Italia dopo l’08 settembre 1943) l’effimera Repubblica Sociale Italiana (detta anche di Salò), tardiva e ambigua recrudescenza repubblicana e socialisteggiante del fascismo delle origini (ovvero di Piazza S. Sepolcro nel 1919), sorta in rottura e spirito di rivalsa con i “fiancheggiatori” monarchici (che frattanto con Badoglio hanno “tradito” prima con il 25 luglio e poi con la co-belligeranza a fianco degli Alleati). C’è come una linea nella storia italiana che dal Risorgimento porta al Fascismo e poi dal Fascismo porta alla Guerra Civile (prima del 1943-35, poi della “guerra fredda ideologica” degli anni 1945-89): e questo per l’essenziale ragione che la guerra portò allo spasimo la contraddizione tra borghesi fiancheggiatori e fascisti intransigenti, l’uno e l’altro impegnati a scaricarsi addosso le colpe dei disastri della guerra, certificando definitivamente con la rottura del 25 luglio 1943, l’impossibilità della convivenza (con un decorso politicamente complesso che si avrà cura di descrivere nel prosieguo). Con la crisi del regime si creano altresì i tragici presupposti di quel fenomeno che lo storico Renzo De Felice chiamerà “morte della Patria”, nata con i moti risorgimentali e poi acceleratosi col fascismo. Se il fascismo fino ad allora aveva saputo incarnare le speranze dell’Italia Unita, sulla scia delle glorie del Piave e dei sacrifici di Caporetto; se dopo la vittoria di Abissinia del 1936 il fascismo parve aver finalmente consolidato le fin lì fragili, se non inesistenti tradizioni militari degli italiani facendo dell’Italia una vera Nazione Unita, la seconda guerra mondiale mise tragicamente a nudo come alle ambizioni di gran parte della borghesia non corrispondesse un’effettiva organizzazione, sia materiale sia etico-politica dell’Italia fascista, gettando il Paese nello sconforto e screditando la credibilità di qualsiasi prospettiva e progettualità politica collegata all’idea di Nazione, con conseguenze deleterie ancora oggi sul tessuto politico, sociale e civile dell’Italia. In effetti, aldilà di certe esagerazioni della pubblicistica del secondo dopoguerra che hanno enfatizzato (talora ad arte) la megalomania di Mussolini come principale causa della disfatta militare dell’Italia, la disfatta non è  addebitabile necessariamente alla persona di Mussolini o di Ciano (il quale ultimo pure ebbe una rilevante responsabilità nell’avventata impresa di Grecia), quanto all’effetto combinato di lacune esiziali nella politica interna e nella politica estera, dovuti a nodi che per varie cause non erano stati sciolti nei precedenti anni del regime (vedi precedenti puntate). Nell’immediato, Mussolini scese in guerra il 10 giugno 1940 sconvolto dal crollo della Francia e di Parigi, occupate (nel Nord) nel maggio 1940, con aggiramento della Linea Maginot e Sigfrido. Per renderci conto di cosa significasse per Mussolini questo evento, occorre rifarsi alle parole di Renzo De Felice: il Duce presupponeva che, anche occupata, la Francia avrebbe resistito militarmente, fermando i tedeschi su una stabile linea di difesa (una “seconda Marna”). Se questo evento si fosse verificato, sarebbe stato effettivamente più facile per Mussolini proporsi come mediatore della pace verso Francia e Inghilterra senza mettere alla prova l’esercito italiano: la resistenza francese avrebbe cioè dimostrato la tenuta degli equilibri europei del primo dopoguerra e avrebbe imposto (queste le speranze di Mussolini) una rettifica delle pretese tedesche in conformità comunque ai dettami di Versailles (per quanto travolti e illanguiditi con l’invasione della Polonia). In una simile situazione, non intervenendo, Mussolini avrebbe colto l’occasione per “sanzionare” Hitler della violazione degli obblighi di reciproca consultazione in caso di alleanza. Grandi non mancò di rilevare da subito che questa aspettativa peccava di ingenuità. Con notevole acume, infatti, il Gerarca Bolognese riteneva che la tenuta del continente europeo verso i tedeschi, più che ad Ovest, si sarebbe decisa a Est, in Russia, dove prima o poi l’URSS, pure ancora fuori dal conflitto, avrebbe prima o poi fatto sentire il proprio “peso” alle Potenze Occidentali (anche per l’inevitabile bisogno di approvigionamento di petrolio da parte della Germania in Bessarabia, fonte di interesse strategico anche per i Russi: come capitò nel giugno 1941 con l’Operazione Barbarossa). In questo, accusare Mussolini di miopia politica comunque è eccessivo, in quanto (come già spiegato) il Duce si muoveva entro coordinate geopolitiche condivise di massima da tutti i leader politici europei, i quali, specie nel 1940, erano ben alieni dal considerare superate le regole di Versailles (es. Chamberlain per molto tempo ancora nel 1940 fin dopo il crollo della Francia e la disfatta di Dunquerque non mancò di accarezzare un accordo con la Germania che salvaguardasse le colonie inglesi). Con l’URSS sostanzialmente neutrale, con una Francia forte, la guerra, secondo il Duce, non avrebbe riservato sorprese al continente, nemmeno la sorpresa di un intervento americano. Senonchè, il crollo della Francia del maggio 1940, reso chiaro per le proporzioni di una vera e propria debacle (militare, morale e politica non dissimile a quella che coglierà l’Italia dopo l’08 settembre 1943), spiazzò Mussolini. Non potendo più contare, per “intermediare” la Pace sull’argomento della “tenuta” francese, per il Duce l’unico modo di acquisire possibili credenziali di mediatore era quello di entrare in guerra a fianco della Germania: una guerra, che, per di più, come tutti i politici, riteneva breve e destinata a finire di lì a poco. In questo caso, Mussolini entrò in guerra in un’ottica eminentemente politica, niente affatto ideologica: il Duce, in sostanza, fece la guerra per fare la pace, senza pretendere di togliere ai nemici dignità politica, ma anzi con lo scopo di trattare con loro, ma sulla base di posizioni di forza  e per trarre dalla sua pretesa “equidistanza” una serie di vantaggi contemporaneamente militari e politici. In particolare, dall’Alleanza con la Germania, l’Italia, nelle previsioni di Mussolini, avrebbe dovuto consolidare le conquiste territoriali, specie nel Mediterraneo (zona di tradizionale disinteresse tedesco); nello stesso tempo, la sua “speciale posizione” avrebbe dovuto renderla l’interlocutore privilegiato di Francia e Inghilterra per le trattative di pace. Per Mussolini, non si verificò né l’una, né l’altra possibilità. Sul versante delle conquiste, l’Alleanza con la Germania penalizzò fortemente l’Italia: in una prima fase, con la Francia crollata e prossima a chiedere l’armistizio ai tedeschi, parve a Mussolini di essere arrivato “troppo tardi” per la spartizione della Pace, senza essere in grado di rivendicare nulla (di qui, le “disperate” manovre sulle Alpi francesi tra il 21 e il 24 giugno 1940, che fruttarono all’Italia solo Mentone e altre pochi rifugi alpini).  Senonchè, di lì a poco, si innescherà un processo a spirale di frustrazione delle ambizioni geopolitiche del leader del fascismo, che sarà alla base dei più gravi errori del Duce nella “guerra parallela” (Grecia), non senza avere influenze nel minare il quadro strategico del Tripartito (come gli Stati Maggiori tedeschi gli rinfacceranno). Innanzitutto, deve dirsi che nel giugno 1940, Adolf Hitler non è arrivato a quei livelli di delirio mistico ed ideologico, che troveremo dopo il 1941, ai primi stop in Russia, ma è ancora sufficientemente realista, nel confidare in un accordo con Francia e Inghilterra. La principale “merce di scambio” di Hitler erano i domini coloniali di Francia e Inghilterra che la Germania intendeva garantire un po’ perché riteneva troppo dispersivo (in termini di uomini e logistica) “decentrare” la guerra in questi ambienti, un po’ per allontanare lo spettro dell’intervento statunitense che, non toccato nell’Atlantico e nel Pacifico, non avrebbe avuto alcuna motivazione concreta. Senonchè di questo equilibrio a farne le spese sarebbe stata proprio l’Italia: questa linea di equilibrio per l’Italia significava rinunciare a Tunisi, rinunciare a Malta, alla Corsica, a Gibilterra, ovvero alle mete che il Duce aveva indicato come strategiche e irrinunciabili al Gran Consiglio del Fascismo del febbraio 1939, e che, comunque, costituivano l’unico realistico obiettivo che l’Italia avrebbe potuto proporsi con una “guerra parallela” a quella dei tedeschi: la “messa in sicurezza” del Mediterraneo e delle colonie italiane. Invano, Mussolini chiederà nel 1940 alla Francia che le mettesse a disposizione le basi di Tunisi, per i rifornimenti sul fronte dell’Africa Settentrionale. Fu essenzialmente per evitare lo “scacco” di apparire succube ai tedeschi e di non riuscire a mantenere le promesse date al Gran Consiglio, che Mussolini si decise (su improvvido consiglio del Genero) ad attaccare in Grecia, considerata una “quinta colonna” franco-inglese nel Mediterraneo. Un intervento, per altro, come nota Renzo De Felice,  concepito dal Duce anche come “ritorsione” contro la Germania che frattanto aveva occupato la Romania, altra zona di tradizionale interesse italiano e zona potenzialmente “sensibile” ad un’eventuale intervento sovietico. La guerra di Grecia fu un disastro ed è talmente nota che non mette conto di essere rivisitata (come noto, furono mandati al “macello” gli Alpini della Julia, non equipaggiati per l’inverno greco-albanese). In questo caso, è indubbio che le interferenze di Mussolini nella conduzione tecnica ci furono e furono molto rilevanti e decisive. In realtà, le “impennate” di Mussolini in questa circostanza non furono diverse di altre celebri di Stalin, Churchill e Hitler. Il Duce aveva bisogno di un risultato simbolico e politico (come ai tempi dell’invasione dell’Albania) che riequilibrasse a favore dell’Italia il rango di “potenza” idonea a porsi come mediatrice della Pace: un risultato che per altro era tutt’altro che immotivato sul finire del 1940 e all’inizio del 1941, quando l’intervento di URSS, USA e Giappone non era alle porte, in cui il conflitto non si era ancora “ideologizzato” come “guerra totale” contro il “nazifascismo”. Paradossalmente, il rapporto tra Mussolini e la guerra si “stabilizzerà” verso la fine del 1941 e per tutto il 1942, quando ormai, con URSS, USA e Giappone in guerra, il Duce si rese conto che la guerra da europea era diventata mondiale e … lunga. Certo, Mussolini resterà preoccupato della carente logistica italiana (specie nel Nord Africa, perennemente carente di rifornimenti puntualmente bombardati dagli inglesi nelle basi di Malta, anche per le lacune della Marina che imponevano consumi di carburante esorbitanti), ma non interferirà più nelle operazioni militari come ai tempi della Grecia. Viceversa, la lunghezza della guerra e l’imponderabilità dei fronti e delle varianti strategiche, gli dettero per un momento la sensazione che, nella complessità della situazione geopolitica, non era sufficiente vincere il “nemico” sul campo, quanto “vincere la Pace”. In questo, Mussolini vedeva, in prospettiva, un ruolo dell’Italia, come potenza capace di controbilanciare la vittoria militare della Germania (allora non in discussione) con una “gestione politica” in cui la Penisola avrebbe dovuto svolgere un ruolo di garante per una Pace di Giustizia e di Soddisfazione, in nome della “posizione speciale” dell’Italia. Cosa in realtà, Mussolini si aspettasse dal dopoguerra non è stato ancora del tutto chiarito. Diciamo che Mussolini nutriva (come nel suo stile) una serie di generici “orientamenti”: come quello di favorire (in sintonia con l’alleato giapponese) nella prospettiva della Pace le posizioni dei nazionalisti arabi di Egitto e Palestina che avrebbero indebolito la presa degli Inglesi sul Mediterraneo e sull’Oceano Indiano e rafforzato le posizioni geostrategiche italiane. Di qui, una serie di iniziative editoriali e propagandistiche (vedi appoggio ai movimenti palestinesi antisionisti, ai nazionalisti indiani etc.) venate da indubbio “populismo” e da una generica aspirazione che oggi diremo “terzomondista”, che andava dal “populismo a sfondo sociale” (e ormai pro-comunista) di Ugo Spirito alla riscoperta di motivi “giobertiani” di “primato morale” dell’Italia (Bottai, Orestano). E’ decisivo soffermarsi su questi aspetti perché contribuirono a cattivare a Mussolini il decisivo appoggio (in un momento tanto tragico) del Vaticano, di Pio XII e del mondo cattolico, i quali, in parte poterono sentire l’iniziativa militare mussoliniana abbastanza “affine” alla propria sensibilità (vedi epistolario di Mons. Roncalli ai familiari, dove il futuro Papa Giovanni XXIII mostrava di condividere l’impostazione mussoliniana dell’intervento dell’Italia come “intervento dei possidenti contro i non possidenti”). Sul fronte continentale, la prospettiva cui Mussolini si adoperò di più, fino alla sua caduta il 25 luglio 1943, fu quella di una “pace di compromesso” tra Germania e URSS. Una prospettiva anche in questo caso condivisa da Pio XII e da editorialisti politici cattolici, che avrebbe da un lato riportato la situazione della guerra al giugno 1940, facilitandone la conclusione ad Ovest ed avrebbe messo in crisi la funzione ideologica di Germania e URSS (costrette a convivere e non ad annullarsi) con ciò creando le premesse per un più rapido logoramento dei due totalitarismi. Questa prospettiva però presupponeva una Germania vittoriosa (mentre le sorti le voltarono definitivamente le spalle all’inizio del 1943) e presupponeva altresì una disponibilità a trattare degli Alleati nello “spirito di Monaco”, che però frattanto non più disponibile dopo la “virata ideologica” subìta dalla guerra con l’intervento di USA e URSS e soprattutto dopo la richiesta degli Alleati all’Asse di una “resa senza condizioni” (Conferenza di Casablanca 23 gennaio 1943), escludendo così in capo a Germania, Giappone e Italia quel ruolo di “interlocutori politici” (iusti hostes) indispensabile per la riuscita delle manovre mussoliniane. Non si creda comunque che questi sforzi di Mussolini fossero solo strumentali: Mussolini capiva, ad esempio, che, se dopo l’intervento di USA e URSS, l’iniziativa militare stava prendendo una piega “ideologica”, “antifascista” e “radicale” (vedi Carta Atlantica sul finire del 1942), così anche l’Asse aveva bisogno di un “correttivo” ideologico per la guerra: Mussolini, quindi, dal canto suo, rinveniva nella “moderazione” del fascismo antidoto contro gli eccessi dissolutori della “democrazia radicale” e del “comunismo” e del nazismo (da lui sempre avvertito come una degenerazione del nazionalismo tradizionale). Mussolini, in particolare, aveva capito, a differenza, dei tedeschi, che la guerra si vinceva non solo conquistando i territori, non solo mettendo in efficienza gli eserciti, ma anche conquistando le opinioni pubbliche (interne ed estere: vedi  Liddle Hart). Un’attenzione all’opinione pubblica che Mussolini coltivò sempre nei minimi particolari anche sul “fronte interno”  (vedi le ben note decisioni di Mussolini di non imporre la “mobilitazione generale”, di non imporre una ferrea disciplina di guerra nonostante le raccomandazioni di alcuni vedi Gen. Favagrossa). Purtroppo, nonostante fosse un geniale “organizzatore del consenso”, fu proprio il “fronte interno” il punto debole del regime: su questo, infatti, la disfatta militare agì da “detonatore” alla crisi del regime, facendo sprofondare l’Italia di lì a poco nella guerra civile. Mussolini, lo abbiamo visto, scontò il processo di incompiuta nazionalizzazione delle masse italiane e la “defezione morale” della borghesia tradizionale. Il tentativo fallito del Duce di familiarizzare alla guerra l’opinione pubblica, farà sì che il Duce non riuscisse più a contenere le oscillazioni del “morale” dell’opinione pubblica che infine crollò definitivamente del 1943, quando la prospettiva di una sconfitta totale dell’Italia apparve evidente e non più occultabile. Un processo che il grande storico Renzo De Felice coglie nella sua linearità, ma anche nella sua complessità e articolazione. A “cedere” per prima fu l’Industria che da una guerra perduta non riceveva alcun vantaggio. Da un certo punto di vista, la posizione sempre più critica della Grande Industria verso il fascismo fu il portato delle ambiguità che fin dal 1922 ne avevano caratterizzato il rapporto con il fascismo; la gestione mussoliniana della guerra e delle forniture fu la classica “goccia” che fece “traboccare il vaso” : a parole, i criteri di collaudo di aerei avrebbero dovuto avvenire con criteri rigorosissimi da parte dei Committenti Pubblici; nei fatti, questo “perfezionismo” era fonte di sprechi, immobilizzi inutili, sul conto dei quali presto cominciarono a correre voci di manovre corrive dei Pubblici Dipendenti, tesi ad alzare la cresta ed ad ungere le ruote delle forniture con tangenti e favorendo accaparramenti indebiti (in non debole analogia con quanto stava verificandosi sul fronte interno per il “mercato nero” dei generi alimentari razionati a causa della guerra). Diverso, fu l’atteggiamento dell’Esercito, che, nonostante le vicende del 25 luglio 1943, in larga parte fiancheggiò lealmente il regime (momento molto felice fu la collaborazione tra Mussolini e Gen. Castellano, Capo di Stato Maggiore Generale): non solo per l’effettiva integrazione tra Esercito e Regime che in vent’anni aveva potuto realizzarsi (si ricordi che nei primi anni il Duce fu molto parco nel richiedere la tessera del PNF ai militari!), ma anche perché, a livello tecnico, la guerra fu condotta bene e con onore nonostante le sconfitte. Sull’organizzazione militare indubbiamente pesò il mancato aggiornamento legislativo: le Forze Armate, in particolare, combatterono senza che il Duce riformasse sostanzialmente le disposizioni emanate dal regime a cavallo del Delitto Matteotti e del 03 gennaio 1925 e che imponevano (in nome della politiche di “pareggio” del bilancio dei primi anni del Governo fascista) fortissimi e drastici razionamenti nella ripartizione delle risorse pubbliche e nell’assegnazione logistica. Una contraddizione di lungo periodo che peserà tragicamente sulla conduzione della Guerra e a cui il Duce cercherà di rimediare (ma tardivamente) con la “legge Mussolini- Castellano” del 1940 sullo Stato Maggiore e il Comando dell’Esercito, dopo il “disastro” della Grecia. Assolutamente leale e patriottico fu, come visto, l’atteggiamento del mondo cattolico e del Vaticano. Non possiamo, comunque, dilungarci oltre nel raccontare i frenetici anni di guerra. Basterà qui solo ricordare che, perduto l’Impero Etiopico (nel 1941), perduta la Libia (nel 1943), con lo sbarco in Sicilia degli Alleati, il fronte interno e l’opinione pubblica entrarono in uno stato di sbandamento dalla quale non si libereranno più e che sarà alla base delle vicende sia del 25 luglio 1943 sia dell’08 settembre 1943. Venendo alle vicende del 25 luglio 1943, malinconico epilogo del Regime, abbiamo anticipato che in esso le ragioni di politica estera furono determinanti e non è un caso che i principali attori della “congiura” furono la Monarchia e lo Stato Maggiore, più che gli antifascisti (il cui apporto fu nullo, nonostante la intensa riorganizzazione dei Partiti prefascisti), più che i fascisti (sulle cui motivazioni diremo più diffusamente nella prossima, ultima puntata). In particolare, lo Stato Maggiore constatò lucidamente come, dopo gli scioperi del 1943, con un PNF sempre più incapace di controllare il “fronte interno” e un Regime screditato, si stessero delineando i prodromi di una “guerra civile”, deleteria per le sorti militari dell’Italia. E questo essenzialmente, per la propensione degli intransigenti e degli Squadristi ad addebitare ai “fiancheggiatori” la responsabilità dello stato di cose in cui versava l’Italia, ovvero alla conduzione “moderata” della guerra imposta a Mussolini (cosa falsa) e per l’indisponibilità del Duce a gestire il “fronte interni” con misure drastiche e di “guerra civile permanente” come nella Germania Hitleriana. Per un momento, parve che Farinacci stesse per la seconda volta assumendo il ruolo di “vendicatore” del “contegno francescano” di Mussolini come alla fine del 1924. Solo che, a questo punto, l’iniziativa del Ras di Cremona (secondo i rapporti della Polizia Politica e del SIM)  era appoggiata dai tedeschi, i quali, sulla scia del precedente jugoslavo del 1941, stavano  fomentato gli Squadristi per occupare l’Italia e “metterla in sicurezza” dopo l’invasione della Sicilia (la prima falla nel fronte occidentale per la Germania). Questa recrudescenza dello Squadrismo e le ricadute di politica estera furono la molla decisiva che fece scattare la destituzione regia di Mussolini (su iniziativa, congiunta, anche se concorrenziale dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia e del suo Ex-Capo Senise). A fronte di ciò, il ruolo dei fascisti che, su ordine del giorno Grandi saranno convocati a Gran Consiglio tra il pomeriggio del 24 e la notte del 25 luglio 1943 fu minimo, anche se fortissima fu la portata simbolica dell’avvenimento. L’Odg Grandi conteneva la richiesta che il Duce restituisse al Re il “comando delle forze armate” unitamente alla sua “suprema potestà di decisione” sulla guerra e la Pace; non conteneva, però, la richiesta di dimissioni del Duce. Certamente, dopo le riforme del regime come il “maresciallato dell’Impero” e l’Istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni l’Odg segnava un passo indietro negli equilibri del Regime, una sorta di “restaurazione” di quella Diarchia “pseudo costituzionale” che tra il 1925 e il 1929 in particolare (anche mèntore Federzoni) era stata l’ossatura del compromesso fascisti-fiancheggiatori. Un’istanza di cauta apertura (pur sempre all’interno del regime) che certo avrebbe favorevolmente impressionato Francia e Inghilterra e forse consentito a Mussolini di guadagnare tempo con gli Alleati, senza indispettire i tedeschi. Una prospettiva che non dovette dispiacere nemmeno al Duce, se è vero che, all’udienza del 25 luglio presso il Re Vittorio Emanuele III (quella nel quale fu destituito e arrestato), portò con sé il Decreto di nomina di Grandi a Ministro degli Esteri per la firma regia. Ciononostante, questa ennesima possibilità di compromesso, questa ennesima prova di “camaleontismo” del Regime fu resa impossibile dalla destituzione, dall’arresto di Mussolini e dalla nomina, in sostituzione, di Pietro Badoglio a Capo del Governo. Cosa Mussolini pensasse fare dopo la riunione fatale del Gran Consiglio non è chiaro. Visti i precedenti del Regime e del modus operandi del Duce, è assai probabile che Mussolini e Grandi, pur agitando prospettive di “compromessi per la Pace”, sarebbero rimasti, nonostante tutto, alleati della Germania: nel clima dominante di “guerra ideologica”, infatti, uno sganciamento da Hitler sarebbe stato interpretato come contraddittoria “scelta di campo” per le “plutocrazie” (Francia, Inghilterra, USA e URSS), mentre fino ad allora aveva coltivato la più rigorosa “equidistanza”. Nè Mussolini avrebbe allora potuto pensare ad una “liberalizzazione” del regime (già tentata dopo il plebiscito del 1929, nonostante vaghi propositi coltiverà in questo senso ai tempi della Repubblica Sociale): in quel momento, una simile politica gli avrebbe causato un tale contrasto con gli estremisti da far impallidire i precedenti della “Quartarella”, anche per le ritorsioni tedesche. Forse Grandi e Mussolini si ripromettevano di salvare l’Italia ricorrendo alla classica politica dei “giri di valzer”: in altri tempi, una simile politica aveva fatto la fortuna di Mussolini e deciso il consolidamento del suo potere (partito da basi più che fragili); ma allora, nell’estate del 1943 i margini per simili  manovre erano del tutto esauriti: con i tedeschi che, a causa dell’alleanza, avevano già quasi occupato la Penisola e gli Alleati che incalzavano da Sud, l’Italia non era più nazione libera, capace di decidere sul proprio destino.

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